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IL CONCETTO DI USURA NEL SETTECENTO 

Fonte: tesi di laurea discussa alla Facoltà di Giurisprudenza di Napoli dalla dottoressa Daniela Capone (Virgilio Mail ) sul tema: "Profili dell’usura e della polemica antiebraica nel Rinascimento. Il mercante di Venezia di Shakespeare".

Il Settecento è caratterizzato dal rovesciamento della posizione aristotelica sull’usura ad opera di grandi pensatori influenzati dalle nuove idee dell’Illuminismo.

L’Europa in questo secolo si rende portatrice di nuove teorie che affrontano i problemi dell’economia politica e del commercio, comprese le questioni relative all’interesse finanziario. In Inghilterra, David Hume (1711-1776), è forse il più importante fra coloro che aprirono la strada ad Adam Smith.  I suoi saggi di maggior rilievo, raccolti nei Discorsi politici del 1752 [1], sono: Della Moneta, Dell’interesse, Del Commercio, e Della bilancia commerciale.

Hume asserisce che la sovrabbondanza di denaro sul mercato non produce bassi tassi di interesse e che  la ricchezza consiste nelle merci e non nella moneta, vero volano del commercio e dei traffici.

Sempre in Inghilterra il grande economista scozzese Adam Smith (1723-1790)  pose le basi della scuola classica dell’economia politica e dedicò alla natura e alla formazione del profitto e dell’interesse la maggior parte del capitolo VI del primo libro della sua maggior opera, La ricchezza delle Nazione [2], indicando inoltre il tasso d’interesse necessario in presenza di determinate condizioni. Per ciò che riguarda la natura dell’interesse, egli scrive: “Il reddito che si ricava dal capitale, da parte di colui che lo gestisce o lo impiega, dicesi profitto. Quello che ricava colui che non lo impiega direttamente, ma lo presta ad un altro, si chiama interesse per l’uso del denaro. E’ un compenso che il mutuatario paga al mutuante in cambio del profitto che egli può ottenere mediante l’uso di denaro. Parte del profitto naturalmente appartiene a colui che prende il denaro in prestito, poiché corre il rischio e si dà la pena di impiegarlo; e parte al prestatore, che gli offre la possibilità di trarne un profitto” [3].

Quanto all’entità del tasso d’interesse, Smith afferma: “Il rapporto in cui il tasso d’interesse usuale del mercato dovrebbe stare al tasso di profitto netto varia di necessità a seconda che il profitto aumenti o diminuisca. In un paese in cui il tasso ordinario di profitto netto è dell’otto o del dieci per cento, può essere ragionevole che la metà di esso vada all’interesse, laddove gli affari si facciano con denaro preso a prestito” [4].

Adam Smith, tuttavia non condivide chi fa debiti per il superfluo o per sostenere spese voluttuarie. “L’uomo che prende a prestito per spendere sarà rapidamente rovinato e colui che gli presta si pentirà della sua follia. Prendere a prestito o prestare con questi fini è sempre contrario agli interessi di entrambi” [5]. Secondo il padre dell’economia classica, il consumo che crea la ricchezza, bensì il capitale, sia quello fisso, sia quello circolante nel momento in cui cambia di mano.“Secondo Smith, la crescita del capitale che si ottiene grazie al risparmio è la principale fonte di ricchezza reale e di reddito” [6]. Questi stessi concetti saranno ripetuti da Beniamino Franklin [7].

In Francia, intanto, la corrente di pensiero che prese il nome di “fisiocrazia” dalla fiducia riposta nell’ordine naturale delle cose, enfatizzava l’importanza dell’agricoltura nell’economia delle nazioni, intraprendendo una serrata analisi della produzione e della circolazione della ricchezza. Ai fisiocratici spetta il merito di aver finalmente superato l’idea mercantilistica che la ricchezza e il suo incremento siano dovuti allo scambio.

Essi trasferirono nella sfera della produzione il potere di creare la ricchezza e il surplus che può essere utilizzabile per l’accumulazione [8].

Il filosofo Anne-Robert-Jacques Turgot (1727-1781) si avvicina alle tesi liberalistiche di Smith. In varie opere, egli propose l’abolizione dei vincoli imposti all’economia, allo scopo di favorire lo sviluppo della produzione e la liberalizzazione del commercio. Secondo lui, una volta che il capitale si sia accumulato, i prestiti diventano necessari per il miglioramento dell’agricoltura, per lo sviluppo dell’industria e per creare nuove opportunità di investimento.

Nella sua Memoria sui prestiti di denaro, Turgot difende il prestito a interesse, che tuttavia deve essere regolato dalle leggi [9].

Anche in Italia numerosi scrittori s’interessarono di problemi di economia.           Alla prima metà del secolo appartiene il filosofo, matematico e politologo Paolo Mattia Doria (1667-1746). Tra le varie opere che scrisse la più importante è il trattato Il Commercio Mercantile, che fa parte dei Manoscritti napoletani [10], in cui si riconosce anzitutto il valore simbolico della moneta, che “non ha altro valore che quello che il consenso degli uomini ci dà per ipotesi”. Non necessaria, la moneta è, tuttavia, cosa comodissima al pari della lettera di cambio, da vita al commercio ideale. E il commercio è alimentato dal credito,che ne è l’anima.

Il Doria spiega che “il prestito con l’interesse non si può praticare laddove non vi sia abbondanza di occasioni d’investimenti lucrativi e tra queste in primo luogo deve esistere la libertà di contrattazione” [11].

Il milanese Cesare Beccaria (1738-1816), noto come autore del famoso trattato Dei Delitti e delle pene, si occupò anche di questioni economiche e nella sua opera gli Elementi di economia pubblica [12], combatte i monopoli e i privilegi corporativi.

