VERTICE
DELL'UNIONE EUROPEA A SIVIGLIA (1) -
22 e 23/06/2002 |
Lettera
di Prodi ai leaders europei
Lettera del
presidente della Commissione ai leader europei in vista del
vertice di Siviglia che comincia domani. «Uniamo i nostri
sforzi»
Prodi: la Ue contro i clandestini. «Ma l’immigrazione legale
è una buona cosa e serve a noi tutti»
BRUXELLES -
«Noi non faremo nessuna concessione sull'immigrazione
clandestina e sul traffico di esseri umani che la trascina così
spesso, perchè si tratta di un crimine e di un insulto ai
diritti dell'uomo. Ma l'immigrazione legale è una buona cosa
per l'Europa». È questo il messaggio «molto chiaro»
sull'immigrazione che il presidente della Commissione Ue Romano
Prodi chiede di inviare ai cittadini dal vertice Ue di Siviglia.
In una lettera inviata ai capi di Stato e di governo, alla
vigilia del summit europeo del 21-22 giugno, Prodi afferma di
sostenere pienamente la decisione dei Quindici di fare della
lotta all'immigrazione clandestina la priorità dei lavori.
Se non si danno risposte alle preoccupazioni dei cittadini
rispetto a questo fenomeno, quanto fatto finora «rischia di
impantanarsi», scrive Prodi. Per combattere l'immigrazione
clandestina «noi possiamo fare molto se uniamo i nostri sforzi
e mobilitiamo i mezzi considerevoli di cui disponiamo, sia sul
piano interno che esterno», aggiunge.
Il presidente dell'esecutivo Ue invita però a non trascurare
altri aspetti importanti legati all'immigrazione, «in
particolare i mezzi per assicurare un'integrazione armoniosa
della popolazione immigrata». Per Prodi, l'immigrazione legale
«è una fonte di vitalità di cui l'Europa che invecchia ha
bisogno». Spiega: «Il carattere multiculturale delle nostre
società è oggi una realtà e noi dobbiamo essere aperti a
tutti gli aggiustamenti necessari affinchè questa pluralità e
diversità etnica siano un successo, a condizione, benintenso,
del rispetto dei valori fondamentali delle nostre società
libere e democratiche».
Ai capi di Stato e di Governo della Ue, che si riuniranno a
Siviglia nel fine settimana, il presidente della Commissione Ue
chiede anche di dare un nuovo impulso al processo di
allargamento della Ue, procedendo nella riforma delle
istituzioni europee e risolvendo «in tempo utile» la questione
dei pagamenti diretti agli agricoltori dei paesi candidati nel
quadro della Politica agricola comune (Pac). Nella lettera
inviata ai Quindici, Prodi sottolinea la necessità di risolvere
le numerose questioni rimaste in sospeso nel Trattato di Nizza,
relative in particolare all'organizzazione dei lavori e alla
formazione delle decisioni di una Commissione e di un Consiglio
europei allargati a 25-30 membri. «Come si ripartiranno le
responsabilità all'interno di una Commissione che conterà 25 o
30 membri? E come il Consiglio potrà funzionare efficacemente
se un "giro di tavolo" richiederà fino a quattro ore?»,
chiede Prodi. Il quale ricorda i punti salienti della riforma
interna dell'esecutivo da lui proposta, basata sulla
costituzione di "aree di competenza" tra commissari,
coordinate ciascuna da vicepresidenti. Il presidente ricorda il
rapporto di Javier Solana e della presidenza di turno spagnola
della Ue («che sostengo interamente») sul nuovo funzionamento
del Consiglio e il rapporto Corbett «che apre prospettive
interessanti per il Parlamento europeo».
Nella lettera ai Quindici, infine, Prodi parla di alcuni
problemi più prettamente economici e invita a mantenere gli
impegni presi a Barcellona. Scrive il presidente: «L’adozione
dei Grandi orientamenti di politica economica del 2002 deve
inviare un messaggio rassicurante circa la credibilità del
coordinamento delle politiche economiche su cui si basa la
nostra moneta unica e permetterci inoltre di prevedere gli
sviluppi dinamici delle nostre politiche. Sono i cambiamenti
strutturali a lungo termine, associati alle riforme economiche,
sociali e ambientali e alla stabilità economica che hanno
permesso alla Ue di far fronte ai recenti shock e che
garantiranno un elevato livello di crescita e di occupazione».
