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VIVA LA TOBIN TAX (DI BERNARD CASSEN) |
da Le Monde Diplomatique, settembre 1999
Il professor James Tobin, premio Nobel per l'economia nel 1981, dal suo ufficio alla Yale University osserva con un po' di stupore e molta simpatia il successo che la sua proposta di tassare le transazioni sui cambi sta avendo attualmente in numerosi paesi, in particolare in Francia. Al di là del "granello di sabbia" nei meccanismi della speculazione e delle somme considerevoli che se ne potrebbero ricavare per il bene comune dell'umanità, la Tobin tax è diventata il simbolo della volontà di riconquista degli spazi democratici confiscati dalla finanza.
di Bernard Cassen
Ci sono dei segni inequivocabili: se, con il comportamento da gregge che caratterizza gli operatori finanziari, banchieri, ministri, "esperti", economisti e giornalisti ben pensanti spendono tanta della loro preziosa energia per combattere una proposta, allora vuol dire che ne hanno percepito l'impatto popolare e quindi il pericolo che rappresenta per gli interessi di cui sono i portavoce. E' proprio quello che sta succedendo con il progetto della Tobin tax. Questa tassa, proposta nel 1978 dall'economista e premio Nobel statunitense James Tobin, come è noto mira a tassare le transazioni monetarie (operazioni di cambio tra monete) a un tasso molto
basso, dallo 0,1% allo 0,25%.
In tal modo non si penalizzano le attività dell'economia reale (importazioni, esportazioni, investimenti), ma si infila un "granello di sabbia" nei meccanismi della speculazione. Dopo due decenni di cospirazione del silenzio attorno a questa proposta, siamo passati ai bombardamenti: ormai, tutta la "comunità" della finanza, assieme ad amici e clienti, è sul ponte per far barriera a questa maledetta tassa. Per esempio, tra due tappe del suo raid sulla Société Générale e Paribas, Michel Pébereau, presidente-direttore generale della Bnp, ha trovato il tempo di partecipare a un convegno per spiegare a lungo che questa tassa era impossibile da varare, inefficace e, senza ridere, ingiusta (1).
Tre le argomentazioni invocate, fin dalla primavera del 1988 (2) dal ministro francese dell'economia e delle finanze, Dominique Strauss Kahn (3), da Olivier Davanne, consigliere del primo ministro (4) e in molteplici articoli apparsi sui giornali. La prima argomentazione è che la Tobin tax "non è applicabile senza un ampio accordo internazionale". Ma chi ha mai detto il contrario? Questa osservazione vale logicamente anche per tutte le proposte di riforma del sistema finanziario internazionale, ivi comprese quelle del governo francese. Tanto più che Pébereau fornisce lui stesso la ricetta quando spiega che "gli operatori dei mercati sono
molto creativi e fanno lavorare l'immaginazione in modo molto efficace per inventare strumenti che consentono di sfuggire alla tassa appena questa viene varata". La controffensiva degli speculatori Non osiamo credere che questo ex ispettore delle finanze raccomandi la capitolazione senza dare battaglia ai frodatori.
Preferiamo leggere la sua osservazione come un appello alla creatività degli esperti di tutti i ministeri delle finanze dei Quindici, della Commissione di Bruxelles e della Banca centrale europea per elaborare modalità di applicazione della tassa Tobin, neutralizzando o limitando le possibilità di frode, argomento sul quale esiste d'altronde un'abbondante bibliografia (5).
Non hanno già dimostrato il loro valore, del resto, montando l'operazione assai più complessa del varo dell'euro? Secondo tentativo di controffensiva: "Non sarà certamente una tassa di qualche decimo di punto sui movimenti di capitale a dissuadere gli investitori dallo speculare su una svalutazione dell'80% della rupia indonesiana in pochi giorni". Ma chi ha detto che in casi estremi, la tassa dovrebbe soltanto elevarsi a qualche decimo di punto? E chi, a parte i guardiani dell'ortodossia liberista, protesterà contro misure più draconiane, come il controllo dei cambi, manovra di cui la Malaysia o Taiwan hanno dimostrato di
recente l'efficacia? In realtà, esiste tutta una panoplia di azioni possibili (6) per combattere l'entrata di capitali puramente speculativi, i quali, quando si ritirano brutalmente, come è successo in Asia orientale nel 1997, provocano il crollo del tasso di cambio. In particolare, come è stato sperimentato in Cile a partire dal giugno 1991, è possibile imporre l'obbligo di un deposito non remunerato del 30% presso la banca centrale, per la durata di un anno, che accompagni ogni prestito accordato da banche straniere a imprese o banche locali. La soppressione dei flussi finanziari provenienti da o diretti verso i paradisi fiscali è evidentemente il corollario indispensabile di qualsiasi
politica seria contro la speculazione.
