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IL VANEGLO? C'E' L'ELOGIO DELL'IMPRESA (DI ALBERTO MINGARDI)

 Libero, 27 marzo 2002

"Ideologicamente ritardati": basta questa definizione schietta del cardinale Biffi per raccontare i mille colori dell’anticapitalismo nostrano. Dalla sinistra massimalista alla destra sociale, sono tanti i nomi, le sigle, le etichette che si ricamano addosso gli acchiappanuvole dell’ideologia. Laici, laicissimi apostoli di quella religione del consenso e del terrore che per anno zero ha il 1789. Ma anche molti cattolici, divisi fra il richiamo del mistero e la tentazione di un abracadra umanissimo, le magie impossibili del socialismo più o meno reale.

Ci vorrebbe un antidoto, servirebbe una vaccinazione. Forse c’è. La si può trovare curiosando fra le pagine di "Conversione" (Mondadori), caso letterario del momento. Leonardo Mondadori, top manager, bon vivant, milanese da bere, racconta a Vittorio Messori, aristocratico del giornalismo cattolico, il suo scarpinare felice sul sentiero che porta alla Verità. Una storia privatissima: il dono della fede, la riscoperta di quelli che si liquidano fastidiosamente come "valori", questo capicollare fra le braccia della Gioia, g maiuscola, negato ai più – quelli cui mancano l’occasione, e il nerbo, di credere.

Eppure, in questa storia di errore e speranza, in questo dialogo caleidoscopico sui massimi sistemi del quotidiano, spuntano insegnamenti semplici, rivelazioni choc. "Conversione" non è un libro politically correct, proprio perché la conversione – se non diventa un credere negli uccellini e nelle caprette, nell’ipocrisia new age di una religione senza tonache e funzioni, in un Dio fast-food che è solo un "personal trainer" dell’anima – non può essere politically correct.

Questa religiosità così rigorosa, ortodossa? sì ortodossa, di cui fa orgogliosa mostra Leonardo Mondadori è già uno schiaffo ai preti in blue jeans, ai missionari dell’ecumenismo, ai sacerdoti no global. Epperò i ceffoni si sprecano, in questo libretto smilzo, anticonformista, prezioso.

La prima sberla arriva quando Messori polverizza il mito dell’impegno, imprescindibile puntello del "credo" del cattocomunista perfetto. "L’impegno nella polis", figlio e padre del primato della politica, "ha provocato disastri terribili, con le sue ideologie rosse , nere e di ogni colore , elevate a religioni secolari e produttrici di cataste di morti e di sofferenze inenarrabili. Non va demonizzato; ma, con altrettanta certezza, va demitizzato". Parole a mezz’aria, che lasceranno a labbra socchiuse non pochi lettori, come all’improvviso abbandonati alla deriva, derubati della rassicurante certezza che la salvezza possa sgattaiolare fuori da un’urna elettorale, che la virtù diventi "legge" in Parlamento.

No. C’è un messaggio nascosto nel libro, abbozzato in controluce, tutto da decifrare. Né la politica né l’economia sono "cristiane" per definizione: ma fra le due, è più probabile che ci si possa incamminare sulle orme di Gesù coltivando la seconda anziché la prima. Messori applaude al "sano interesse concreto di ciascuno", levatrice di prosperità e pluralismo più di qualsiasi bene comune, e lo fa persino quando è tabù, s’inalbera in un elogio del mercato dove questo guai se si azzarda a entrare. E’ la cultura, che s’immagina patrimonio di tutti, da dispensarsi a ciascuno secondo i suoi bisogni, attraverso lo Stato.

Invece i cattolici, sussurra Messori, custodi di un serbatoio di verità potenzialmente letali per il leviatano("il cristianesimo, nel suo vero significato, distrugge lo Stato", dice Tolstoj) proprio i cattolici dovrebbero capire che "l’ingresso della ‘cultura’ nel deprecato mercato può rivelarsi un fattore di libertà". "La società aperta (...) passa anche dal libro non considerato dissimile dal fustino di detersivo, fabbricato solo se gradito a un numero sufficiente di casalinghe". Eccolo qui, capovolto, messo a testa in giù, il fiero dogma del laicismo, la ragion d’essere della scuola pubblica, l’abc di quel "comunismo intellettuale" che ha tanto successo su entrambi i lati dello spettro politico.

Non finisce qui: perché sarebbero solo opinioni, se Messori non spalancasse le Scritture. Si direbbe che ha provato a riconciliare Gesù e Adam Smith, il punto è che non ce n’è bisogno. Nel mirino, c’è la lettura pauperista dei Vangeli, quella che Cristo sarebbe stato il primo socialista, un divino proletario, e Marx in fondo è un velocista mentre Pietro è un maratoneta, ma vanno nella stessa direzione.

Anzitutto, Cristo – spiega Messori – non era certo un proletario: Giuseppe nei Vangeli è "tékton", falegname ma anche imprenditore, titolare di un’impresa più media che piccola. Quello in cui cresce Gesù è insomma "un ambiente sottratto alla povertà da un’operosità intelligente". E non se ne distacca negli anni della predicazione: i dodici "non vivevano alla giornata", avevano ricchi benefattori e un’amministrazione precisa. Un po’ come la Chiesa di ieri e di oggi, cui ancora si rimprovera, come a San Paolo "questa abbondanza che viene da noi amministrata".

Non ci può essere lotta di classe se si scruta nel cuore degli individui. Messori ricorda persino che nella buona novella ci sono "ricchi buoni" (come tanti amici, e seguaci, di Gesù) e "poveri cattivi", come la massa rabbiosa che "vota Barabba". Il peccato è un’esperienza universale, se ne infischia delle dichiarazioni dei redditi.

Quella di Vittorio Messori non è accondiscendenza, desiderio di compiacere l’uomo e ricco e potente che si trova a raccontare, a spiegare in primo luogo a se stesso, in questo "Conversione". E’ la voglia di scrollarsi di dosso il giogo pesante di quella mortificazione della vita economica che si accompagna, in certi cristiani, all’eresia di sognare il paradiso sulla terra.

Alberto Mingardi,  Libero, 27 marzo 2002