In Italia, in cui era ancora ben vivo lo spirito della Controriforma un caso curioso fu quello dello studioso Scipione Maffei. Il Maffei (1675-1755), marchese e poligrafo veronese, era un uomo di interessi vastissimi: si occupò della storia della sua città e della cosa pubblica, suggerendo al governo veneto, ma invano, riforme costituzionali sul modello dell’Inghilterra, paese per il quale nutriva un’ammirazione sconfinata.

Fra le sue opere più discusse c’è il trattato Dell’impegno del denaro, [13] in cui l’autore fa una strenua difesa della liceità dell’usura. Questo lavoro suscitò polemiche a non finire, e gli valse il bando da Verona e la condanna a quattro mesi di confino per decreto dell’Inquisizione della Repubblica di Venezia.

Sembra strano pensare che tutto ciò succedeva in Italia in un periodo in cui l’Inghilterra conosceva l’empirismo dei suoi filosofi e assisteva all’inizio di quel lungo processo d’innovazione tecnologica e di scoperte scientifiche che va sotto il nome di “rivoluzione industriale”.

Tutt’altro clima si respirava in America nelle colonie inglesi, dove c’era molta più libertà politica e religiosa.

In questa terra si stabilì Beniamino Franklin (1706-1790), studioso di economia e grande statista. Egli scrisse molte opere sulla teoria della prolificità della moneta, in netta opposizione all’opinione di Aristotele e alla dottrina della Chiesa cattolica.

Al quarto capoverso dell’opera intitolata Consigli a un Giovane Mercante [14], egli ammonisce il lettore ricordandogli che la natura del denaro è prolifica e generativa. Il denaro è capace di generare denaro, e la sua progenie può generarne dell’altro.

L’originalità e la modernità del pensiero di questi due autori rendono più che legittima la considerazione che “Adam Smith e Benjiamin Franklin inaugurarono un periodo in cui si cerca di limitare il credito a interesse al solo credito professionale e d’investimento, i soli considerati creatori  di ricchezza e promotori di moralità” [15].

Non si possono infine dimenticare altri due pensatori stranieri: il filosofo inglese Bentham e lo svizzero Sismondi. Jeremy Bentham (1748-1832), fondatore dell’utilitarismo, è l’autore fra l’altro, di un trattato Difesa dell’usura [16], in cui si batte per la liberalizzazione dei tassi di interesse, che vanno lasciati al gioco delle fluttuazioni del mercato monetario.

Sismondi (1773-1842), nato a Ginevra ma vissuto a lungo in Inghilterra e in Toscana, non è un liberista. Egli è nemico del prestito pubblico, ma favorevole a un regime di libertà dei tassi d’interesse. Secondo Sismondi, “è irragionevole voler fissare il tasso d’interesse, perché il profitto che possono dare i capitali è variabile e dipende dal bisogno della piazza”. [17] Il suo lapidario giudizio può ben fare da epitaffio sulla tomba del divieto dell’interesse: “I tentativi di soppressione e di proscrizione di qualsiasi interesse, che chiamano usura, sono in generale il frutto di pregiudizi religiosi e della mania di applicare all’Europa moderna le leggi degli Ebrei” [18]. 

 La fine del Settecento è segnata dalla Rivoluzione francese.

L’assemblea Nazionale del 1789, riconosciuta dal re Luigi XVI e proclamatasi in Costituente, deliberò la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Fra le libertà proclamate c’era anche la libertà del commercio e del credito e ai primi dell’Ottocento, il codice napoleonico promulgato nel 1804 come codice civile della Francia e poi largamente recepito, in varie forme, anche in Italia, riconosceva l’autonomia dell’iniziativa privata in campo economico, garantendo il diritto di proprietà e concedendo, all’articolo 1905, la facoltà di “stipulare interessi per il semplice prestito di denaro, di derrate o di altra cosa mobile”.

Anche la Chiesa cattolica, da allora in poi, di norma non avrebbe più condannato l’interesse finanziario in genere, ma si sarebbe limitata alla condanna dei tassi usurari [19].

  

Note

[1] D. Hume,  Antologia di scritti politici, a cura di G. Giarrizzo, Bologna, 1978

[2] A. Smith, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Milano 1973,  p. 580

[3] Ibidem, pag. 584

[4] Ibidem, pag. 585

[5] Ibidem,  pag.586 

[6] Ibidem, pag. 590

[7] B. Franklin,  Essays on general politics, commerci and political economy being, vol. 2., parte 2, New York, 1971, p. 605

[8] Roll , Il pensiero economico italiano, cit., p.121

[9] J. Turgot, Memorie sur les colonies americanes, sur leurs relations politiques avec leurs metropoles, et sur la maniere dont la France et l’Espagne ont du envisager les sentes de l’independance des Etats-Unis de Amerique, Parigi, 1971, p. 37

[10] P. M. Doria, Manoscritti napoletani, Galatina, 1979, p. 401

[11] Nuccio, Il pensiero economico italiano, cit., p.1658

[12] C. Beccarla, Elementi di economia pubblica, con vari opuscoli, Milano, 1822, p. 205

[13] S. Maffei, Dell’impegno del denaro, libri 3, Roma, 1746, pag. 104

[14] B. Franklin, Consigli per diventare ricchi, Como, 1993, p. 108

[15]  Gelpi,-Labruyère, Storia del credito al consumo, cit., p. 140

[16] J. Bentham,  Difesa dell’usura, a cura e tradizione di Buccilli e Guidi, Macerata, 1996, p. 89

[17] Sismondi,  Nuovi principi di economia politica o della ricchezza nei suoi rapporti con la popolazione, Milano 1974, p. 319

[18] Ibidem, p. 320

[19] Gelpi-Julien-Labruyère, Storia del credito al consumo, cit., p.145

 

 

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