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VERTICE Del world economic forum a davos (28/01 - 2/02/2001)

 

DAVOS - Il popolo delle proteste è sbarcato con bandiere, slogan e rabbia nel santuario svizzero appannaggio di Mercedes e visoni per sfidare i big della Terra e urlare un altro no alla globalizzazione selvaggia: a due mesi dalla battaglia di Seattle contro la Wto, un migliaio di ambientalisti ha infranto il divieto di manifestare imposto dalle autorità elvetiche e ha sfilato nella cittadina di montagna a poche centinaia di metri da Bill Clinton, ospite del World Economic Forum.


Una protesta che ha lasciato dietro di sé un poliziotto ferito alla testa, una vetrina in frantumi, due limousine danneggiate, uno striscione pubblicitario in fiamme, scritte sui muri e un tappeto assai poco ecologico di bottiglie di plastica. "Uno straordinario successo", proclama
José Bové, il leader dei paysans, i contadini francesi divenuti l'avanguardia europea della guerra alle multinazionali. Alla fine la polizia svizzera arresterà due manifestanti.


Lui - colbacco in testa e pipa accesa sotto la neve - è il protagonista del corteo: lo attendono per marciare i Verdi italiani e svizzeri, lo cercano le telecamere, lo temono agenti e soldati schierati in forze. E di tanta attenzione finisce per farne le spese, visto che conclude la giornata con un corpo a corpo con la polizia, gli occhi mezzo accecati dalla schiuma lacrimogena, la schiena bersagliata da proiettili di gomma.
Anche stavolta - come era avvenuto in grande stile per Seattle - a fare da tam tam sono stati i siti web specializzati: centri sociali, Verdi e "rifondaroli" italiani, organizzazioni ecologiste, ma anche movimenti per i diritti del popolo curdo, maoisti, filo-zapatisti, arrabbiati tout court si sono passati parola via internet. Appuntamento, ieri a mezzogiorno, a Heidiland, una stazione di servizio a un'ora di auto da Davos.

Poi via, tutti insieme, la testa coperta dalla keffiah d'ordinanza, il dito medio levato al cielo in segno di sfida agli elicotteri che sorvegliavano fin dal mattino la zona.

Una dozzina i pullman incolonnati, un po' in ritardo i francesi, bloccati - racconteranno poi dai telefonini - da estenuanti controlli alla frontiera. Folta la delegazione italiana con i verdi Grazia Francescato, Athos De Luca, la Pratesi , l'europarlamentare di Rifondazione Luisa Morgantini e sette pullman.
Forti dell'esperienza negativa di Seattle, le forze di sicurezza svizzere trattano con i guanti di velluto i manifestanti - non autorizzati - in arrivo. Controlli nei bagagliai, ma niente di più, vengono lasciati passare, possono parcheggiare a un passo dal centro. Delusione in un gruppetto con i capelli rasta e la faccia buia, quando cominciano a sfilare infilano i passamontagna. Bandiere del "Che", la faccia di Mao, "Il proletariato non ha nazione, internazionalismo rivoluzione", "Bandiera Rossa trionferà", ma anche "No al cibo modificato", "Non credete al World Economic Forum". Un frullato di abbasso ed evviva che spazia attraverso decenni e battaglie. Sei ragazzi si arrampicano in un deposito di legname, rompono delle tavole di legno e se ne impossessano.

Luisa Morgantini cerca di fermarli: "Niente violenza", implora. Risposta: "Ci impongono tanto orrore ogni giorno, è giusto che per un giorno tremino loro".

E' il via libera. Un poliziotto che prova a bloccarli finisce a terra, una pozza di sangue sporca il ghiaccio sotto la testa. Legnate su due macchine. Inutili le transenne di ferro intorno al Mc Donald's, una viene lanciata contro la vetrina. "Siamo qui per chiedere regole a tutela della salute, per dire che la vita non è una merce, ma questa è una protesta pacifica, non violenta", urla al megafono la Francescato.

La risposta è una salva di fischi e mortaretti. Pallate di neve contro i poliziotti che spianano i lacrimogeni e si proteggono con scudi di vimini.
Uno striscione pubblicitario di Mc Donald's prova a fare il verso al vecchio slogan "Pensare globale, agire locale", con un ironico "Pensare globale, mangiare locale".

Il gioco, però, non viene gradito: la scritta finisce in un gran falò puzzolente di plastica, che presto chiama al girotondo decine di manifestanti.
Ma i riflettori si sono ormai allontanati dai casseurs che cominciano a smobilitare. Qualche centinaio di metri più in là, invece, Bové e i suoi premono sulle transenne.

Il leader dei paysans sventola l'invito ricevuto dal patròn del World Economic Forum, Schwab, un invito in realtà declinato già da tempo in nome della fedeltà alla piazza. "Voglio che Schwab venga qui a parlare", urla il re dei contadini francesi.

Per qualche decina di minuti sembra che l'incontro stia per avvenire, ma in realtà non accade nulla. I paysans perdono la pazienza, la polizia ordina di indietreggiare, spintoni. Un agente spruzza schiuma lacrimogena sulla faccia di Bové. Urla, panico: "Fascistes, fascistes". I poliziotti sparano proiettili di gomma, colpita alla testa anche la Morgantini. "Ecco la violenza dei padroni del mondo", tuona ai microfoni il capo della delegazione francese. Infine anche l'ultimo flash di rabbia si spegne e i manifestanti rimasti si allontanano confondendosi tra sciatori ignari di rientro dalle piste.

 

 

 

 

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