Il
Settecento è caratterizzato dal rovesciamento della
posizione aristotelica sull’usura ad opera di grandi
pensatori influenzati dalle nuove idee
dell’Illuminismo.
L’Europa
in questo secolo si rende portatrice di nuove teorie
che affrontano i problemi dell’economia politica e
del commercio, comprese le questioni relative
all’interesse finanziario. In Inghilterra, David
Hume (1711-1776), è forse il più importante fra
coloro che aprirono la strada ad Adam Smith.
I suoi saggi di maggior rilievo, raccolti nei Discorsi
politici del 1752 ,
sono: Della Moneta, Dell’interesse, Del
Commercio, e Della bilancia commerciale.
Hume
asserisce che la sovrabbondanza di denaro sul mercato
non produce bassi tassi di interesse e che
la ricchezza consiste nelle merci e non nella
moneta, vero volano del commercio e dei traffici.
Sempre
in Inghilterra il grande economista scozzese Adam
Smith (1723-1790)
pose le basi della scuola classica
dell’economia politica e dedicò alla natura e alla
formazione del profitto e dell’interesse la maggior
parte del capitolo VI del primo libro della sua
maggior opera, La ricchezza delle Nazione ,
indicando inoltre il tasso d’interesse necessario in
presenza di determinate condizioni. Per ciò che
riguarda la natura dell’interesse, egli scrive:
“Il reddito che si ricava dal capitale, da parte di
colui che lo gestisce o lo impiega, dicesi profitto.
Quello che ricava colui che non lo impiega
direttamente, ma lo presta ad un altro, si chiama
interesse per l’uso del denaro. E’ un compenso che
il mutuatario paga al mutuante in cambio del profitto
che egli può ottenere mediante l’uso di denaro.
Parte del profitto naturalmente appartiene a colui che
prende il denaro in prestito, poiché corre il rischio
e si dà la pena di impiegarlo; e parte al prestatore,
che gli offre la possibilità di trarne un profitto”
.
Quanto
all’entità del tasso d’interesse, Smith afferma:
“Il rapporto in cui il tasso d’interesse usuale
del mercato dovrebbe stare al tasso di profitto netto
varia di necessità a seconda che il profitto aumenti
o diminuisca. In un paese in cui il tasso ordinario di
profitto netto è dell’otto o del dieci per cento,
può essere ragionevole che la metà di esso vada
all’interesse, laddove gli affari si facciano con
denaro preso a prestito” .
Adam
Smith, tuttavia non condivide chi fa debiti per il
superfluo o per sostenere spese voluttuarie.
“L’uomo che prende a prestito per spendere sarà
rapidamente rovinato e colui che gli presta si pentirà
della sua follia. Prendere a prestito o prestare con
questi fini è sempre contrario agli interessi di
entrambi” .
Secondo il padre dell’economia classica, il consumo
che crea la ricchezza, bensì il capitale, sia quello
fisso, sia quello circolante nel momento in cui cambia
di mano.“Secondo Smith, la crescita del capitale che
si ottiene grazie al risparmio è la principale fonte
di ricchezza reale e di reddito” .
Questi stessi concetti saranno ripetuti da Beniamino
Franklin .
In
Francia, intanto, la corrente di pensiero che prese il
nome di “fisiocrazia” dalla fiducia riposta
nell’ordine naturale delle cose, enfatizzava
l’importanza dell’agricoltura nell’economia
delle nazioni, intraprendendo una serrata analisi
della produzione e della circolazione della ricchezza.
Ai fisiocratici spetta il merito di aver finalmente
superato l’idea mercantilistica che la ricchezza e
il suo incremento siano dovuti allo scambio.
Essi
trasferirono nella sfera della produzione il potere di
creare la ricchezza e il surplus che può
essere utilizzabile per l’accumulazione .
Il
filosofo Anne-Robert-Jacques Turgot (1727-1781) si
avvicina alle tesi liberalistiche di Smith. In varie
opere, egli propose l’abolizione dei vincoli imposti
all’economia, allo scopo di favorire lo sviluppo
della produzione e la liberalizzazione del commercio.
Secondo lui, una volta che il capitale si sia
accumulato, i prestiti diventano necessari per il
miglioramento dell’agricoltura, per lo sviluppo
dell’industria e per creare nuove opportunità di
investimento.
Nella
sua Memoria sui prestiti di denaro, Turgot
difende il prestito a interesse, che tuttavia deve
essere regolato dalle leggi .
Anche
in Italia numerosi scrittori s’interessarono di
problemi di economia.
Alla prima metà del secolo appartiene il
filosofo, matematico e politologo Paolo Mattia Doria
(1667-1746). Tra le varie opere che scrisse la più
importante è il trattato Il Commercio Mercantile,
che fa parte dei Manoscritti napoletani ,
in cui si riconosce anzitutto il valore simbolico
della moneta, che “non ha altro valore che quello
che il consenso degli uomini ci dà per ipotesi”.