Resta il fatto che, in una situazione di normalità, una tassa dello 0,1% su ogni transazione attuata sui mercati dei cambi permetterebbe di incassare ogni anno 228 miliardi di dollari cifra calcolata sulla base dei 1.587 miliardi di dollari che, secondo la Banca dei regolamenti internazionali (Bri), rappresentava nel 1998 il volume quotidiano di questo tipo di transazioni (7). I recenti rapporti della Banca mondiale (Indicatori di sviluppo) e del Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (Undp) (Rapporto mondiale sullo sviluppo umano), che dimostrano la formidabile esplosione delle ineguaglianze indotta dalla globalizzazione e l'estrema povertà subita da 1,7 miliardi di esseri umani che
vivono con meno di un dollaro al giorno, costituiscono un drammatico catalogo dei bisogni elementari dell'umanità non soddisfatti. I 228 miliardi di dollari della Tobin tax potrebbero essere impiegati utilmente.
Rimane l'ultima trovata contro la tassazione delle transazioni speculative, ripresa, senza dubbio per disperazione e senza la minima apparenza di demagogia, da Pébereau: "Creata per colpire gli speculatori, rischia di essere pagata soprattutto da innocenti operatori degli scambi internazionali, che sarebbero penalizzati senza vera ragione e in modo ingiusto". Chi sono in effetti questi "innocenti operatori"? Gli importatori o esportatori, che agiscono nell'economia reale, e che vorrebbero farci credere che sarebbero messi in ginocchio da una tassa dello 0,1% o dello 0,2% pagata una volta per tutte?
Bisogna ricordare che il volume mondiale annuo degli scambi di beni e servizi è dell'ordine di 6.000 miliardi di dollari, cioè l'equivalente di meno di quattro giorni di speculazione. Questi quattro giorni, ai quali siamo generosi ne aggiungeremo l'equivalente di un'altra quindicina (per gli investimenti diretti all'estero e le operazioni di copertura contro i rischi di cambio), devono occultare i circa 220-240 giorni lavorativi annuali dedicati alla speculazione pura? Per esempio, nel corso del solo mese di gennaio 1999, al momento della svalutazione del real brasiliano, gli "innocenti operatori" delle banche presenti in Brasile hanno realizzato, in piena "equità", utili da 4 a 8 volte
superiori a quelli realizzati in tutto l'esercizio 1998! Dopo aver fatto il giro di tutti gli argomenti sollevati contro la Tobin tax e preso la misura della loro fragilità, quando non si tratta di inanità, ci rendiamo perfettamente conto che i problemi che la tassa pone non sono quelli evidenziati dai suoi detrattori. Il non detto, che brucia loro le labbra, è che una tale misura sarebbe la consacrazione del ritorno del politico in un campo che è più esattamente, che si è definitivamente escluso da esso, al termine di due decenni di spossessamento sistematico dello stato (leggere a pag.7 l'articolo di Riccardo Petrella).
Se i politici e i governi cominciassero a tassare la speculazione, significherebbe che riprendono piede e hanno qualcosa da dire nella sfera finanziaria, che non si affidano più all'autoregolazione dei "mercati", mentre tutto è stato fatto per dare a questi ultimi un potere egemonico. Un pericoloso precedente che, non si sa mai, potrebbe portare a rimettere in causa, tra l'altro, la libertà di circolazione dei capitali, l'insufficiente tassazione dei redditi finanziari, l'indipendenza della Banca centrale europea ecc. Molto più dell'entità della tassa in sé perfettamente assorbibile dal sistema finanziario e, per questo, elemento di stabilizzazione è proprio il suo carattere emblematico che
angoscia i neoliberali.
Simmetricamente, è questo stesso carattere emblematico che ne spiega il successo presso l'opinione pubblica, testimoniato, anche se questo non è certo il suo solo asse di azione, dallo sviluppo sorprendente dell'associazione Attac in Francia e la creazione di molte altre Attac in Europa, in Africa e nelle Americhe (8). Un bersaglio è stato chiaramente evidenziato: i mercati finanziari, di cui conviene capire bene il modo di funzionamento per combatterne la dittatura. Un'arma: la Tobin tax, perché mira a un modo particolarmente scioccante di far soldi speculando sui soldi, anche a prezzo di una svalutazione non solo di monete, ma di società intere. E beninteso, questa tassa costituisce una
prima tappa che sarà seguita da altre. Un obiettivo: riconquistare gli spazi perduti dalla democrazia e da coloro che hanno il ruolo di rappresentarla, i politici a profitto della finanza.
La tassa Tobin negli ultimi tempi ha preso una dimensione internazionale che va oltre le proposte iniziali del suo autore: la stabilità del sistema monetario internazionale. Proposte formulate, in più, in un contesto ideologico americano dove il potere della sfera finanziaria non viene percepito come antinomico rispetto all'esercizio della democrazia (leggere, a pag. 25 l'articolo di Herbert I.Schiller). Questo spiega perché il professor James Tobin abbia potuto dichiarare di recente: "Il fatto che il mio sistema di tassazione delle operazioni di cambio venga assimilato a una riforma di sinistra, per me resta un enigma" (9).
