|
NEW
YORK:
I
TEMI
NO
GLOBAL
CONQUISTANO
I
GANDI
DI
DAVOS
(31/01/2002) |
|

|
NEW YORK
- L'Uomo di Davos
ha perso le sue certezze sui magnifici destini della globalizzazione. Assediata
dal terrorismo, dalla recessione, dalla crisi del modello americano, l'élite
mondiale che da ieri è riunita a New York al World Economic Forum, presta
ascolto perfino ai temi del movimento antiglobal. Il presidente della Banca
mondiale attacca gli Stati Uniti per aver tradito le promesse sugli aiuti ai
paesi poveri. |
E mentre George Bush dopo l'Afghanistan si prepara ad allargare
l'offensiva all'Irak, torna sulla scena politica Bill Clinton per lanciargli un
avvertimento: "Il terrorismo non si sconfigge solo con mezzi militari; è
la faccia oscura della globalizzazione; va combattuto riducendo povertà e
diseguaglianze".
Il Forum di Davos è stato per anni il luogo d'incontro di un establishment
cosmopolita, da Bill Gates a George Soros, che ha costruito la sua potenza sulla
liberalizzazione degli scambi e il superamento delle sovranità nazionali: perciò
si è parlato dell'Uomo di Davos come di una nuova specie, una classe dirigente
senza passaporto e senza Stato, un governoombra dell'economia globalizzata. Ma
da ieri il Forum si riunisce all'hotel Waldorf Astoria di New York, a soli
cinque chilometri dal cratere delle Torri gemelle, in una città presidiata
dalla polizia che teme manifestazioni violente e soprattutto attentati
terroristici. Gli anni Novanta della New Economy sembrano lontani un secolo, il
tema del Forum in questa edizione è: "La leadership in tempi
fragili". Il mondo intero è da mesi in una recessione da cui l'economia
americana sta uscendo lentamente. Il crack Enron ha messo a nudo le fragilità
sistemiche di quel capitalismo Usa, che l'Uomo di Davos aveva eretto a modello
universale.
|
A dare il tono a questo Forum è uno dei suoi ospiti d'onore, l'ex presidente
Bill Clinton. Subito prima di venire a New York l'ex presidente ha lanciato il
suo messaggio in un comizio all'università californiana di Berkeley, la
roccaforte della contestazione pacifista. |

|
Proprio mentre Bush manda segnali
sempre più minacciosi verso l'Irak, Clinton lo ha ammonito davanti a un'immensa
folla di studenti: "Gli interventi militari e le misure di sicurezza non
bastano per costruire il mondo in cui vogliamo vivere e far vivere i nostri
figli. Abbiamo costruito un pianeta senza frontiere e ci siamo scoperti più
vulnerabili di prima. L'11 settembre ci ha rivelato la faccia oscura della
globalizzazione.
Quando un miliardo di persone vivono con meno di un dollaro al giorno, quando la
metà dei bambini africani e il 25% dei bambini del sudest asiatico non vanno a
scuola, si creano le condizioni perché qualcuno sfrutti questa povertà per
predicare l'odio. Nei paesi islamici un rifugio alla povertà lo offrono le
scuole coraniche integraliste che aizzano i giovani contro di noi". Clinton
di fronte a una folla entusiasta di studenti ha smontato pezzo per pezzo la
politica del suo successore, anticipando quello che verrà a dire al World
Economic Forum: "La guerra in Afghanistan ci è costata un miliardo di
dollari al mese: cos'altro avremmo potuto fare con quei soldi? E quanta parte
dell'aumento di spesa militare voluto da Bush potrebbe servire a combattere la
povertà? Il modo migliore per difendere noi stessi e i nostri valori, è
diffondere i benefici dello sviluppo economico e far progredire la democrazia
nei paesi dove oggi si reclutano i futuri terroristi". Clinton ha esortato
Bush a imparare la lezione della seconda guerra mondiale, quando l'America per
sradicare definitivamente il fascismo varò il piano Marshall, aiutando la
ricostruzione dei paesi che erano stati i suoi peggiori nemici.
Sulla stessa linea è intervenuto al World Economic Forum il presidente della
Banca mondiale James Wolfensohn, che ha attaccato gli Stati Uniti per non aver
mantenuto gli impegni presi al G8 di Genova, sul raddoppio degli aiuti ai paesi
più poveri. "Sono irrisori i 50 miliardi di dollari che le nazioni
industrializzate dedicano agli aiuti allo sviluppo ha detto Wolfensohn spendere
di più per la lotta alla povertà non è solo moralmente giusto, è anche
nell'interesse dei leader politici ed economici riuniti qui a New York, è una
polizza assicurativa contro il terrorismo futuro".
Sono temi che cominciano a far breccia nella kermesse mediatica di Davos a
Manhattan. In un sondaggio realizzato fra i chief executive delle più
grandi aziende del mondo, riuniti qui, solo un terzo degli intervistati crede
che la globalizzazione ridurrà il divario tra i ricchi e i poveri. Se a Seattle
erano gli agricoltori protezionisti e i sindacati Usa a manifestare contro il
Wto per paura della concorrenza dai paesi emergenti, se a Genova gli slogan
antiglobal mobilitavano movimenti terzomondisti e ambientalisti, lo shock
dell'11 settembre ha creato dubbi anche nel cuore dell'America: la libertà di
circolazione di uomini e idee non ha solo esportato il modello americano nel
mondo, ha anche importato qui l'odio antiamericano e il terrorismo.
Al tempo stesso l'élite mondiale si sente più che mai legata al destino
dell'America. La scelta di portare Davos a New York è stata felice: mai come in
questi mesi i governanti e gli industriali europei hanno guardato in questa
direzione per avere leadership. L'America non li ha delusi sul piano militare,
con un successo insperato sul difficile teatro afgano. Perfino nella crescita
economica sarà ancora l'America a ripartire per prima, spiazzando un'Europa
incapace di crescere da sola.
Federico Rampini
-
La Repubblica 1 febbraio 2002
|
|