VERTICE
Del world economic forum a davos (27/01 - 2/02/2000) |
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Il recente
incontro di Davos, quello del 2000, avrebbe potuto
svolgersi all’insegna dell’ottimismo. Gli incontri dei
due anni precedenti si erano svolti sotto il segno della
crisi finanziaria ed economica del Sud-est asiatico, dei
contraccolpi di essa su Cina e Giappone e,
successivamente, sotto il segno delle crisi russa e
brasiliana. Ora l’economia mondiale va decisamente
meglio. |
Il Sud-est asiatico appare in netta ripresa,
Russia e Brasile sembrano aver superato il peggio, perfino
l’economia giapponese, dopo un decennio di stagnazione,
ha goduto nel 1999 di una sensibile crescita. L’economia
statunitense continua a marciare come un treno e quella
europea, finalmente, sembra avere imboccato la via di una
ripresa economica duratura.
Resta
qualche nube all’orizzonte: il default dell’Equador,
le crescenti difficoltà dell’Argentina a mantenere la
propria moneta agganciata al dollaro, specie dopo la
svalutazione del real brasiliano.
Anche il
Giappone, negli ultimi due trimestri, sembra tornato in
recessione sollevando il dubbio che la crescita del ‘99
fosse dovuta esclusivamente al formidabile aumento della
spesa e del deficit pubblici e che questi non abbiano
ancora provocato una capacità di ripresa autonoma del
sistema economico.
Le cose
dunque vanno decisamente meglio e un certo ottimismo
sarebbe stato spiegabile a Davos. E invece... la riunione
è stata caratterizzata da un evidente, pervasivo
malessere. L’ombra di Seattle è gravata su
quell’incontro. E non soltanto per il fallimento della
riunione voluta dal Wto, l'Organizzazione del commercio
internazionale, ma soprattutto per la forza della
contestazione al processo di globalizzazione che Seattle
ha messo in evidenza. Certo, le motivazioni dei
contestatori di Seattle erano diverse e contraddittorie.
Come ha affermato Ira Shapiro, una degli officials
che hanno partecipato agli incontri con i manifestanti,
"la sola cosa che unificava la maggior parte della
gente era un senso di rivalsa per il fatto di essere
trattata iniquamente dal sistema del commercio
globale". Mentre a Davos J. Sweeney, presidente del
sindacato Afl-Cio, avvertiva che "Seattle è stato
solo l’inizio [...] Se la globalizzazione porterà
ancora maggiori ineguaglianze, allora essa genererà una
reazione imprevedibile, che farà apparire Seattle come
una manifestazione addomesticata".
Alla
consapevolezza della fondatezza delle ragioni delle
contestazioni, presente a Davos, che certamente è un
segno di saggezza, specie in un momento di buon andamento
dell’economia internazionale, tuttavia faceva riscontro
un senso di impotenza. Per dirla con A. Friedman su Herald
Tribune: "L’establishment è consapevole
del problema".
Ma come i
partecipanti all’incontro hanno riconosciuto, è
evidente una completa mancanza di soluzioni". Dunque
Davos non può essere letta senza Seattle e Seattle non può
essere letta senza considerare il confronto sulla
globalizzazione che, da tempo, sta svolgendosi negli Stati
Uniti.
Una cosa
infatti Seattle rende clamorosamente evidente, ed è il
punto di vista che adotteremo in questo scritto, che gli
Stati Uniti hanno non soltanto l’indiscussa leadership
del processo di globalizzazione, nelle sue componenti
strategico-militare ed economico-finanziaria, ma hanno
anche la leadership del movimento di contestazione.
E questo
era già evidente nelle critiche formulate al processo di
globalizzazione in un dibattito che si è svolto quasi
esclusivamente negli Stati Uniti. Infine l’unica
risposta politica fornita ai contestatori, sia a Seattle
sia a Davos, è stata quella di Clinton e del suo staff.
Seattle ha
messo in evidenza un’altra cosa. Alcune forze trainanti
dell’attuale processo di globalizzazione fanno capo
all’attuale amministrazione, come la finanza
statunitense, presente nel governo per lunghi anni nella
persona del banchiere Rubin, potente ministro del tesoro.
