VERTICE
DEL WTO IN QATAR (2) |
Wto
il negoziato rischia di fallire
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Doha
(Qatar) - L’incubo di Seattle comincia ad
aleggiare anche su Doha, dove ieri è entrato nel
vivo il confronto tra i 142 Paesi della World
Trade Organization per mettere a punto una
piattaforma comune sull’avvio di un nuovo ciclo
di negoziati per la liberalizzazione dei commeri.
Lo stesso vertice del Wto lo ammette: “C’è
molta preoccupazione fra le delegazioni per il
possibile fallimento della conferenza - ha
sottolineato il portavoce ufficiale, Keith
Rockwell - e non è affatto certo che la distanza
che separa la posizione dei diversi Paesi possa
essere colmata”. |
Anche
il sottosegretario italiano alle Attività produttive,
dolfo Urso, lo conferma: “Quello del Wto è un
pessimismo reale”. Il clima di entusiasmo che sabato ha
accompagnato il voto unanime sull’ingresso della Cina e
ieri di Taiwan sembra svanito,, non appena dato il via
alle trattative. Stati Uniti, Europa e Paesi in via di
sviluppo appaiono in contrasto su tutto, dai sussidi
all’agricoltura, alle quote di importazione tessile,
dalla protezione della proprietà intellettuale
(soprattutto quella legata all’industria farmaceutica)
alle regole per il lavoro, fino alla tutela ambientale.
Divisioni
per blocchi, ma anche trasversali, mche pasano Paese per
Paese o gruppo di Paesi per gruppo di Paesi. “Da una
parte c’è la posizione rigida degli Usa - notano alcuni
funzionari europei -, dall’altra le nazioni meno
sviluppate non sembrano più disposte a compromessi
generici, sono pronte a singole concessioni solo in cambio
di qualcosa di concreto”. In altri termini, come ha
spiegato il ministro del commercio dell’Uganda, Edward
Rugumayo, i Paesi ricchi devono pensare a migliorare le
condizioni di quelli poveri se vogliono che importino di
più i loro prodotti. Così, di fronte all’impasse, il
Consiglio generale dell’Unione Europea ha messo a punto
una bozza di mediazione sul problema più rovente, quello
dei brevetti farmaceutici, nella speranza che possa
raccogliere l’adesione di tutte le delegazioni e aprire
la strada a un confronto più costruttivo anche sugli
altri argomenti della conferenza.
Su
questo punto, infatti, tra America e Paesi in via di
sviluppo è muro contro muro, giapponesi e svizzeri non
sono disposti ad accettare che i diritti delle industrie
farmaceutiche vengano violati, se non in casi di estrema
emergenza sanitaria, limitata nel tempo. I Paesi in via di
sviluppo vogliono invece che sia permessa la produzione e
distribuzione di prodotti alternativi a basso prezzo per
combattere le epidemie che dilagano in molte aree povere,
a cominciare dall’Aids. E che possono produrli non solo
i Paesi che devono affrontare un’emergenza sanitaria sul
loro territorio (questo è già consentito) bensì Paesi
“terzi” da cui poi possano acquistarli. Una linea che
vede schierati in primo piano India e Brasile, i quali
hanno ribadito che, comunque, anche senza un accordo
continueranno a vendere farmaci a basso costo, aggirando i
brevetti delle grandi industrie farmaceutiche. E la
proposta europea va proprio in questa direzione, ma
rimanda al comitato sulla proprietà intellettuale la
defezione, entro la fine del 2002, delle modalità
attraverso le quali consentire la distribuzione dei
farmaci alternativi. Si tratta di una bozza che verrà
presentata oggi, alla quale sono legate non poche chances
di salvare la conferenza di Doha.
Corriere
della Sera, 13 novembre 2001 - di Giancarlo Radice
Wto,
accordo sui salvavita
Doha
(Qatar) – Un brivido di paura e di angoscia.
Sui grandi schermi disseminati nel centro congressi
dello Sheraton Hotel scorrono le immagini delle fiamme che
divorano un quartiere di New York e la quarta conferenza
mondiale del Wto si paralizza. Incidente o attentato? Ed
è il direttore generale del Wto, Mike Moore, a commentare
la nuova tragedia ricordando che essa “è un monito
perché tutti ricordino quanto siamo fragili, ma non credo
– ha aggiunto – che cambierà gli sforzi dei ministri
nel fare il proprio dovere per i rispettivi paesi
e nel cercare di creare un mondo
con una più ampia partecipazione dove le
differenze siano superate con l’impegno dei paesi
civili, col governo della legge e con un sistema che
permetta a ogni nazione di avere un posto paritetico allo
stesso tavolo”.
Con
questo impegno i ministri hanno lavorato per tutta la
giornata alla ricerca di un accordo che ora appare più
vicino. Anche perché l’ostacolo principale sul quale si
sarebbero potute frantumare le speranze di rilancio del
Wto dopo il fallimento di Seattle è diventato il passe
par tout per aprire la porta verso la conclusione del
summit prevista per questa sera. L’intesa sui farmaci
salvavita dopo aver diviso il fronte mondiale del
commercio lo hanno riunito. Un passaggio politico
importante che in molti hanno interpretato come una saggia
scelta dei paesi ricchi ma che è più realistico vedere
come una vittoria dei paesi poveri. Insomma un risultato
che pare dare ragione al ministro del commercio estero
dell’Uganda, Edward Rugumayo, che l’altra sera ha
citato un proverbio africano secondo il quale “la
velocità di uno sciame di locuste è determinata dalla
velocità della locusta più lenta”. Come dire che alla
fine chi è più avanti è obbligato ad aspettare chi è
rimasto indietro. In questo caso restare indietro
significa non disporre delle medicine per curare malattie
che decimano intere popolazioni, non avere i mezzi per
produrle e i soldi per comprarle.
