Gli
ebrei riconoscono solo l'Antico Testamento. L'Antico
Testamento si divide in tre parti: la Legge o
Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e
Deuterenomio); i Profeti; i Libri storici e i libri
poetici e sapienziali.
Tra
i passi dei testi sacri della legge ebraica che si
pronunciano esplicitamente contro l’esazione
dell’interesse finanziario vanno ricordati
l’Esodo, il Levitico e il Deuteronomio. Le
proibizioni che riguardano l’usura nell’Antico
Testamento sono:
1)
nell’Esodo: “se tu presti denaro a qualcuno
del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti
comporterai con lui da usuraio: voi non dovete
imporgli alcun interesse” .
2)
nel Levitico: “se tuo fratello che è presso
di te cade in miseria ed è privo di mezzi, aiutalo,
come un forestiero e inquilino, perché possa vivere
presso di te; non prendere da lui interessi né utili;
ma temi il tuo Dio e fa vivere il tuo fratello presso
di te; non gli presterai denaro a interesse, né gli
darai il vitto a usura” .
3)nel Deuterenomio: “non farai al tuo fratello
prestiti ad interesse, né di denaro né di viveri, né
di qualunque cosa che si presta ad interesse.
Allo
straniero potrai prestare ad interesse, ma non al tuo
fratello, perché il Signore tuo Dio ti benedica in
tutto ciò a cui metterai mano, nel Paese in cui stai
per andare a prendere possesso” .
I
seguenti passi sono esecrazioni e ammonimenti che in
vario modo rafforzano i precedenti divieti presenti
nel Neemia, nei Salmi, nei Proverbi,
in Geremia e in Ezechiele :
q
Neemia esorta i prestatori di
denaro a condonare i debiti o a non esigere interessi
dai propri fratelli;
q
nei Salmi viene annunciato che
chi presta denaro senza fare usura, abiterà la tenda
del Signore;
q
Geremia
condanna l’usura offrendo il proprio
esempio di uomo giusto ai propri fratelli;
q
Ezechiele ammonisce chi presta a
usura ed esige interesse, perché non vivrà, costui
morirà e dovrà a se stesso la propria morte.
Il
tema dell’usura viene indirettamente toccato anche
in almeno due passi dei Vangeli, quelli di Matteo e di
Luca, nei quali il cristiano viene esortato non solo a
concedere prestiti in denaro, ma a farlo senza
speranza di riceverne mercede.
Nei
Vangeli, tuttavia, si trovano anche due famose
parabole, di Matteo e di Luca, il cui insegnamento
sembra contraddire il principio dell’illiceità di
ogni forma di prestito oneroso.
Secondo
quanto narra Matteo ,
un uomo, in procinto di mettersi in viaggio,
distribuisce ai servi alcuni talenti, assegnandoli in
base alla sua fiducia nella loro capacità di metterli
a frutto. Al ritorno del padrone, il servo che aveva
ricevuto cinque talenti gliene rende dieci, e quello
che ne aveva avuti due, ne restituisce quattro. Il
servo, invece, al quale era stato affidato un talento
solo, avendolo sotterrato per timore di perderlo e di
sfigurare agli occhi del padrone, non può che
restituire una moneta sola.
Il
padrone allora elogia e premia i due servi
intraprendenti e operosi, che hanno saputo mettere a
frutto il capitale ricevuto, mentre biasima e condanna
il servo “malvagio e infingardo” dicendogli:
“Avresti dovuto affidare il mio denaro a banchieri e
così, ritornando, avrei ritirato il mio con
l’interesse”. E aggiunge: “Toglietegli dunque il
talento e datelo a chi ha dieci talenti e il servo
fannullone gettatelo fuori nelle tenebre”.
La
versione di Luca
differisce sostanzialmente soltanto per il numero dei
servi e per il numero e il tipo delle monete affidate
alla loro custodia, ma riconferma l’approvazione
dell’avvenuto impiego del denaro e la ricompensa
dell’operosità capace di moltiplicare la ricchezza,
ribadendo la condanna della sterile tesaurizzazione
della moneta.
Secondo
Barbieri, “le parabole dei talenti e delle mine
giustificano non solo l’operosità, capace di
moltiplicare il denaro, ma prevedono, forse, anche la
liceità di riscuotere dalle banche gli interessi dei
propri depositi”. Si tratterebbe di far distinzione
tra il “mutuo per il consumo immediato”, la cui
condanna è drastica e perentoria, e il “prestito
con funzione economica”, e cioè l’apporto di
capitale nuovo all’imprenditore già in possesso di
mezzi finanziari, fenomeno che giustifica il
percepimento di un interesse. Affermazione questa,
che, pur mitigata dall’avverbio dubitativo forse,
sembra un po’ audace; tant’è vero che il Barbieri
stesso finisce col concludere, “ma in tale argomento
il Vangelo, come legiferatore di principi valevoli per
tutti i secoli, non si è pronunciato” .
Secondo
G. Ragazzini l’Evangelista ha inteso privilegiare il
valore simbolico della parola “talento”, un dono
di Dio all’uomo, una dote naturale da saper
sfruttare ed ha attribuito a tale termine lo spazio
del pensiero etico e non quello della dottrina
economica .