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IL CONCETTO DI USURA NELLA BIBBIA 

Fonte: tesi di laurea discussa alla Facoltà di Giurisprudenza di Napoli dalla dottoressa Daniela Capone (Virgilio Mail ) sul tema: "Profili dell’usura e della polemica antiebraica nel Rinascimento. Il mercante di Venezia di Shakespeare". 

Gli ebrei riconoscono solo l'Antico Testamento. L'Antico Testamento si divide in tre parti: la Legge o Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuterenomio); i Profeti; i Libri storici e i libri poetici e sapienziali.

Tra i passi dei testi sacri della legge ebraica che si pronunciano esplicitamente contro l’esazione dell’interesse finanziario vanno ricordati l’Esodo, il Levitico e il Deuteronomio. Le proibizioni che riguardano l’usura nell’Antico Testamento sono:

1) nell’Esodo: “se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse” [1].

2)   nel Levitico: “se tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è privo di mezzi, aiutalo, come un forestiero e inquilino, perché possa vivere presso di te; non prendere da lui interessi né utili; ma temi il tuo Dio e fa vivere il tuo fratello presso di te; non gli presterai denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura” [2].

3)nel Deuterenomio: “non farai al tuo fratello prestiti ad interesse, né di denaro né di viveri, né di qualunque cosa che si presta ad interesse.

  Allo straniero potrai prestare ad interesse, ma non al tuo fratello, perché il Signore tuo Dio ti benedica in tutto ciò a cui metterai mano, nel Paese in cui stai per andare a prendere possesso” [3].

I seguenti passi sono esecrazioni e ammonimenti che in vario modo rafforzano i precedenti divieti presenti nel Neemia, nei Salmi, nei Proverbi, in Geremia e in Ezechiele [4]:

q           Neemia esorta i prestatori di denaro a condonare i debiti o a non esigere interessi dai propri fratelli;

q           nei Salmi viene annunciato che chi presta denaro senza fare usura, abiterà la tenda del Signore;

q           Geremia  condanna l’usura offrendo il proprio esempio di uomo giusto ai propri fratelli;

q           Ezechiele ammonisce chi presta a usura ed esige interesse, perché non vivrà, costui morirà e dovrà a se stesso la propria morte.

 Il tema dell’usura viene indirettamente toccato anche in almeno due passi dei Vangeli, quelli di Matteo e di Luca, nei quali il cristiano viene esortato non solo a concedere prestiti in denaro, ma a farlo senza speranza di riceverne mercede.

Nei Vangeli, tuttavia, si trovano anche due famose parabole, di Matteo e di Luca, il cui insegnamento sembra contraddire il principio dell’illiceità di ogni forma di prestito oneroso.

Secondo quanto narra Matteo [5], un uomo, in procinto di mettersi in viaggio, distribuisce ai servi alcuni talenti, assegnandoli in base alla sua fiducia nella loro capacità di metterli a frutto. Al ritorno del padrone, il servo che aveva ricevuto cinque talenti gliene rende dieci, e quello che ne aveva avuti due, ne restituisce quattro. Il servo, invece, al quale era stato affidato un talento solo, avendolo sotterrato per timore di perderlo e di sfigurare agli occhi del padrone, non può che restituire una moneta sola.

Il padrone allora elogia e premia i due servi intraprendenti e operosi, che hanno saputo mettere a frutto il capitale ricevuto, mentre biasima e condanna il servo “malvagio e infingardo” dicendogli: “Avresti dovuto affidare il mio denaro a banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse”. E aggiunge: “Toglietegli dunque il talento e datelo a chi ha dieci talenti e il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre”.

La versione di Luca [6] differisce sostanzialmente soltanto per il numero dei servi e per il numero e il tipo delle monete affidate alla loro custodia, ma riconferma l’approvazione dell’avvenuto impiego del denaro e la ricompensa dell’operosità capace di moltiplicare la ricchezza, ribadendo la condanna della sterile tesaurizzazione della moneta.

Secondo Barbieri, “le parabole dei talenti e delle mine giustificano non solo l’operosità, capace di moltiplicare il denaro, ma prevedono, forse, anche la liceità di riscuotere dalle banche gli interessi dei propri depositi”. Si tratterebbe di far distinzione tra il “mutuo per il consumo immediato”, la cui condanna è drastica e perentoria, e il “prestito con funzione economica”, e cioè l’apporto di capitale nuovo all’imprenditore già in possesso di mezzi finanziari, fenomeno che giustifica il percepimento di un interesse. Affermazione questa, che, pur mitigata dall’avverbio dubitativo forse, sembra un po’ audace; tant’è vero che il Barbieri stesso finisce col concludere, “ma in tale argomento il Vangelo, come legiferatore di principi valevoli per tutti i secoli, non si è pronunciato” [7].

Secondo G. Ragazzini l’Evangelista ha inteso privilegiare il valore simbolico della parola “talento”, un dono di Dio all’uomo, una dote naturale da saper sfruttare ed ha attribuito a tale termine lo spazio del pensiero etico e non quello della dottrina economica [8].


Note

[1] Esodo, 22, 24

[2] Levitico, 25, 35-37

[3] Deuterenomio, 23, 20-21

[4] Ezechiele, profeta e sacerdote, visse nel periodo dell’esilio degli ebrei a Babilonia dopo la deportazione del 597 a.C.

[5] Cfr.  25, 14-28

[6] Cfr. 19, 12-26

[7]  G. Barbieri, Le dottrine economiche nel pensiero cristiano, Milano, 1954  p. 1115

[8]  G. Ragazzini, Breve storia dell’usura, Bologna  1994,  pp. 20-23

 

 

 

 

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