VERSATO
PER VOI E PER TUTTI: GIORNATA PER I MISSIONARI
MARTIRI (24/03/2008) |
"Versato
per voi e per tutti": è il tema della Giornata di
preghiera e digiuno, celebrata ieri, per i missionari
martiri: 21 i sacerdoti, religiosi, religiose e
seminaristi uccisi nel 2007
Ascolta il
servizio di Amedeo Lomonaco
Si
è celebrata la XVI Giornata di preghiera e digiuno per i
missionari uccisi. L’iniziativa, promossa dal Movimento
giovanile missionario delle Pontificie opere missionarie,
intende ricordare la testimonianza di unità e di amore
resa dai missionari che, con il loro esempio, incitano
ogni cristiano a vivere radicalmente il Vangelo. Il
servizio di Amedeo Lomonaco:
“Versato per voi e per tutti”: è il tema della
Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari
martiri. Sono parole, dense di senso, che accompagnano la
consegna del calice durante l’ultima Cena. E’ un
invito a riflettere sull’offerta di Gesù del proprio
sangue per la salvezza dell’umanità. Anche molti
religiosi hanno conosciuto il calvario e la croce. Chi
sono i martiri e a quale compito sono chiamati i
missionari? Risponde padre Marco Pifferi,
del PIME, superiore regionale e vicario episcopale per la
pastorale, da 20 anni in Guinea Bissau:
R. – Il martire è il testimone per eccellenza in
quanto fa della sua vita un dono agli altri. Allora,
questo “versato per voi e per tutti”, per me ha
proprio questo duplice significato. Innanzitutto,
“versato per voi”: per voi che io ho scelto e quindi
questa vita diventa dono per gli altri. In tutti i Paesi
dove ci troviamo, le sfide che ci vengono proposte sono
quelle di questa testimonianza, soprattutto di comunione,
di dialogo, di stima dell’altro. Il sangue è “versato
per tutti”: questa testimonianza diventa davvero fonte
di comunione in un mondo dove sembra che ci si chiuda
sempre di più all’altro; in quanto “altro”, in
quanto “fratello”, noi siamo chiamati a questa
testimonianza grande di unità e comunione.
La
Giornata di preghiera e digiuno per i missionari uccisi si
celebra nell’anniversario dell’assassinio
dell’arcivescovo di San Salvador Oscar Arnulfo Romero. Gianni
Novelli, direttore del Centro
interconfessionale per la pace ricorda le ultime parole
del presule:
R. – Oscar Romero alzò la voce, dando l’ordine:
“Vi supplico, vi prego, in nome di Dio, cessi la
repressione. Nessun militare è obbligato ad obbedire a
questi ordini che ha ricevuto”. La sera del 24 marzo,
mentre stava celebrando la Messa nella piccola cappella
dell’ospedale della Divina Provvidenza, dove si era
rifugiato, tra minacce di morte e pericoli,
all’offertorio, dal fondo della chiesa, con un unico
sparo, un militare lo uccise. Le sue ultime parole, mentre
teneva alzato il calice del pane e del vino: “Possa
questa nostra effusione di sangue essere fermento di pace
e di giustizia per questo nostro popolo”. Aveva detto:
“Possono pure uccidermi, ma non possono far tacere la
voce del vescovo della Chiesa e se mi uccidono io risorgerò
con il mio popolo che cammina nelle vie della
liberazione”.
Nel corso del 2007 sono stati uccisi 21 tra sacerdoti,
religiosi, religiose e seminaristi. A questo elenco
bisogna aggiungere i martiri del 2008: l’ultimo è
l’arcivescovo caldeo di Mossul, mons. Faraj Rahho. Sulla
ricchezza dei suoi insegnamenti, ascoltiamo il nunzio
apostolico in Iraq, mons. Francis Assisi
Chullikat:
R. – La tragica morte di mons. Rahho è stato un
momento difficilissimo per la Chiesa irachena e il popolo
cristiano. Lo hanno visto come un pastore che non ha
esitato ad immolare la propria vita per salvare il suo
gregge. Mons. Rahho è stato quindi un pastore dedito e
coraggioso che ha insegnato ai suoi fedeli il significato
di essere cristiani. Per lui essere cristiano significava
essere fedeli discepoli, pronti a seguirlo fino al
Calvario e, se necessario, fino alla morte sul Calvario.
E’ molto significativo notare che mons. Rahho veniva
sequestrato al termine della celebrazione della Via
Crucis, una Via Crucis che ha saputo interpretare e vivere
in carne propria fino ad immedesimarsi in Gesù, dando la
propria vita per il suo popolo.
In Iraq l’area di Mossul, dove nel 2007 sono stati
uccisi padre Ragheed Ganni, tre suoi subdiaconi e
recentemente mons. Rahho, è terra di martirio dove ogni
cristiano offre una forte testimonianza di fede. Padre
Amer Najman Youkhanna, sacerdote iracheno
dell’arcidiocesi di Mossul:
R. – Le testimonianze di fede in Iraq sono sempre più
forti, e questo è il frutto del sangue dei martiri che
annaffia questa pianta della fede con una lunga vita.
Continua questa testimonianza nonostante la difficoltà,
il dolore: non sono solo preti e vescovi che muoiono, ci
sono tanti fedeli. Purtroppo, per un cristiano vivere a
Mossul, oggi, è un martirio quotidiano, anche se non si
è uccisi. Il cristiano che vive a Mossul oggi, chiunque
sia, testimonia la sua fede in Gesù Cristo che è un
appello all’amore, alla fraternità, alla convivenza,
alla tolleranza, a rifiutare la violenza.
Nella
schiera dei martiri sono molti i “militi ignoti della
fede”, perseguitati perchè discepoli di Cristo e
apostoli del Vangelo. “Nella storia della Chiesa – ha
detto il Papa all’udienza generale del 10 gennaio del
2007 – non mancherà mai la passione, la persecuzione…
Ma anche nella nostra vita la Croce diventa
benedizione”.

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