Il
messaggero, 21 giugno 2002, Amedeo Cortese
Il
nodo chiave del vertice di Siviglia
Immigrazione,
l’accordo è a portata di mano. Ma resta aperto lo scontro
sulle nuove regole per evitare la paralisi nell’Europa
allargata
SIVIGLIA- E'l'immigrazione il nodo-chiave su cui si gioca il
successo o il fallimento del "vertice" europeo. In un
clima di cauto ottimismo, i premier sono quasi tutti convinti
che l'accordo sia a portata di mano. Dovrebbe bastare qualche
ritocco cosmetico al documento preparato dalla presidenza di
turno spagnola della Ue, col pieno sostegno dell'Italia e del
Regno Unito, per far voltare pagina all'Europa nella lotta
contro l'immigrazione clandestina. José-Maria Aznar, Jacques
Chirac, Gerhard Schroeder, Silvio Berlusconi e gli altri capi di
governo approveranno stamane, quasi senza discutere, un
programma che prevede il rafforzamento dei controlli alla
frontiere esterne della Ue e la creazione di una polizia di
frontiera europea. Più problematico appare, alla vigilia della
riunione, il via libera al testo sulla «necessaria
collaborazione coi paesi terzi» e sulla opportunità di
prendere sanzioni nei confronti dei paesi giudicati «non
sufficientemente cooperativi». I governi francese e svedese si
sono finora rifiutati di stabilire «un legame diretto» tra le
sanzioni e le misure anti-immigrazione. «Ci sta bene la
fermezza, ma non vogliamo che siano penalizzate le popolazioni
dei paesi in via di sviluppo» ha ribadito ieri il ministro
degli Esteri di Parigi, Dominque de Villepin, mentre Catherine
Colonna, portavoce del presidente Chirac, ha spiegato che,
invece di minacciare sanzioni, gli europei dovrebbero aumentare
gli aiuti ai paesi poveri da cui provengono i flussi migratori.
Se il cancelliere Schroeder e Romano Prodi nutrono anch'essi
delle riserve, la linea dura gode dell'appoggio della
maggioranza e con qualche mini-concessione sembra destinata a
passare. Altri temi sui quali il confronto si annuncia serrato
sono l'allargamento della Ue, le riforme istituzionali e i
"dossier" di politica estera. I "Quindici"
dovrebbero confermare il calendario che prevede la fine dei
negoziati coi paesi candidati entro quest'anno, in vista della
loro adesione nel 2004. Di fatto, Aznar, nella sua veste di
presidente di turno del Consiglio europeo, propone di rinviare
al prossimo semestre il chiarimento sulla questione sollevata
dal rifiuto della Germania di accollarsi un terzo dei
finanziamenti agli agricoltori dei futuri Stati membri. Il
probabile risultato del rinvio sarà uno slittamento dei tempi
per la creazione dell'Europa allargata ai paesi post-comunisti.
Senza contare che il referendum irlandese sul Trattato di Nizza,
previsto per ottobre, rischia di bloccare l'intero processo. Va
ricordato per chiarezza che una delle condizioni per l'o.k. ai
paesi candidati consiste nell'approvazione del Trattato di Nizza
da parte degli attuali 15 partner. Stando ai sondaggi
d'opinione, gli irlandesi sono tentati di votare "no"
una seconda volta, ciò che aprirebbe una vertenza
politico-giuridica di difficile soluzione.
Oltre che sull'immigrazione, uno scenario di scontro è molto
probabile qualora sul tavolo dei premier dovessero arrivare,
senza essere stati approvati dai ministri finanziari, i Gope
(Grandi orientamenti di politica economica) col loro strascico
di polemiche sui deficit di bilancio di Francia, Germania,
Portogallo e Italia. Non decisivo ma pur sempre conflittuale, si
preannuncia il dibattito sulle proposte per migliorare il
funzionamento dei Consigli dei ministri Ue condannati a sicura
paralisi in un'Europa a 25. I due punti più controversi
riguardano la rinuncia alla regola del consenso nei
"vertici" europei e la scissione in due formazioni
distinte del Consiglio affari generali che adesso si occupa un pò
di tutto, quasi trascurando la politica estera. A proposito di
quest'ultima, Aznar e i suoi ospiti prenderanno posizione sui
recenti sviluppi del conflitto arabo-israeliano e sulla crisi
nei rapporti India-Pakistan.
Il
messaggero, 21 giugno 2002, Romano Dapas
L'Unione
Europea e i clandestini
Divisioni e
contrasti al Consiglio di Siviglia. Rinviata l’ipotesi di una
polizia europea di frontiera. Berlusconi: tutti si facciano
carico dei costi di sorveglianza Immigrati, compromesso sulle
sanzioni
Passa un mezzo giro di vite: ai Paesi poveri imposta la clausola
di riammissione dei clandestini
SIVIGLIA - Solo questa mattina José Maria Aznar scoprirà le
ultime carte. Ma è ormai scontato che dopo scontri e divisioni,
trattative snervanti e rinvii, i Quindici rinunceranno a fare la
faccia feroce contro i Paesi da dove salpano i boat-people,
gli immigrati clandestini. La linea della tolleranza zero,
incarnata fino alla vigilia del Consiglio europeo da Gran
Bretagna, Spagna e Italia, è uscita ridimensionata. Per dirla
con il presidente Romano Prodi, «si è affermato un messaggio
in positivo, invece dell’approccio punitivo». Insomma:
l’Unione europea non colpirà, sospendendo gli aiuti per lo
sviluppo, quei Paesi poveri che non collaborano adeguatamente ad
alzare un argine contro l’immigrazione illegale. Ma, in
prospettiva, qualche punizione potrà scattare se verrà violata
la "clausola di riammissione" dei clandestini,
inserita nei futuri trattati di cooperazione.