Ma, è qui il bello, fanno riferimento all’attuale
amministrazione anche alcune delle principali forze
contestatrici, sindacati e ambientalisti in testa. Questo
vuol dire che la formazione del nuovo blocco sociale,
quello post-roosveltiano, intorno al partito democratico
presenta ancora notevoli contraddizioni. E la dialettica
tra queste contrastanti componenti della maggioranza
democratica può essere una chiave di lettura per quanto
avvenuto a Seattle e a Davos.
La critica
principale rivolta negli Stati Uniti, e perfino da membri
dell’amministrazione democratica, alla strategia di
globalizzazione prescelta riguarda la scelta di spingere
verso una totale liberalizzazione dei movimenti di
capitale, anche di quelli a breve. Scelta ritenuta da
molti la causa principale delle crisi finanziarie del
decennio trascorso. "Sebbene l’amministrazione
Clinton spesso parli a proposito della liberalizzazione
finanziaria come della cosa migliore per gli altri Paesi,
è peraltro chiaro che essa ha spinto per la
liberalizzazione del movimento di capitali in parte perchè
ciò era quello che volevano i suoi sostenitori
nell’industria bancaria" (New York Times, 15
febbraio 1999 e per fare un esempio, Laura D’Andrea
Tyson, per l’amministrazione Clinton) del consiglio
economico nazionale, mostrava il suo dissenso rispetto
"alla tendenza a fare di questo (totale
liberalizzazione del flusso dei capitali, ndr) un
approccio schematico senza riguardo alla dimensione e al
livello di sviluppo di un Paese".
Sempre la
stampa statunitense ha messo in evidenza la tendenza
dell’amministrazione statunitense a discutere e
intervenire direttamente nelle scelte economiche degli
altri paesi, quali Corea, Russia o Brasile o Thailandia...
decidendo sul da fare e trasmettendo le sue decisioni
attraverso il Fondo monetario internazionale (Fmi).
La linea
seguita dall’Fmi, sotto l’impulso statunitense e
soprattutto di Rubin, è stata caratterizzata da tre
direttrici, precise ma contraddittorie. Innanzitutto
massima liberalizzazione dei movimenti di capitali.
Questo era
alquanto strano, visto che quelle crisi non dipendevano né
dai deficit pubblici, né da inflazione ma da un eccesso
di indebitamento sull’estero dovuto appunto allo
spostamento dei capitali. E infine, difesa strenua di
tassi di cambio fissati politicamente, il che è
evidentemente contraddittorio rispetto alla scelta della
liberalizzazione dei movimenti di capitali. Queste scelte
sono una componente essenziale dei disastri finanziari
degli anni passati e hanno lasciato il dubbio che i
massicci interventi finanziari operati, alle sue
condizioni, dall’Fmi verso i paesi in crisi stessero,
come affermato dal premio Nobel M. Friedman,
"colpendo i paesi che ricevevano i prestiti e
beneficiando investitori esteri che quei prestiti avevano
erogato".
Nella fase
in cui la crisi asiatica debordò e fece esplodere
violentemente le crisi russa e brasiliana e l’intera
economia mondiale apparve sull’orlo del collasso
"Mr. Clinton disse che egli voleva attaccare la crisi
più direttamente e più apertamente. Egli voleva anche
che la sua amministrazione guidasse il modo di riformulare
il sistema finanziario globale, sì da ridurre il rischio
di altre crisi [...]. Dopo una telefonata con il primo
ministro Tony Blair, i due avevano convenuto che i leader
mondiali potrebbero manifestare e diffondere un senso di
urgenza circa l’esigenza di modificare l’ordine
economico internazionale – ma Clinton fu frustrato dalla
prudenza di Mr. Rubin" (Herald Tribune, 19
febbraio 1999). Il dissenso fra le due componenti
dell’amministrazione statunitense è diventato plateale
nel confronto fra le posizioni dell’Fmi e della World
bank (Wb) nell’ultima assemblea di queste due
istituzioni. Lo Fmi, il cui uomo forte è lo statunitense
Stanley Fisher, attraverso Camdessus affermava che
"il temporale è passato e l’orizzonte si sta
schiarendo" giacché l’Asia era in ripresa, e in
Russia e in Indonesia la situazione sembrava migliorare.
