Ricerca personalizzata

Pagina iniziale
Preferiti

Contatti

Forum

GLOBALIZZAZIONE
Cos'è Storia 
cerca nel sito

Giovanni Paolo II e la globalizzazione

IL FENOMENO DELLA GLOBALIZZAZIONE

Forme globali
Teorie
Domande & risposte
Vertici & proteste
Articoli
Bibliografia
Glossario
Links

 

www.dittatori.it

 


MA CHI CONTESTA IL SUMMIT NON CONFONDA UTOPIA E RALTA' (RODOLFO HELG)

Il Sole 24 Ore, 20 agosto 2001

Gran parte dei problemi sollevati dal movimento anti G-8 (e più in generale anti-globalizzazione) sono reali e richiedono interventi urgenti per essere affrontati. Da qui nasce l'imbarazzo: non stanno forse mettendo sul piatto lo scandalo del miliardo e più di persone che vive con meno di un dollaro al giorno; la preoccupazione di livelli di inquinamento ambientale che, ramai con certezza scientifica, hanno contribuito ad alterare il clima mondiale? Il problema è che le questioni appena menzionate vengono mischiate con altri non problemi (per esempio il salario che la Nike  paga in Indonesia è molto più basso di quello pagato negli Stati Uniti), con soluzioni di dubbia efficacia (per esempio Tobin tax) o di certa inefficacia con effetti controproducenti (per esempio soluzioni al problema del lavoro infantile quali la certificazione dei prodotti o a quello del costo elevato delle medicine quali il non rispetto del sistema brevettale) e più in generale con una retorica anti-capitalistica che permette di fare grandi voli nel mondo dell'utopia, ma ci allontana irrimediabilmente dalla concretezza e dalla specificità dei temi da affrontare.

Il mondo diviso in modo manicheo tra buoni e cattivi e la scarsa disponibilità ad accettare la complessità dei fenomeni in gioco portano a scegliere soluzioni intuitivamente sensate, ma in pratica dannose per l'ottenimento del nobile obiettivo da raggiungere. È impressionante osservare la facilità con cui certe parole si sono diffuse acriticamente all'interno del movimento. In un certo senso siamo di fronte a una bolla speculativa non dissimile da quella che ha trainato le borse negli scorsi anni: i partecipanti al gioco parlano tra di loro generando fenomeni di auto-esaltazione a catena senza ragionare su voci che arrivano dall'esterno del movimento segnalando fatali errori di interpretazione della realtà.

Proviamo a fornire alcuni esempi. Il libero commercio internazionale è visto, in generale, come nuovo strumento di dominazione post-coloniale e di non sviluppo per i Paesi del Sud del mondo. Niente di più errato. Gli economisti non hanno ancora capito bene come funziona il processo di sviluppo economico (ne sono un esempio gli aggiustamenti di strategia adottati dalla Banca Mondiale negli ultimi 20 anni). Hanno però alcune certezze su cosa non funziona. Nel nostro caso si sa che la chiusura commerciale è un elemento negativo per lo sviluppo economico. Il dibattito è su come debba avvenire questa apertura.

Qualcuno all'interno del movimento accetta il ruolo positivo del commercio internazionale, ma sottolinea che in ogni caso l'ipocrisia sta nel fatto che i Paesi industrializzati siano più protezionisti di quanto lo sono i Paesi in via di sviluppo. Di nuovo: errato. I Paesi in via di sviluppo (Pvs) continuano ad avere barriere commerciali più elevate sul fronte dei dazi doganali il livello medio è dell'8% nei Paesi ricchi e del 21% nei Paesi poveri. È vero, però, che il protezionismo dei Paesi del Nord si concentra su alcuni settori (agricoltura, tessile e abbigliamento) in cui i Paesi in via di sviluppo hanno un vantaggio comparato. E qui, accanto ai nobili principi, entra in campo la più pragmatica difesa degli interessi costituiti. Nell'Ue la potente lobby degli agricoltori ha da sempre ostacolato tentativi di riforma del sistema degli aiuti agricoli, non solo protezionista, ma anche inefficiente. L'unica voce che si leva dal movimento su queste tematiche è quella del signor Bové che indica quale nuova via virtuosa quella di una bucolica autarchia agricola!

