La
discussione sulla liceità o meno dell’interesse
finanziario fu ripresa all’inizio del secolo XVII. I
mercantilisti, pur credendo nella produttività della
moneta, erano in favore dell’accumulazione di
capitale monetario e perciò contrari all’esazione
d’interessi eccessivi.
Nel
1625 il grande filosofo Francesco Bacone, nel noto
saggio dedicato all’argomento, espone una teoria
favorevole all’usura. Dopo aver riferito che è
opinione invalsa che la prolificazione
dell’interesse da parte della moneta sia cosa
innaturale, dichiara che
l’usura è un fenomeno molto diffuso in
Inghilterra e forse un fatto inevitabile: tentare
d’abolirla è cosa vana; meglio perciò
regolamentarla per legge .
I
mercantilisti, come si è detto, erano in genere
contrari all’interesse, ma non per motivi morali; già
nel secolo precedente, scemata l’influenza del
diritto canonico, i protagonisti del dibattito
economico non si rifacevano più ai vecchi argomenti
della dottrina della Chiesa, che si era dimostrata
incapace di risolvere i problemi della nuova società
mercantile.
Nel
1668 Sir Josias Child scrisse nella sua opera Observations
Concerning Trade and the Interest of Money
,
che un basso tasso d’interesse è la causa (e
non l’effetto) della ricchezza; questa, a sua volta,
può determinare un ulteriore abbassamento del tasso.
Il
maggiore di questi economisti fu senza dubbio Thomas
Mun, mercante londinese di tessili. Mun fu il primo a
dare una formulazione chiara del concetto di bilancia
commerciale. Egli diede voce, meglio di ogni altro dei
suoi contemporanei, ai principi del nuovo capitalismo
commerciale, in quanto riteneva che il commercio
estero fosse un essenziale mezzo di arricchimento
della nazione inglese.
Essendo
l’Inghilterra sprovvista di miniere di metalli
preziosi, l’unico modo per assicurarsi l’afflusso
di oro nel paese era dato dal commercio estero e da
una bilancia commerciale favorevole. Mun si dimostrò
capace di fare la distinzione
tra ‘moneta’e ‘capitale’, ed elaborò
il concetto di stock, ripreso poi da Adam Smith:
lo stock, se usato saggiamente nel commercio
estero, era in grado di garantire una bilancia
favorevole, che è la vera ricchezza della nazione .
Alla
fine del Seicento i temi economici che venivano
dibattuti erano quelli dell’interesse finanziario,
della moneta, dello scambio, del commercio estero e ci
si interrogava sulla vera fonte della ricchezza delle
nazioni. Si era del tutto esaurita, si direbbe per
cause naturali, la secolare controversia sull’usura.
Sul
finire del secolo, John Locke affrontò temi economici
che anticiparono le idee di Adam Smith. Locke
(1632-1704), filosofo noto per il suo Saggio sulla
ragione umana, non disdegnò d’occuparsi di
temi finanziari e mercantili, ai quali dedicò due
saggi intitolati “Ragionamento sulla moneta,
l’interesse del denaro, le finanze e il
commercio”
e “Considerazioni sulle conseguenze
dell’abbassamento dell’interesse e
dell’elevazione del valore della moneta” .
Locke considerava l’interesse come conseguenza e non
come causa della quantità di moneta in cerca
d’impiego. Queste evoluzioni del pensiero economico
avvenivano nei paesi europei di religione protestante
anglicana, luterana o calvinista.
La
controversia sull’usura, però, era tutt’altro che
finita nei paesi cattolici: in Italia, in Francia e in
Spagna il Seicento era un secolo segnato ancora dalla
Controriforma e perciò la maggior parte delle voci
che si levavano sull’argomento rimanevano
doverosamente nell’ambito dell’ortodossia. In
questo secolo, la figura di maggior spicco in Italia,
nel campo del pensiero economico, è quella di
Geminiano Montanari (1633-1687), modenese, che si
interessò di legge, matematica ed economia. Egli
affermò che “la moneta è la creazione spontanea
della comunità e dell’umana industria” .
In
Italia nel Seicento si crearono due poli opposti tra
coloro che erano contrari al prestito fruttifero e
coloro, invece, che ammettevano la corresponsione
dell’interesse, ma non l’usura. Si comprende come
in Italia la strada dell’emancipazione
dell’interesse è nel Seicento ancora assai lunga.