Ma J. Wolfensohl, presidente della World bank,
anch’egli statunitense affermava che "la crisi non
è passata [...] la sfida è appena cominciata [...] il
numero dei conflitti sembra probabile diventi sempre più
alto, la qualità dell’ambiente peggiorare, le disparità
tra ricchi e poveri diventare più ampie".
È
evidente che in questa analisi sono contenute alcune delle
critiche di fondo mosse dal movimento di Seattle ai
processi di globalizzazione, pur da un approccio che,
naturalmente, è decisamente favorevole alla
globalizzazione.
Già prima
di Seattle, e con Seattle, forse una fase si è conclusa,
culminata nella sostituzione di Rubin con Summer al tesoro
statunitense e con l’addio di Camdessus dall’Fmi. Ma
anche Stiglitz, il principale animatore della critica
della World bank nei confronti dello Fmi, ha lasciato,
ritenendo la posizione della banca mondiale non ancora
sufficientemente chiara.
L’incontro
di Seattle non è certo fallito soltanto per responsabilità
del movimento. Evidenti erano le contraddizioni fra i
partecipanti all’incontro. Da un lato i paesi emergenti,
timorosi di una troppo rapida liberalizzazione, ma decisi
a chiedere ai paesi avanzati l’abbattimento delle
protezioni che danneggiano l’export dei loro prodotti,
unico mezzo per bilanciare le importazioni di prodotti
tecnologici. Poi gli europei, orientati a difendere le
proprie enclave protette, dall’agricoltura al
tessile. E infine, ma non ultimi, statunitensi e
britannici desiderosi di fare un ulteriore passo verso la
liberalizzazione.
Per quanto
riguarda il movimento le sue contraddizioni interne sono
apparse evidenti, ancor più evidenti nelle richieste. Le
componenti contrarie alla globalizzazione chiedevano
infatti addirittura l’abolizione del Wto; mentre
ambientalisti e sindacati ponevano al centro l’esigenza
di lottare contro il dumping sociale, cioè contro
lo sfruttamento disumano del lavoro anche minorile e la
distruzione selvaggia di risorse naturali, che
caratterizzano attualmente lo sviluppo di alcuni paesi
emergenti. E questo richiederebbe al contrario un enorme
aumento dei poteri del Wto, che dovrebbe potere
intervenire contro le pratiche di dumping sociale,
con sanzioni. Ed è questa richiesta che ha irrigidito
maggiormente i paesi emergenti convinti che essa fosse
rivolta contro le loro chance di sviluppo.
Alla fine
hanno perso tutti. Certamente gli organizzatori e il Wto,
usciti ridimensionati. Ma anche i contestatori giacché il
Wto né scomparirà, né vedrà aumentati i suoi poteri.
La globalizzazione semplicemente continuerà ad andare
avanti come è andata avanti sinora.
È
difficile immaginare che l’amministrazione statunitense
a Seattle abbia sbagliato tutto. Le caratteristiche del
movimento dovevano essere note al governo, la sua
preparazione ha occupato i media per lungo tempo.
E i
contenuti della contestazione anche: le distruzioni
ambientali, l’instabilità, l’aumento delle
disuguaglianze, anche all’interno dei paesi avanzati e
degli Stati Uniti. Summer non ha certo scoperto a Davos
che in alcune zone degli Usa, come ha ricordato, le
probabilità di vita di un bambino sono inferiori a quelli
della Mongolia. Così come Clinton non ha scoperto a Davos
che gli statunitensi, come ha affermato, nonostante la
crescita ininterrotta di questi anni e i 20 milioni di
nuovi posti di lavoro creati sono diventati più
protezionisti. L’errore semmai è consistito
nell’illusione di poter trovare con il movimento un
accordo già a Seattle pensando che anche i contestatori
dovranno comunque vivere entro il processo di
globalizzazione. Ma è probabile che Clinton abbia voluto
utilizzare la spinta del movimento per sostenere il
mutamento di linea dei democratici americani rispetto alla
globalizzazione. In questa direzione va il suo messaggio
lanciato prima a Seattle poi a Davos: focalizzare
l’attenzione sulla lotta al dumping sociale,
assumendo la difesa dei diritti umani sul lavoro e
dell’ambiente come compito prioritario di tutti. Evitare
che le decisioni sulla globalizzazione vengano prese da un
ristretto gruppo di potenti e di tecnocrati, dando voce ai
paesi emergenti e ai movimenti.
