Le
definizioni medievali dell’usura sono date da
Sant’Ambrogio per il quale “l’usura è prendere
più di quanto si sia dato ”,
da San Girolamo che definisce “usura e sovrappiù
qualunque cosa, se si è preso più di quanto si sia
dato ”,
dal Capitolare di Nimega che sostiene che “si ha
usura quando si richiede più di quanto si dà” e
dal decreto di Graziano in cui è dichiarato che
“tutto ciò che viene richiesto oltre al capitale è
usura” .
L’usura
è il sovrappiù illecito, l’eccedenza illegittima .
San
Gerolamo (340-420) e Sant’Ambrogio da Milano
(340-397) furono i primi autorevoli teologi che si
sforzarono di armonizzare il testo del Deuteronomio
con la posizione ecclesiastica nei riguardi
dell’usura.
Gerolamo
sosteneva che la proibizione dell’usura fra fratelli
contenuta nel Deuteronomio era stata
universalizzata dai Profeti e dal Nuovo Testamento.
Non
c’è, affermava Gerolamo, nessun avallo biblico
all’esercizio dell’usura nei confronti di
chiunque.
Ambrogio
proponeva che si spiegasse la discriminazione
deuteronomica nei confronti degli estranei riferendosi
all’antica storia biblica.
“La
legge - ammoniva il vescovo - proibisce in qualunque
circostanza di prestare ad usura al tuo fratello” .
Ma
chi deve essere considerato tuo fratello? Tuo fratello
è “colui che partecipa della tua stessa natura,
co-erede nella grazia divina; tuo fratello è dunque
ogni popolo, il quale anzitutto viva nella fede, e poi
sotto la legge romana”. E chi, allora, doveva essere
considerato straniero? Gli stranieri sono gli
avversari del popolo di Dio che illegalmente si
rifiutavano di concedere le terre che Dio aveva
promesso ad Israele per sua dimora .
Per
tutto l’alto Medioevo il pensiero etico e il diritto
canonico fecero della Chiesa l’istituzione che più
di ogni altra avversò la pratica dell’usura,
proibendo tassativamente ogni forma di prestito
oneroso dapprima a tutti i cristiani (nel Concilio di
Elvira, in Spagna, nel 305 o 306), poi ai chierici o
ecclesiastici (nel Concilio di Nicea del 325,
convocato dall’ imperatore Costantino), e infine di
nuovo, tre secoli dopo, anche ai laici (nel Concilio
di Clichy presso Parigi, del 626).
I
vari concili che seguirono ribadirono il divieto
dell’usura fatto ai membri del clero e non si
pronunciarono sull’usura fatta dai laici.
All’evoluzione
di un mondo che offre ai cristiani un numero sempre
maggiore di piaceri terreni, la Chiesa sceglie di
parlare rivolgendo ad una società in piena
trasformazione una parola spesso originale che prende
spunto dalla vita quotidiana.
L’usuraio
appare come protagonista degli exempla; l’exemplum
è un breve racconto, presentato come veritiero e
destinato a inserirsi in un discorso per convincere un
uditorio mediante una lezione salutare. La storia è
breve fa uso della retorica e di effetti narrativi ed
è diffuso presso milioni di spettatori, poiché la
predica è, nel Medioevo il grande medium che
raggiunge tutti i fedeli .
Secondo
Marta Giacchero “il silenzio della proibizione di
usura ai laici era un silenzio motivato da contingenti
opportunità politiche e religiose, in quanto non
sembrava ancora maturo il tempo per un’aperta
opposizione alla legge civile” .
Secondo
E. Roll, invece, “l’assenza di un’economia
monetaria sviluppata rendeva inutile una proibizione
più generale in un contesto in cui la Chiesa era
l’unica che ricevesse larghe somme di denaro in
un’epoca in cui i diritti feudali ai signori e ai re
erano ancora pagati principalmente in natura” .
In
altre parole, come dice Le Goff, “in un economia
chiusa, in cui la circolazione del denaro è scarsa,
il problema dell’usura è secondario” .
In
Europa, Carlo Magno (742-814), re dei Franchi e dei
Longobardi, proclamato imperatore del Sacro Romano
Impero dal papa Leone III nell’anno 800, nel 789
interveniva sul problema dell’usura con la
sua Admonitio generalis, allo scopo di vietarla
nel modo più assoluto tanto ai membri della Chiesa
quanto ai laici del suo impero .
Il
nuovo millennio è contrassegnato da un diffuso timore
dell’imminente fine del mondo; ne consegue una forte
ripresa dello spirito religioso e un rigurgito di
superstizioni, due fenomeni paralleli. La paura dei
cristiani dell’anno Mille affonda soprattutto nella
vita quotidiana dell’epoca, assillata dalle epidemie
e dalle carestie.
I
cristiani, tuttavia, conoscono la ragione di queste
spaventose calamità: i loro peccati .
Fino al Mille l’usura non era ancora un peccato
contro la giustizia, né la restituzione al debitore
degli interessi percepiti dal creditore era stata
stabilita come un’obbligazione giuridica e
condizione canonica per l’assoluzione
dell’usuraio: dopo il Mille tra i peggiori peccati
per il cristiano, c’è anche quello dell’usura.
Nel
tardo Medioevo due sono le armi principali che la
Chiesa impiega nella secolare lotta contro l’usura:
i decreti dei suoi concili e le decretali dei papi.
La
decretale pontificia è un documento papale in materia
di diritto canonico: è scritto in forma di lettera e
ha valore cogente per tutti i cristiani.
