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VERTICE DELL'UNIONE EUROPEA A SIVIGLIA (2)

Ampliamento dell'Unione Europea a est


«Meno ostacoli per l’allargamento». Prodi: strada spianata dalla neutralità di Dublino. Ma Schroeder: non lo pago io


SIVIGLIA - Presidente Prodi, che novità ci sono sull’allargamento?
«Ah, tutto bene. La presidenza ha risolto i problemi di calendario. Tutto procede secondo le previsioni». Oggi c’è stato il documento con cui il Consiglio accoglie la dichiarazione di neutralità dell’Irlanda. Per l’allargamento, in vista del referendum, sembra la rimozione di un ostacolo...


«Non c’è dubbio. Il documento di Dublino va nella giusta direzione. Favorisce, elimina un argomento spurio. In qualche modo spiana il cammino. Sia il benvenuto».
Interpellato nei corridoi del palazzo dei congressi sivigliano, dove si svolgono i lavori del Consiglio europeo che conclude il semestre di presidenza spagnola, il presidente della Commissione europea si riferisce alla dichiarazione irlandese che i capi di Stato e di governo presenti nel capoluogo andaluso hanno ieri accolto. 

Il principali passaggi del testo irlandese sono stati riprodotti in un documento dell’Unione, che prende atto della neutralità di Dublino e pertanto non pone ostacoli alla presa di distanza degli irlandesi da accordi difensivi o da decisioni comuni, anche quando si tratti di partecipare ad azioni umanitarie o d’interposizione. L’importanza di questa presa d’atto della posizione di Dublino affonda le sue radici nel referendum con cui, nel prossimo autunno, gli irlandesi dovranno ratificare in referendum il Trattato di Nizza. Il riconoscimento europeo della specificità irlandese favorirà indubbiamente l’esito della consultazione e, pertanto, come dice Prodi, «spianerà il cammino» dell’allargamento.


Al Prodi ottimista, in ogni caso, faceva ieri il contrappunto una curiosa risposta del portavoce del presidente della Commissione. Nel corso di un briefing quasi monografico sull’immigrazione e con alcune notizie sulle riforme istituzionali, Jonathan Faull è stato interrogato sull’allargamento. «E’ la grande priorità, lo sarà per la presidenza danese, ma non se n’è parlato. Tutti i leader sono coscienti dell’importanza, si lavorerà duro». Il portavoce ha anche fatto riferimento alla relazione che esiste tra l’apertura a nuovi soci dell’Unione e il piano per il controllo delle frontiere esterne, altro tema che sta a cuore, preoccupa ed è stato oggetto di analisi e dibattito dai Grandi presenti a Siviglia.
Il percorso verso l’allargamento sembra dunque non interrompersi e il calendario mantiene l’obiettivo del 2004 per l’apertura della porta europea ai nuovi arrivati. Naturalmente, se verranno chiarite posizioni e spianati ostacoli non ancora completamente superati. Per esempio, la posizione tedesca, ribadita da Schroeder ancora una volta proprio alla vigilia di questo Consiglio europeo. «L’allargamento è nell’interesse nazionale della Germania - ha detto il cancelliere - perché il nostro è un paese che dipende dalle esportazioni. Per questo noi abbiamo bisogno di mercati e di paesi con cui avere rapporti commerciali».


Detto ciò, Schroeder non dimentica quello che è un chiodo fisso della politica tedesca: la contrarietà all’estensione dei sussidi agricoli ai nuovi paesi membri. «Non può essere - insiste il cancelliere - che la Germania debba sempre mettere di più per soddisfare le richieste degli altri». Da Berlino si ricorda che l’estensione della politica agricola dell’Unione a 25 stati membri farà lievitare i costi di otto miliardi di euro l’anno, un prezzo che «non può trovarci d’accordo», ribadisce il cancelliere «perché noi ci siamo impegnati a raggiungere per il 2004 un bilancio vicino al pareggio».


La posizione tedesca ha provocato una risposta fortemente critica da parte del Lussemburgo. Il premier del granducato, Jean-Luis Juncker, ha detto che «non si può sottomettere la questione dell’allargamento e della riunificazione solo ai plafond dei budget nazionali». Gli ha fatto eco l’ex presidente della Cdu, Wolfgang Schaeuble, membro del governo-ombra di Edmund Stoiber, candidato conservatore alla cancelleria. Posizioni come quella di Schroeder, ha detto Schaeuble, «alimentano risentimenti contro l’Europa». Ma questa, come dice con ottimismo Prodi, va avanti e aprirà le porte ai nuovi soci.