Un altro tema su cui il movimento anti-globalizzazione si trova oggettivamente in contrasto con gli interessi dei Pvs è quello degli standard di lavoro. Su questo argomento c'è ampio spazio per individuare meccanismi di intervento, ma nuovamente la retorica del movimento annulla qualsiasi possibilità di discussione razionale. La disuguaglianza degli standard di lavoro a livello internazionale è frutto dei differenti contesti sociali generati anche da livelli di sviluppo diversi. Basta voltarsi indietro per capire come in Europa si siano evoluti gli standard nel tempo. Su questi temi motivazioni etiche entrano in gioco  (per esempio nei riguardi del lavoro infantile), ma anche qui ci sono interessi da difendere nei Paesi del Nord del mondo. Alti standard di lavoro non solo significano condizioni di lavoro più agevoli, ma anche costi più alti e perciò vincoli più stringenti sulla competitività di prezzo dei prodotti. Da qui nasce la preoccupazione che la concorrenza internazionale possa generare una rincorsa verso il basso degli standard.

Il tema ha già creato problemi tra il nord e il sud del mondo alla conferenza ministeriale dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc) di Seattle per la volontà degli Stati Uniti e dell'Unione europea (in quella sede il movimento non era certo politicamente isolato!) di inserire l'argomento nell'agenda dei lavori. Da molte parti si ritiene che la sede propria per discutere di questi problemi non sia l'Omc, ma l'International labour office (Ilo). È notizia del mese scorso che l'Ilo ha accettato di prendere la guida delle discussioni multilaterali sulla dimensione sociale della globalizzazione. Vari rappresentanti dei Pvs hanno commentato positivamente questa notizia, sottolineando che tutto ciò non deve essere preso come una scusa per l'adozione di politiche protezionistiche. Questa evoluzione, che recepisce quanto deciso dai paesi membri dell'Omc nel '96 a Singapore, dovrebbe aiutare il cammino verso la prossima conferenza ministeriale dell'Omc in Qatar. Nonostante l'importanza della decisione dell'Ilo è difficile trovarne traccia nel dibattito in corso nei media.

Manca anche riferimento costruttivo ai documenti elaborati dai governi del G-8 sulle tematiche in discussione a Genova. Poca rilevanza è stata data a un importante documento elaborato dalla presidenza del Consiglio italiana ("Oltre la cancellazione del debito") che tratta in modo molto approfondito del problema e giunge ad alcune proposte concrete. Anche il Governo britannico ha elaborato nei mesi scorsi un documento di grande respiro sulle implicazioni economiche e sociali della globalizzazione. È un peccato che queste proposte non siano state terreno di confronto pubblico serrato tra le varie parti interessate al problema. C'è stata maggiore attenzione a discutere dei massimi sitemi o a proporre singole soluzioni senza che queste fossero contestualizzate all'interno del più ampio quadro di proposte elaborato dagli attori che prenderanno le decisioni (governi del G-8). Non è da sottovalutare la capacità degli otto di definire obiettivi e di raggiungerli. Una recente indagine effettuata da un gruppo di ricercatori dell'Università di Toronto ha mostrato come la credibilità dei summit dei G-8 è andata aumentando nel tempo. Gli impegni presi durante l'incontro dei G-8 di Okinawa dell'anno scorso sono stati rispettati durante i 10 mesi seguenti in misura dell'81,4% contro una media inferiore al 40% dei precedenti incontri.

 

 

 

© www.villaggiomondiale.it - Webmaster: Amedeo Lomonaco