Di fronte ad operatori finanziari incapaci di pensare al di là del bilancio quotidiano dei profitti e delle perdite, questa osservazione è perfettamente giustificata. Invece, essa sottovaluta la forte dinamica di riappropriazione della cittadinanza, di cui la battaglia per questa tassa è già veicolo in società non ancora totalmente prigioniere del corsetto liberista. Strauss Kahn, che lo sa bene, anche se eccelle nel confondere le piste, ha pensato di poter invocare l'autorità del professore statunitense per suggerire che, alla fine, questa tassa non è veramente di sinistra, come lo sarebbero dunque quelli che, come lui, la rifiutano (10).
Lo sforzo finlandese E' in seno all'Unione europea che la battaglia per la Tobin tax può attualmente avere maggiore impatto. Non soltanto perché, tecnicamente, la zona euro potrebbe costituirsi senza difficoltà in "zona Tobin" (11), ma anche perché il governo di uno stato membro, la Finlandia, ha messo questa tassa nel suo programma.
Il ministro finlandese dell'industria e del commercio, Erkki Tuomioja, se ne è fatto avvocato.
La Finlandia, che ha la presidenza dell'Unione nel secondo semestre del 1999 e quindi controlla l'ordine del giorno dei consigli dei ministri e dei consigli europei, ha così la possibilità di dimostrare che, tra i Quindici, non tutto viene deciso tra Berlino, Londra, Madrid, Parigi e Roma, e che un "piccolo" paese può prendere un'iniziativa esemplare (12).
Un'iniziativa che, dopo il disinteresse generale per l'elezione del parlamento di Strasburgo, mostrerebbe ai cittadini europei che non bisogna disperare di una costruzione comunitaria fin qui condotta nel solo nome del mercato.
note:
(1) Intervento in occasione del convegno "Si deve regolare il sistema finanziario internazionale?", organizzato a Parigi dalla commissione finanze, economia generale e del piano dell'Assemblea nazionale, il 25 maggio 1999. Gli atti di questo convegno sono appena stati pubblicati dall'Assemblea nazionale.
(2) La coincidenza tra l'inizio di questa offensiva anti-Tobin e la creazione, il 3 giugno 1998, dell'Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie per l'aiuto ai cittadini (Attac) attualmente presieduta dall'autore di questo articolo non può essere fortuita... Attac: 9 bis, rue de Valence, 75005 Parigi; tel. 0033143363054; fax 0033143362626.
(3) Per esempio, in un documento che accompagnava il progetto di finanziaria per il 1999, il ministro aveva consegnato ai deputati una lunga tiritera, completamente fuori tema, contro la tassa Tobin. Con il risultato paradossale che tre emendamenti a quel progetto di legge, che chiedevano precisamente l'adozione di quella tassa, sono in seguito stati presentati da membri della sua maggioranza parlamentare! Nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 1998, Strauss Kahn, svegliato all'improvviso da un suo collaboratore, ha dovuto precipitarsi nell'emiciclo per impedire che venissero adottati...
(4) Olivier Davanne, rapporto del Consiglio di analisi economiche, Instabilité du système financier international, La Documentation française, Parigi, 1998.
(5) Invitiamo a far riferimento, in particolare, al contributo di Suzanne de Brunhoff e di Bruno Jetin, "La taxe Tobin et la régulation des mouvements de capitaux" nel volume Finance, production et crise, a cura di François Chesnais, che esce a settembre 1999 per le edizioni La Découverte/Syros. Cfr.
egualmente, di quest'ultimo autore, Tobin or not Tobin, L'Esprit frappeur, Parigi 1999.
(6) Se ne trova la lista nel contributo di Bruno Jetin, "Controler les flux de capitaux, c'est possible!", nell'opera collettanea di Attac: Contre la dictature des marchés, che esce a settembre in coedizione La Dispute/Syllepse/VO Editions, Parigi.
(7) Suzanne de Brunhoff e Bruno Jetin, op. cit.
(8) Dopo circa un anno di esistenza, Attac conta in Francia più di 11mila iscritti, circa 120 comitati locali (uno dei quali all'Assemblea nazionale, forte di 80 parlamentari). Associazioni Attac sono state costituite, o sono in via di costituzione, in Italia, in Germania, in Argentina, in Austria, in Belgio (in particolare a Bruxelles, in seno alle istituzioni europee), in Brasile, in Spagna, in Grecia, in Irlanda, in Lussemburgo, in Marocco, in Norvegia, in Portogallo, in Russia, in Senegal, in Quebec ecc. Per saperne di più: http://attac.org
(9) Intervista pubblicata in Politique internationale, primavera 1999.
(10) Le Canard enchainé, 30 giugno 1999.
(11) Cfr. il contributo di Bruno Jetin, op. cit.
(12) I cittadini d'Europa, e non solo, potrebbero incoraggiare il governo finlandese a prendere questa iniziativa contattando direttamente il ministro delle finanze, Sauli NiinistÜ (sauli.niinisto@vm.vn.fi; fax 358-9-160-4712), il ministro del commercio estero, Kimmo Sasi (kimmo.sasi@formin.fi) e il ministro dell'industria e del commercio, Erkki Tuomioja (erkki.tuomioja@ ktm.vn.fi).
(Traduzione A.M.M.)
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