Il messaggero, 22 giugno 2002, Josto Maffeo

 

L'Unione Europea e l'immigrazione

Al vertice di Siviglia una mediazione. Non passa l’idea italiana di una polizia comune di frontiera, ma l’Unione ripartirà le spese per il controllo delle coste Immigrazione, la Ue al primo giro di vite. Niente sanzioni. Ma aiuti ai Paesi poveri che collaborano a frenare i clandestini e li riaccolgono

SIVIGLIA - Alla fine di un travaglio lungo sei mesi e dopo quarantott’ore di schermaglie, veti e rinvii, i Quindici hanno raggiunto l’accordo sull’immigrazione. Nell’intesa non esiste traccia della tolleranza zero. Ma non trova asilo neppure la linea del volemose bene. E viene affermato il principio che l’assalto dei migranti è un problema di tutta l’Unione. E che tutti, presto o tardi, dovranno contribuire al controllo delle frontiere esterne di Spagna, Italia, Grecia. «Nessuno però si illuda, questo non è che l’inizio», raccomanda il presidente della Commissione, Romano Prodi.


Il Consiglio europeo lascia l’Andalusia tenendo a battesimo un bebè chiamato "strategia comune contro l’immigrazione clandestina". E se è vero che mancano all’appello le sanzioni contro i Paesi poveri che non contrastano il transito e la partenza dei clandestini. Quelle invocate alla vigilia da José Maria Aznar, Silvio Berlusconi e Tony Blair. E’ anche vero che, d’ora in poi, l’Unione inserirà negli accordi di associazione e cooperazione con gli Stati del Terzo Mondo una "clausola di riammissione". «E come daremo aiuti a chi collabora nel contrastare l’immigrazione illegale», teorizza Prodi, «potremo non aiutare chi invece non coopera». Nessuna punizione per i cattivi, ma premi per i buoni.


Come avviene a conclusione di ogni compromesso, tutti si dichiarano vincenti. «Va bene così, sono soddisfatto. L’Europa potrà mettere in discussione gli accordi con i Paesi che non ci aiuteranno a contenere l’assalto dei clandestini», sostiene Berlusconi. «Siamo arrivati a una soluzione ragionevole», celebrano Aznar e Blair. E, sull’altro fronte, canta vittoria il francese Jacques Chirac: «E’ stato deciso un approccio equilibrato e umano, fondato sul dialogo e sull’incitazione piuttosto che sulle punizioni. Con i Paesi poveri è inutile agitare la sciabola, spesso si rivela di legno».


Eppure, tra venerdì e sabato, lo scontro è stato duro. La Francia ha posto quello che Berlusconi chiama «veto assoluto». Chirac, con l’aiuto della Svezia e del Belgio, ha fatto cancellare dal documento finale qualsiasi riferimento alle sanzioni. E quando, su pressing di Italia, Spagna e Gran Bretagna, ha accettato la "clausola di riammissione", con la «valutazione sistematica delle relazioni con i Paesi che non cooperano nel combattere l’immigrazione illegale», il presidente francese ha piantato due paletti.
Il primo: la reazione dell’Unione «non dovrà mettere a rischio gli obiettivi di cooperazione allo sviluppo». Non dovrà, insomma, tagliare i fondi. Il secondo: la decisione di estrarre il cartellino rosso dovrà essere «presa dal Consiglio all’unanimità». «Ma chi tra i Quindici esprime un veto», chiosa poco amorevolmente Berlusconi, «si assume sempre precise responsabilità. In più, nel Consiglio ci si dà del "tu", c’è ironia, ci si scambia battute. Certo, ci sono anche i francesi...».


Non meno aspro è stato lo scontro sulla creazione di una polizia di frontiera europea. Anche qui la partita si è chiusa con un pareggio. L’idea proposta dall’Italia, che aveva presentato perfino uno studio di fattibilità, è stata bocciata dai Paesi nordici in nome del principio della sovranità nazionale. Ma Roma, Madrid, Atene e la Commissione hanno incassato - anche se per ora solo in linea di principio - la disponibilità dei partner a esaminare la possibilità di una ripartizione dei costi ("burden sharing") per il controllo delle frontiere mediterranee dell’Unione. Quelle più esposte all’assalto dei clandestini. La decisione è prevista per dicembre al summit di Copenhagen, dove la Commissione presenterà uno «studio sulla suddivisione degli oneri finanziari».