Se
si voglia ragionare della riapparizione di Iudas
nei testi antisimoniaci dei secoli XI e XII, non
bisognerà dimenticare la tradizione lessicale
accumulatasi intorno a questa parola-nome a partire
dal testo evangelico, di Giovanni soprattutto e da
Agostino.
E’
necessario, quindi, considerare tutta una serie di
attributi obbligati che fanno, sin dall’età
patristica, di questo nome una cifra semanticamente
sempre più precisa (equivalente o rinviante a fur,
raptor, avarus, ma anche a dipensator,
oeconomicus), e in secondo luogo stabilire i
nuovi significati che, con l’XI secolo, si vengono a
costruire su quelli antichi e consolidati, e che
derivano, in sostanza, dall’inserimento di questa
parola-nome in contesti politicamente più
determinanti che in passato, in polemiche attuali, e
nella costruzione di un sistema lessicale-concettuale
che ha un obiettivo di riorganizzazione
economico-politica.
Questo
processo di riattivazione semantica del termine Iudas
può essere fatto cominciare con:
q
la testualità episcopale di età carolingia,
cioè quel sistema testuale conciliare, teologico e
legislativo, costituito dalla serie dei capitolari che
fra VIII e IX secolo muovono verso la affermazione
dell’autonomia, o della prevalenza, del corpo
episcopale nell’ambito dell’impero: si tratta di
testi che sottolineano il significato
politico-normativo della lotta contro la avaritia
oppure di testi che suggeriscono (sono ancora pochi
tra IX e X secolo) che i beni ecclesiastici sono
minacciati oltre che da generiche invasiones,
dalla commercializzazione che di essi opera il
commercio, in particolare quello ebraico;
q
l’affermarsi, nella testualità che si
sviluppa intorno alla prima disputa eucaristica, di
una nozione di valore incalcolabile intrinseco nella
prassi sacramentale eucaristica in quanto conversione
reale, e determinante l’incommensurabilità del
potere carismatico gestito da mani consacrate e
nell’ambito di tale complesso testuale si afferma un
uso di Iudas/Iudaeus che ne attualizza il
significato di pervicacia-incredulitas, di non
intelligentia delle verità cristiane da parte
ebraica.
Da
questo momento in avanti, ben prima dunque del 1096,
data solitamente accettata come spartiacque della
trasformazione dell’atteggiamento sociale cristiano
nei confronti degli ebrei presenti in Europa
occidentale, tale parola-nome si trasforma lentamente
nella sigla di atteggiamenti di complessiva infidelitas
specificamente minacciosi nei confronti tanto
dell’autonomia delle chiese quanto dell’integrità
dei loro patrimoni. L’emersione di tale significato
minaccioso della presenza ebraica, se pure ancora
sporadico nei testi del IX-X secolo, pone dunque il
problema della precisazione che a partire da questo
periodo viene subendo la definizione cristiana dei
comportamenti ebraici, nel quadro più generale della
riorganizzazione concettuale ecclesiastica riguardante
il significato politico delle res ecclesiarum:
di come dunque l’infidelitas, la carnalitas
rituale ed esegetica imputate agli ebrei a partire
dall’età patristica, vengano ora ricodificate nei
termini di una avversione economico-politica alla
presenza ebraica sui territori cristiani.
A
partire dalla seconda metà dell’undicesimo secolo,
nell’ambito del graduale rivolgimento dei criteri di
legittimazione che scuote le relazioni fra poteri
sacerdotali e poteri laici, si può percepire qualcosa
di nuovo nel modo con il quale gli intellettuali
cristiani, che sostengono il programma di riforma,
parlano della realtà ebraica.
In
uno scritto relativamente recente di Gilchrist, “The
Canonistic Tratment of Jews in the Latin West in the
Eleventh and Early Twelfh Centuries” ,
che censisce i riferimenti
al giudaismo e agli ebrei negli scritti dei
canonisti fra XI e XII secolo, si può constatare un
precisarsi dell’attenzione giuridica cristiana
scaturente dalla riforma, nei confronti della presenza
ebraica.
Una
analoga attenzione è evidente anche negli scritti dei
teologi e dei polemisti dello stesso periodo.
Questa
complessiva crescita dell’interesse per la
multiforme presenza ebraica nel mondo cristiano, si
traduce, negli scritti dei canonisti e dei teologi
della riforma, in una duplice percezione
dell’ebraismo: inteso sia come fenomeno appartenente
alla vicenda salvifica cristiana, che come
manifestazione culturale-religiosa di una presenza
particolare dal punto di vista economico-politico; in
questa percezione complessa affiorano quindi tanto una
sottolineatura dell’infidelitas ritenuta da
parte cristiana, sin dall’Età patristica, il
principale attributo ebraico, quanto
l’individuazione di specificità di comportamento
economico ebraiche che di quella infidelitas,
di quella carnalitas sarebbero le più
tangibili concretizzazioni.
Un
autore decisivo per comprendere la formazione
ideologica della nuova societas christiana,
come società tutta riassunta dalla Chiesa romana e da
quanti quest’ultima definisse legittimamente
consacrati, è Umberto di Silvacandida che nel suo
discorso sulla simonia del 1058 contenuto nell’Adversus
simoniacos ,
ossia sulla legittimità che il clero gestisca secondo
i criteri di economia privata i beni ecclesiastici,
insiste sul continuo rinvio alla figura, oltre che di
Simon Mago, di Giuda, in una quasi ossessiva rilettura
dei passi evangelici.