Non necessaria, la moneta è, tuttavia, cosa
comodissima al pari della lettera di cambio, da vita
al commercio ideale. E il commercio è alimentato dal
credito,che ne è l’anima.
Il
Doria spiega che “il prestito con l’interesse non
si può praticare laddove non vi sia abbondanza di
occasioni d’investimenti lucrativi e tra queste in
primo luogo deve esistere la libertà di
contrattazione” .
Il
milanese Cesare Beccaria (1738-1816), noto come autore
del famoso trattato Dei Delitti e delle pene,
si occupò anche di questioni economiche e nella sua
opera gli Elementi di economia pubblica ,
combatte i monopoli e i privilegi corporativi.
In
Italia, in cui era ancora ben vivo lo spirito della
Controriforma un caso curioso fu quello dello studioso
Scipione Maffei. Il Maffei (1675-1755), marchese e
poligrafo veronese, era un uomo di interessi
vastissimi: si occupò della storia della sua città e
della cosa pubblica, suggerendo al governo veneto, ma
invano, riforme costituzionali sul modello
dell’Inghilterra, paese per il quale nutriva
un’ammirazione sconfinata.
Fra
le sue opere più discusse c’è il trattato Dell’impegno
del denaro,
in cui l’autore fa una strenua difesa della liceità
dell’usura. Questo lavoro suscitò polemiche a non
finire, e gli valse il bando da Verona e la condanna a
quattro mesi di confino per decreto
dell’Inquisizione della Repubblica di Venezia.
Sembra
strano pensare che tutto ciò succedeva in Italia in
un periodo in cui l’Inghilterra conosceva
l’empirismo dei suoi filosofi e assisteva
all’inizio di quel lungo processo d’innovazione
tecnologica e di scoperte scientifiche che va sotto il
nome di “rivoluzione industriale”.
Tutt’altro
clima si respirava in America nelle colonie inglesi,
dove c’era molta più libertà politica e religiosa.
In
questa terra si stabilì Beniamino Franklin
(1706-1790), studioso di economia e grande statista.
Egli scrisse molte opere sulla teoria della prolificità
della moneta, in netta opposizione all’opinione di
Aristotele e alla dottrina della Chiesa cattolica.
Al
quarto capoverso dell’opera intitolata Consigli a
un Giovane Mercante ,
egli ammonisce il lettore ricordandogli che la
natura del denaro è prolifica e generativa. Il denaro
è capace di generare denaro, e la sua progenie può
generarne dell’altro.
L’originalità
e la modernità del pensiero di questi due autori
rendono più che legittima la considerazione che
“Adam Smith e Benjiamin Franklin inaugurarono un
periodo in cui si cerca di limitare il credito a
interesse al solo credito professionale e
d’investimento, i soli considerati creatori
di ricchezza e promotori di moralità” .
Non
si possono infine dimenticare altri due pensatori
stranieri: il filosofo inglese Bentham e lo svizzero
Sismondi. Jeremy Bentham (1748-1832), fondatore
dell’utilitarismo, è l’autore fra l’altro, di
un trattato Difesa dell’usura ,
in cui si batte per la liberalizzazione dei
tassi di interesse, che vanno lasciati al gioco delle
fluttuazioni del mercato monetario.
Sismondi
(1773-1842), nato a Ginevra ma vissuto a lungo in
Inghilterra e in Toscana, non è un liberista. Egli è
nemico del prestito pubblico, ma favorevole a un
regime di libertà dei tassi d’interesse. Secondo
Sismondi, “è irragionevole voler fissare il tasso
d’interesse, perché il profitto che possono dare i
capitali è variabile e dipende dal bisogno della
piazza”.
Il suo lapidario giudizio può ben fare da epitaffio
sulla tomba del divieto dell’interesse: “I
tentativi di soppressione e di proscrizione di
qualsiasi interesse, che chiamano usura, sono in
generale il frutto di pregiudizi religiosi e della
mania di applicare all’Europa moderna le leggi degli
Ebrei” .
La
fine del Settecento è segnata dalla Rivoluzione
francese.
L’assemblea
Nazionale del 1789, riconosciuta dal re Luigi XVI e
proclamatasi in Costituente, deliberò la
dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.
Fra le libertà proclamate c’era anche la libertà
del commercio e del credito e ai primi
dell’Ottocento, il codice napoleonico promulgato nel
1804 come codice civile della Francia e poi largamente
recepito, in varie forme, anche in Italia, riconosceva
l’autonomia dell’iniziativa privata in campo
economico, garantendo il diritto di proprietà e
concedendo, all’articolo 1905, la facoltà di
“stipulare interessi per il semplice prestito di
denaro, di derrate o di altra cosa mobile”.
Anche
la Chiesa cattolica, da allora in poi, di norma non
avrebbe più condannato l’interesse finanziario in
genere, ma si sarebbe limitata alla condanna dei tassi
usurari .