Già a Siviglia, però, i Quindici si sono impegnati a avviare entro la fine dell’anno «operazioni congiunte» di controllo dei «confini esterni». E a lanciare «immediatamente progetti pilota aperti a tutti gli Stati interessati». In più, il Consiglio «propone in maniera pressante», «la creazione senza ritardi di una unità comune di esperti». L’obiettivo di questa task-force, composta dai capi di servizi di frontiera dei Quindici, sarà «coordinare misure di cooperazione pratica». Tante belle idee che trovano Prodi prudente: «Bene, ma questo è un settore dove l’Unione non può permettersi alcun ritardo. Stavolta dobbiamo a tutti i costi mantenere le promesse».

Alberto Gentili - Il Messaggero, 23 giugno 2002

 

Le conclusioni del vertice


Giscard: una riforma urgente? Via l’euro-burocratese. Avanti con l’allargamento ad Est, ma i timori di intoppi restano: il referendum irlandese può bloccare il processo

SIVIGLIA- L'allargamento della Ue ai paesi post-comunisti del'Est europeo non subirà ritardi. Si sono lasciati con questo impegno i premier europei a conclusione dei lavori del "vertice". «Non ci sarà alcun cambiamento di data, procediamo nei tempi previsti e secondo la tabella di marcia» hanno assicurato all'unisono José-Maria Aznar e Romano Prodi. Stando a questo scenario, l'Unione europea conterà 25 Stati membri forse già nel 2005-2006. La fine dei negoziati d'adesione è prevista entro dicembre di quest'anno alla vigilia del Consiglio europeo di Copenaghen e i cittadini dei paesi con le carte in regola potrebbero votare nella primavera del 2004 per eleggere il nuovo Europarlamento. 

Se i "Quindici" hanno confermato, ieri, queste buone intenzioni nel corso di una colazione di lavoro cui erano stati invitati i 13 capi di governo dei paesi candidati, alcune incertezze sono lungi dall'essere state fugate. Sull'allargamento pesano come una cappa di piombo il referendum, con cui gli irlandesi saranno chiamati in ottobre ad approvare la ratifica del Trattato di Nizza e la vertenza aperta dalla Germania che non intende accollarsi il peso maggiore dei costi dell'operazione nel settore agricolo. «L'ampiamento ai paesi dell'Est è uno straordinario obiettivo politico, ma noi tedeschi non possiamo continuare a pagarne il prezzo in termini di finanziamento dei sussidi diretti agli agricoltori» ha ribadito, ieri, il cancelliere Gerhard Schroeder.

In chiaro, non solo c'è il rischio che un nuovo "no" dell'elettorato irlandese blocchi l'intero processo, ma l'irrigidimento della Germania potrà essere superato soltanto al prezzo di faticose trattative tra i partner Ue. Ottimista, il presidente francese, Jacques Chirac, si è detto «assolutamente convinto» che il problema sarà risolto «dopo le scadenze elettorali in Germania». Rinviato il dibattito su questo tema scottante, il "vertice" ne ha affrontati altri con risultati che, a parte il contenzioso sull'immigrazione, sono stati definiti «positivi» e «promettenti» da quasi tutti gli interessati. Nel presentare una prima relazione sui lavori della Convenzione, l'ex-presidente francese Valery Giscard d'Estaing ha insistito sulla necessità urgente di abolire l'"eurocratese", cioè il linguaggio per iniziati parlato dai burocrati di Bruxelles e dai politici ma che la gente difficilmente capisce. «Il nostro linguaggio- ha egli ha spiegato- è incomprensibile e per averne una prova basta chiedere ad un abitante di Siviglia se conosce la differenza tra una direttiva europea e un regolamento, per non parlare della miriade di sigle e di acronimi sconosciuti al pubblico». Quanto alla Convenzione sul futuro dell'Europa, finita la fase di ascolto, comincia adesso la fase di studio con l'obiettivo di arrivare ad una «proposta equilibrata e globale in vista di un Trattato costituzionale».

Il "vertice" si è impegnato anche ad avviare una riforma che dovrebbe mettere fine al "gigantismo" delle euro riunioni, creando strutture più leggere con una forte riduzione della pletora dei vari Consigli dei ministri Ue. Con una "Dichiarazione sul Medio Oriente", i premier sottolineano che «un regolamento del conflitto può intervenire attraverso un negoziato ed unicamente attraverso un negoziato». Secondo gli europei, si tratta «di porre fine all'occupazione israeliana e di creare rapidamente uno Stato palestinese democatico, affidabile e pacifico». La riforma dell'Autorità palestinese è giudicata «essenziale», ma «le operazioni militari condotte nei territori occupati devono cessare e le restrizioni alla libertà di circolazione devono essere tolte».


Il Messaggero, 23 giugno 2002, R.D.

 

 

 

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