La svolta buonista è avvenuta fin dalle prime battute del
vertice. Aznar aveva annunciato che intendeva chiudere il
semestre di presidenza spagnola, con un accordo
sull’immigrazione. Tant’è, che aveva inserito il tema al
primo punto dell’ordine del giorno del summit di Siviglia. Ma
ieri mattina, quando ha visto Francia, Svezia, Portogallo,
Finlandia, Belgio, Irlanda, Lussemburgo puntare i piedi,
ribadire il proprio "no" alle sanzioni economiche, il
premier spagnolo ha ripiegato. Ha rotto la triangolazione con
Silvio Berlusconi e Tony Blair. Ed è corso, con l’aiuto del
suo ministro degli Esteri, Josep Piqué, a cercare una
mediazione «capace di tenere conto di tutte le sensibilità».
Così, come d’incanto, dalla bozza di accordo è scomparsa la
frase: «Sospensione degli accordi di cooperazione allo sviluppo».
Vale a dire, le sanzioni. Ed è apparsa questa formulazione: «Dopo
che i meccanismi comunitari esistenti saranno utilizzati senza
risultato, il Consiglio potrà constatare all’unanimità una
ingiustificata mancanza di collaborazione da parte di un Paese
terzo nella gestione dei flussi migratori. In questo caso, il
Consiglio potrà adottare misure o posizioni nel quadro della
politica estera e di sicurezza comune dell’Unione, rispettando
al contempo gli impegni già presi e senza rimettere in
discussione gli obiettivi di cooperazione e di sviluppo».
Insomma, una bella virata. Nessun accenno alle sanzioni. Un
colpo di spugna sull’ipotesi di denunciare e far decadere gli
attuali patti di cooperazione. In più, per qualsiasi
"condanna" di un Paese di transito o di partenza dei
clandestini, viene introdotta la regola dell’unanimità.
Condizione, su questo fronte, praticamente irrealizzabile. O
quasi.
Ma la linea italiana e britannica qualche risultato l’ha
ottenuto. Berlusconi può affermare: «Nei trattati bilaterali
di riammissione dei clandestini saranno previste sanzioni». E
nella bozza del documento finale, l’Unione garantisce che «in
tutti i futuri accordi di cooperazione e di associazione che
l’Unione concluderà», dovrà essere «inserita una clausola
sulla gestione dei flussi migratori e di riammissione».
Inoltre, «una insufficiente cooperazione da parte di un Paese»
nel controllo dei propri porti, coste e confini, «renderà più
difficile l’approfondimento delle sue relazioni con l’Unione
europea». Per dirla con un consigliere diplomatico italiano: «Non
è molto, ma non è neppure poco». Effettivamente, un mezzo
giro di vite c’è stato.
Del tutto a vuoto, invece, è andato l’affondo di Grecia,
Spagna e Italia per l’istituzione di una politica europea di
frontiera. I Paesi nordici, Svezia in testa, durante
l’esplorazione dello studio di fattibilità italiano, hanno
obiettato: «La sorveglianza delle frontiere è un’attività
sovrana che non si può cedere a un’istanza superiore». E
Piqué ha tirato le somme: «Vedremo cosa si potrà fare nel
medio-lungo periodo. L’importante è essere pratici e avviare
un reale coordinamento fra gli stati membri, per una gestione
comune delle frontiere esterne. L’attuazione di questo
approccio comune può essere tranquillamente lasciato alle
polizie nazionali...».
Proprio da qui, scatta l’ultimo braccio di ferro. Berlusconi
chiede: «Tutti i Paesi dell’Unione devono condividere i costi
dei controlli delle nostre frontiere, perché le coste di
Italia, Spagna e Grecia sono ormai delle banchine d’attracco
dei clandestini». Prodi, che in qualche misura ha la chiave
della cassa dell’Unione, ribatte: «L’idea di una equa
suddivisione degli oneri finanziari delle politiche comuni
sull’immigrazione è chiaramente sul tavolo. Ma i governi non
possono pensare che esista un pozzo senza fondo chiamato
bilancio comunitario, dal quale attingere ogni qual volta c’è
un’intesa unanime». Come dire: d’accordo, ma allora
Germania, Francia, Gran Bretagna... sgancino un po’ di euro in
più.
Il
messaggero, 22 giugno 2002, Alberto Gentili

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