Ora
la bozza d’intesa prevede che in caso di emergenza
sanitaria (aids, malaria, tubercolosi ed altre epidemie)
le nazioni più povere possono far produrre a paesi terzi
anche privi di brevetto e dunque comprare da questi a
prezzi accessibili le medicine necessarie per fronteggiare
la situazione. La linea del Brasile e dell’India è
prevalsa sulle rigidità di Stati Uniti e Svizzera.
“L’UE è soddisfatta di questo orientamento”, ha
detto il portavoce del negoziatore UE Pascal Lamy. Adesso
la speranza è che, per una sorta di effetto domino in
positivo, i farmaci si trascinino dietro anche gli altri
punti sui quali oggi si dovrà trovare un punto di
incontro. Tra questi c’è l’agricoltura sulla quale
sembra prevalere il gruppo di Cairns (i diciotto paesi
maggiori esportatori del settore) che vogliono
l’eliminazione totale e graduale dei sussidi. Resta da
vedere come in questa giornata finale si può trovare una
soluzione anche su problemi quali l’ambiente, gli
standard lavorativi, l’antidumping, il tessile. Vuol
dire che esiste la volontà di trovare un’intesa da
riempire col tempo di contenuti che tengano conto delle
istanze sollevate dai sindacati e dagli ambientalisti
molti dei quali militano nelle file del popolo no global.
La
Repubblica, martedì 13 novembre 2001
- di Salvatore Troppa
Commercio
mondiale, il no della Francia
Doha
(Qatar) - A
due anni di distanza
dal fallimento di Seattle, la World Trade
Organization rimette in moto la macchina del commercio
internazionale. Ieri notte le delegazioni dei 142 paesi
del Wto riunite a Doha hanno completato il confronto sul
documento destinato a riaprire un nuovo ciclo triennale di
negoziati per l’ulteriore liberalizzazione degli scambi.
Il “si” viene ormai dato per certo. E avrebbe forti
conseguenze, perché l’intrigo di norme, clausole e
codici contenuti in quelle pagine, spesso incomprensibili
ai non addetti ai lavori, delinea una realtà che può
comportare il maggiore
sviluppo di intere nazioni, la creazione o la
distruzione di milioni di posti di lavoro. Secondo la
Banca Mondiale, per esempio, rimovendo tutte le barriere
di commercio (tariffarie e non), il reddito complessivo
dei paesi meno avanzati crescerebbe ogni anno dai 200 ai
500 miliardi di dollari, cioè da 450 mila fino a un
milione e 250 mila miliardi di lire. E a Doha proprio i
paesi in via di sviluppo sono riusciti per la prima volta
a far sentire la loro voce all’interno della Wto, in
molti casi a imporla. In campo agricolo, per esempio. O
nell’industria tessile.
Ma
il risultato di maggiore rilievo per il Sud del mondo
resta quello legato al principio che il diritto alla vita
vale di più dei brevetti con cui la grande industria
farmaceutica protegge i suoi investimenti con la ricerca
scientifica. Seguendo questa linea, la conferenza di Doha
ha infatti stabilito che i paesi in via di sviluppo
avranno la possibilità di acquistare da paesi “terzi”
medicinali a basso costo, alternativi a quelli coperti da
brevetto, necessari per affrontare emergenze sanitarie
come l’Aids, la malaria, la tubercolosi ed altre
epidemie. L’accordo che si sta profilando sul documento
finale è stato comunque in forse per l’intera giornata,
con le trattative più volte sul punto di infrangersi
definitivamente, riproponendo lo spettro del fallimento di
Seattle.
In
una delle tante fasi di stallo si è fatto sentire anche
l’emiro del Qatar, Sua Altezza lo sceicco hanad bin
Khlifa Al-Thani che a metà pomeriggio ha lanciato l’aut
aut alle 142 delegazioni: “Bisogna raggiungere
un’intesa entro mezzanotte perché passata quell’ora
inizia il Ramadan e sarete tutti considerati soltanto dei
graditi ospiti dell’emirato”. Semplici turisti,
insomma. Ma subito dopo, la Francia ha minacciato di
abbandonare il summit decretandone il fallimento: il
ministro del commercio, Francois Huwart, si è nettamente
opposto all’ipotesi di “graduale azzeramento” dei
sussidi all’agricoltura. Gli Stati Uniti, dal canto
loro,hanno confermato la pregiudiziale sul tessile:
inaccettabile, per Washington, la prospettiva di un rapido
smantellamento del sistema delle “quote” che
attualmente limitano l’export dei prodotti dei paesi in
via di sviluppo verso quelli ricchi.
Tantopiù
che il Congresso Usa è pronto a porre il veto. E anche
per l’Europa i rischi di pregiudicare il proprio settore
industriale tessile sono consistenti. A notte fonda,
però, hanno cominciato ad aprirsi i primi spiragli.
Sull’agricoltura, si va verso la “consistente
riduzione” dei sussidi. Sul tessile, verso l’aumento
delle quote, destinate infine a sparire del tutto nel
2005. Sulla tutela ambientale legata al commercio e sulla
determinazione di standard minimi non se ne parlerà fino
alla prossima conferenza Wto: i paesi in via di sviluppo
non vogliono saperne. L’Europaconquista invece consensi
sul fronte del riconoscimento dei prodotti a origine
controllata.
Corriere
della Sera, mercoledì 14 novembre 2001
- Di Giancarlo Radice
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