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"Profili dell'usura e polemica antiebraica"

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IL CONCETTO DI USURA NEL CINQUECENTO 

Fonte: tesi di laurea discussa alla Facoltà di Giurisprudenza di Napoli dalla dottoressa Daniela Capone (Virgilio Mail ) sul tema: "Profili dell’usura e della polemica antiebraica nel Rinascimento. Il mercante di Venezia di Shakespeare".

Nei primi anni del Cinquecento la Chiesa, per la prima volta, si pronunciava con un certo possibilismo sul problema dei prestiti di denaro a interesse, e proprio nei secoli che vedono comparire sulla scena europea il Protestantesimo.

Martin Lutero (1483-1546), promotore e capo della riforma protestante, prende di mira l’usura attaccando la riprovevole pratica con la stessa risolutezza dei padri della Chiesa. Durante  il primo periodo della sua campagna contro l’usura, Lutero sostiene una concezione veramente estremistica della dottrina di Cristo nei riguardi dell’attività economica. Egli accusa i dottori medioevali di abbassare i comandamenti del Signore in meri consigli.

Nei suoi Sermoni sull’usura del 1519 e 1520, Lutero non solo ribadisce che il prestito di denaro deve essere gratuito ma condanna anche quel pagamento di un compenso per il damnus emergens  previsto e ammesso dal diritto canonico. [1]

In questo periodo Lutero si fa portavoce della nazione tedesca contro le estorsioni “usurarie” della Chiesa romana e delle fondazioni ecclesiastiche.

Egli ricorda come la legge di Cristo esorti ad aiutare i bisognosi senza chiedere interessi sulle somme prestate [2].

Molti seguaci di Lutero sostenevano che egli non sarebbe mai sceso a compromessi con le leggi civili o canoniche che permettevano l’usura, ma che avrebbe per contro insistito per il completo e letterale adempimento della parola scritturale. Infatti, Lutero invita i suoi predicatori a compiere le loro funzioni evangeliche, e cioè a spiegare il Vangelo.

Essi devono incessantemente insegnare che il profitto apertamente richiesto su un contratto di mutuum, sia ad un amico che ad un nemico, è un peccato contro qualunque legge: divina, naturale e civile.

Lutero, però, non avrebbe voluto che i predicatori usurpassero le funzioni delle altre autorità. I predicatori non devono entrare nelle complicate discussioni delle sottili questioni legali che sono legate al problema dell’usura. Essi devono attenersi al Vangelo e continuare semplicemente a denunciare l’usura, lasciando la soluzione dei singoli punti e dei casi dubbi della vita quotidiana ai giuristi, ai principi e alla coscienza individuale.

Né i predicatori devono assumere un atteggiamento troppo rigido nei loro attacchi contro l’usura. Una particolare cautela deve essere osservata quando si tratta di vecchi, di vedove, di orfani e di altri, i quali derivano per necessità le loro magre entrate dai profitti sulle somme che essi hanno investito presso i mercanti [3].

Vent’anni dopo, tuttavia, quando inizia la sua campagna contro gli usurai esortando i predicatori a combatterli con ogni mezzo, sembra esserci stato un certo ammorbidimento nelle sue posizioni. Egli infatti fa una distinzione tra i prestatori che si accontentano di applicare un tasso di interesse ragionevole e coloro che ne esigevano uno assai più esoso [4].

Tra i protestanti, il più liberale sul problema della liceità dell’usura fu Giovanni Calvino (1509-1564). Calvino, capo indiscusso della Riforma nella Svizzera francese e fondatore a Ginevra del primo governo presbiteriano d’Europa, è autore della famosa Lettera a Claude de Sachin [5] e di Commenti alle Sacre Scritture.

In questi scritti, egli confuta la teoria aristotelica affermando che il denaro è produttivo e l’interesse lecito in quanto parte del giusto guadagno; per lui, “il pagamento di un interesse per un capitale è altrettanto ragionevole del pagamento di un mezzadria per un terreno” [6]. Secondo Calvino, il precetto evangelico del mutuum date nihil sperantes  non ha carattere prescrittivi, ma di mera esortazione alla carità cristiana; inoltre, il buon cristiano rende gloria a Dio meglio con l’assiduo lavoro che con l’elemosina. L’uomo, pertanto, deve rifuggire dalla pigrizia e dalla mendicità. Siamo dunque alla prima netta affermazione dell’etica protestante, per la quale il successo materiale nella vita sarà il segno palese della benevolenza divina [7].

 Verso la metà del Cinquecento, la Chiesa cattolica con un movimento chiamato Controriforma cercò di contrastare e combattere la riforma protestante  e il suo momento centrale fu il Concilio ecumenico di Trento (1545-1563). Il Concilio, convocato da Paolo III, durò un ventennio e continuò sotto altri tre papi, riuscì a produrre una profonda revisione dei dogmi e delle strutture gerarchiche della Chiesa, introducendo o rafforzando vari strumenti atti ad assicurare il rispetto dell’ortodossia. Anche nel campo del dibattito sulla liceità del prestito ad interesse il Concilio diede una grossa tirata di redini, irrigidendosi ulteriormente, come reazione alle aperture dei calvinisti, sulle tradizionali posizioni di recisa condanna di ogni forma di usura.

Il giudizio del Concilio di Trento sull’usura è inflessibilmente negativo: l’usura non è che una varietà di furto e come tale ricade sotto la sanzione assoluta del settimo comandamento, “non rubare”. Viene ribadita, inoltre, la classica, notissima definizione dell’usura come sovrappiù illecito [8] ed anche le bolle dei pontefici del periodo e i catechismi della Chiesa confermarono l’adozione di questa posizione di assoluta ripulsa di ogni forma di prestito a interesse per i cristiani, pena la scomunica.

 Una dichiarazione di liceità dell’usura è sufficiente per essere considerati eretici e scomunicati; così pure l’autorizzazione alla fondazione di un banco di prestito o di pegno sarà colpita dalla scomunica di coloro che la concedono.

Gli scrittori che in Italia si dedicarono allo studio del problema della liceità dell’usura sono pesantemente condizionati dalla dottrina tomistica della Controriforma; perciò sono spesso privi di qualsiasi forma di audacia ideologica e di ogni originalità di pensiero.

Quindi appare quanto mai opportuna e legittima la considerazione che “dopo l’aratura fatta nei secoli XII, XIII e XIV, segnatamente dai giuristi laici, il dibattito sulla moneta non espresse contributi inediti” [9].


Note

[1] Lutero, Sermoni sull’usura, Berlino, 1519, p.123

[2] Ibidem, p. 130

[3] B. Nelson, Usura e Cristianesimo, Firenze, 1967, p.76

[4] Gelpi-Julien-Labruyere, Storia del credito al consumo, cit.,  pp. 91-93

[5] Calvino, Lettera a Claude de Sachin, Ginevra, 1540.

[6] Storia del credito al consumo, op. cit., p.97

[7] Le Goff, Il cristianesimo in Occidente da Nicea alla Riforma,in Storia del Cristianesimo, cit., p. 300

[8] Le Goff, La borsa e la vita, cit. p. 20

[9] O. Nuccio, Il pensiero economico italiano, Sassari, 1984, V , II p.23

 

 

 

 

 

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