Questo
messaggio è ancora privo di indicazioni concrete e
presenta un aspetto delicato. Ha già provocato la
reazione dei paesi emergenti che hanno contestato il
diritto della comunità internazionale di interferire
sulle condizioni di lavoro e sull’uso dell’ambiente
nei singoli paesi. Ed hanno avanzato il sospetto che
Clinton abbia concesso aperture con quel messaggio ai
sindacati e agli ambientalisti statunitensi per motivi
elettorali, e favorire la vittoria di Gore nelle prossime
elezioni presidenziali.
Eppure il
messaggio di Clinton appare coerente con la linea generale
che gli Stati Uniti stanno portando avanti nella visione
della globalizzazione. Coerente con le motivazioni
dell’intervento nel Kossovo, fatto in difesa dei diritti
umani, e condivisa dai governi europei. Del resto già a
Seattle Clinton aveva precisato che: "Io non credo
che gli Stati Uniti abbiano il diritto di chiedere
all’India, al Pakistan, alla Cina o a qualsiasi altro
paese di rinunciare al proprio sviluppo economico. Ma noi
abbiamo il diritto di dire che vi aiuteremo a finanziare
un differente modello di sviluppo".
E questo
è lo scambio proposto. Quello che apparve evidente dal
complesso delle affermazioni di Clinton è la sua volontà
di ridefinire il ruolo del partito democratico e degli
Stati Uniti nel processo di globalizzazione. E questo
impegno si sposa con quello di rilanciare il tema delle
politiche sociali nella campagna elettorale in corso negli
Stati Uniti. Siamo dunque di fronte a uno spostamento a
sinistra della linea generale del partito democratico. In
qualche modo, come appare anche in una recente intervista
a Business Week, Clinton prende atto che gli otto
anni del suo governo non hanno lasciato una impronta
chiaramente di sinistra, nonostante i successi che hanno
portato gli Stati Uniti a un livello di prosperità mai
raggiunto. Rivendica soprattutto il merito di avere
annullato il deficit pubblico e portato il bilancio in
attivo, considerando questa come la condizione per
rilanciare le politiche sociali.
Ciò che
appare chiaro nelle affermazioni di Clinton a Seattle è
tuttavia la volontà di mantenere l’egemonia del
processo di globalizzazione nelle mani degli Stati Uniti.
Non si fa riferimento alle istituzioni internazionali, lo
scambio proposto è fra Stati Uniti e paesi emergenti.
Anche in
questo vi è una coerenza con l’atteggiamento tenuto a
proposito dell’intervento nel Kosovo. Il messaggio
clintoniano è certamente importante ma lascia aperti
alcuni problemi. Innanzitutto si tratta ancora di una
posizione di principio, non c’è prova
dell’indicazioni di politiche concrete.
C’è poi
il problema degli europei, del modo come essi intendono
rapportarsi alla svolta clintoniana. Per i governi di
sinistra europei si tratta innanzitutto di aderire allo
spirito della svolta e di impegnarsi per tradurla in
politiche concrete rivolte certo a garantire il rispetto
degli standard di condizioni di lavoro e a limitare
la distruzione dell’ambiente, ma anche ad accelerare il
trasferimento di tecnologie e di risorse finanziarie e
imprenditoriali verso i paesi del terzo e del quarto
mondo.
E ad
aprire maggiormente i mercati dei paesi più ricchi ai
prodotti dei paesi emergenti. Quel che si chiede è
l’impegno affinché il ruolo dello Fmi, della Wb e delle
altre istituzioni economiche internazionali venga
ridefinito in rapporto alle esigenze di diffondere
l’avanzamento tecnologico e lo sviluppo; e di dare voce,
in essi, sia ai paesi emergenti sia alle organizzazioni
rappresentative della difesa dei diritti umani e
dell’ambiente. Tutto questo riguarda, tuttavia, solo un
aspetto del problema. Resta quello delle disuguaglianze
crescenti all’interno dei singoli paesi e quindi i
problemi di integrazione sociale, anche in quelli più
avanzati.
Il
problema è tanto più importante in quanto la crescita
delle disuguaglianze appare un fenomeno immanente al tipo
di sviluppo in atto.
Essa ha
origine, come dimostrano recenti ricerche negli Stati
Uniti, da una parte nella crescente differenziazione dei
livelli di acculturazione e di capacità di accesso alle
informazioni e dall’altra al crescente ruolo che il
possesso della ricchezza finanziaria ha nel determinare la
partecipazione ai benefici della crescita del reddito
nazionale. Commentando una di queste ricerche l’Economist
dell’11 settembre ‘99 rileva che "la ricchezza è
distribuita anche meno egualmente. L’uno per cento delle
famiglie più ricche possiede il 39% della ricchezza
nazionale, rispetto al 13% del reddito dopo le tasse. La
ricchezza è ora più concentrata tra le famiglie del
primo 1% e del primo 20% in America che in ogni altro
tempo dalla grande depressione in poi".
L’amministrazione
Clinton e il partito democratico, nell’avvio della
campagna elettorale, stanno rispondendo a questo problema,
rilanciando il ruolo redistributivo del bilancio pubblico.
Opponendo cioè alla proposta dei repubblicani - quella di
utilizzare quasi esclusivamente il formidabile attivo
creatosi nel bilancio pubblico per ridurre le imposte - la
proposta di un mix di misure rivolte sì a ridurre le
imposte, soprattutto per i meno abbienti, ma anche a
ridurre l’indebitamento dello Stato e, soprattutto, a
rilanciare i programmi sociali a cominciare da quello che
dovrebbe allargare la copertura sanitaria almeno a una
parte dei 50 milioni di americani che ne sono privi.
Questo
approccio è importante ma non può essere esteso
meccanicamente all’Europa
dove le politiche sociali sono storicamente più pervasive.
Anche qui tuttavia restano spazi per nuove politiche
sociali nei campi dell’istruzione, della formazione e
dei diritti degli anziani.
Il
rilancio di un ruolo redistributivo del bilancio pubblico
non appare comunque sufficiente a equilibrare la tendenza
alla concentrazione del reddito derivante dalla crescente
finanziarizzazione dei sistemi economici e a fronteggiare
i fenomeni di instabilità che essa produce, e che già si
sono manifestati nelle tre grandi crisi finanziarie
verificatesi nell’ultimo decennio.
È bene
ricordare che nel "secolo social-democratico",
per usare una espressione di Dharendorf, ma soprattutto
nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale la
regolazione della distribuzione del reddito è avvenuta
attraverso due grandi strumenti. Da una parte il bilancio
pubblico alimentato dall’introduzione delle imposte
progressive sul reddito e dall’altra dalle politiche dei
redditi. Queste ultime hanno garantito una sistematica,
proporzionale partecipazione dei lavoratori ai benefici
derivanti dai guadagni di produttività e garantito così
la domanda per l’espansione dei consumi di massa, che ha
rappresentato certamente un passo importante verso una
maggiore uguaglianza.
Oggi è
difficile riproporre le politiche dei redditi nei termini
in cui furono realizzate nei decenni passati, anche perché
la finanziarizzazione dei sistemi economici è un
processo, in larga misura inevitabile.
E la
ricchezza finanziaria svolge un ruolo crescente nella
distribuzione del reddito, producendo una distorsione
nelle motivazioni, dal momento che diffonde la convinzione
che non tanto dal lavoro, quanto dalla gestione del
patrimonio viene la possibilità di migliorare il proprio
reddito.
A questo
punto è evidente che un riformulazione della politica dei
redditi dovrà focalizzare anche il problema di una più
equa distribuzione della ricchezza finanziaria. Così come
più in generale le politiche economiche, ma soprattutto
la regolazione di istituzioni economiche internazionali,
dovranno sorvegliare la dinamica dei flussi finanziari
allo scopo di ridurre l’instabilità che la
finanziarizzazione produce.
E queste
sono tematiche tipiche di un impegno della sinistra,
giacché l’aumento delle disuguaglianze e
dell’instabilità, che l’attuale sviluppo comporta,
contrasta con le aspirazioni di maggiore uguaglianza e
sicurezza di cui la sinistra è storicamente portatrice.
(di
Silvano Andriani)
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