Nei
primi anni del Cinquecento la Chiesa, per la prima
volta, si pronunciava con un certo possibilismo sul
problema dei prestiti di denaro a interesse, e proprio
nei secoli che vedono comparire sulla scena europea il
Protestantesimo.
Martin
Lutero (1483-1546), promotore e capo della riforma
protestante, prende di mira l’usura attaccando la
riprovevole pratica con la stessa risolutezza dei
padri della Chiesa. Durante il primo periodo della sua campagna contro l’usura, Lutero
sostiene una concezione veramente estremistica della
dottrina di Cristo nei riguardi dell’attività
economica. Egli accusa i dottori medioevali di
abbassare i comandamenti del Signore in meri consigli.
Nei
suoi Sermoni sull’usura del 1519 e 1520,
Lutero non solo ribadisce che il prestito di denaro
deve essere gratuito ma condanna anche quel pagamento
di un compenso per il damnus emergens previsto e ammesso dal diritto canonico.
In
questo periodo Lutero si fa portavoce della nazione
tedesca contro le estorsioni “usurarie” della
Chiesa romana e delle fondazioni ecclesiastiche.
Egli
ricorda come la legge di Cristo esorti ad aiutare i
bisognosi senza chiedere interessi sulle somme
prestate .
Molti
seguaci di Lutero sostenevano che egli non sarebbe mai
sceso a compromessi con le leggi civili o canoniche
che permettevano l’usura, ma che avrebbe per contro
insistito per il completo e letterale adempimento
della parola scritturale. Infatti, Lutero invita i
suoi predicatori a compiere le loro funzioni
evangeliche, e cioè a spiegare il Vangelo.
Essi
devono incessantemente insegnare che il profitto
apertamente richiesto su un contratto di mutuum,
sia ad un amico che ad un nemico, è un peccato contro
qualunque legge: divina, naturale e civile.
Lutero,
però, non avrebbe voluto che i predicatori
usurpassero le funzioni delle altre autorità. I
predicatori non devono entrare nelle complicate
discussioni delle sottili questioni legali che sono
legate al problema dell’usura. Essi devono attenersi
al Vangelo e continuare semplicemente a denunciare
l’usura, lasciando la soluzione dei singoli punti e
dei casi dubbi della vita quotidiana ai giuristi, ai
principi e alla coscienza individuale.
Né
i predicatori devono assumere un atteggiamento troppo
rigido nei loro attacchi contro l’usura. Una
particolare cautela deve essere osservata quando si
tratta di vecchi, di vedove, di orfani e di altri, i
quali derivano per necessità le loro magre entrate
dai profitti sulle somme che essi hanno investito
presso i mercanti .
Vent’anni
dopo, tuttavia, quando inizia la sua campagna contro
gli usurai esortando i predicatori a combatterli con
ogni mezzo, sembra esserci stato un certo
ammorbidimento nelle sue posizioni. Egli infatti fa
una distinzione tra i prestatori che si accontentano
di applicare un tasso di interesse ragionevole e
coloro che ne esigevano uno assai più esoso .
Tra
i protestanti, il più liberale sul problema della
liceità dell’usura fu Giovanni Calvino (1509-1564).
Calvino, capo indiscusso della Riforma nella Svizzera
francese e fondatore a Ginevra del primo governo
presbiteriano d’Europa, è autore della famosa Lettera
a Claude de Sachin
e di Commenti alle Sacre Scritture.
In
questi scritti, egli confuta la teoria aristotelica
affermando che il denaro è produttivo e l’interesse
lecito in quanto parte del giusto guadagno; per lui,
“il pagamento di un interesse per un capitale è
altrettanto ragionevole del pagamento di un mezzadria
per un terreno” .
Secondo Calvino, il precetto evangelico del mutuum
date nihil sperantes non
ha carattere prescrittivi, ma di mera esortazione alla
carità cristiana; inoltre, il buon cristiano rende
gloria a Dio meglio con l’assiduo lavoro che con
l’elemosina. L’uomo, pertanto, deve rifuggire
dalla pigrizia e dalla mendicità. Siamo dunque alla
prima netta affermazione dell’etica protestante, per
la quale il successo materiale nella vita sarà il
segno palese della benevolenza divina .
Verso
la metà del Cinquecento, la Chiesa cattolica con un
movimento chiamato Controriforma cercò di contrastare
e combattere la riforma protestante
e il suo momento centrale fu il Concilio
ecumenico di Trento (1545-1563). Il Concilio,
convocato da Paolo III, durò un ventennio e continuò
sotto altri tre papi, riuscì a produrre una profonda
revisione dei dogmi e delle strutture gerarchiche
della Chiesa, introducendo o rafforzando vari
strumenti atti ad assicurare il rispetto
dell’ortodossia. Anche nel campo del dibattito sulla
liceità del prestito ad interesse il Concilio diede
una grossa tirata di redini, irrigidendosi
ulteriormente, come reazione alle aperture dei
calvinisti, sulle tradizionali posizioni di recisa
condanna di ogni forma di usura.
Il
giudizio del Concilio di Trento sull’usura è
inflessibilmente negativo: l’usura non è che una
varietà di furto e come tale ricade sotto la sanzione
assoluta del settimo comandamento, “non rubare”.
Viene ribadita, inoltre, la classica, notissima
definizione dell’usura come sovrappiù illecito
ed anche le bolle dei pontefici del periodo e i
catechismi della Chiesa confermarono l’adozione di
questa posizione di assoluta ripulsa di ogni forma di
prestito a interesse per i cristiani, pena la
scomunica.
Una
dichiarazione di liceità dell’usura è sufficiente
per essere considerati eretici e scomunicati; così
pure l’autorizzazione alla fondazione di un banco di
prestito o di pegno sarà colpita dalla scomunica di
coloro che la concedono.
Gli
scrittori che in Italia si dedicarono allo studio del
problema della liceità dell’usura sono pesantemente
condizionati dalla dottrina tomistica della
Controriforma; perciò sono spesso privi di qualsiasi
forma di audacia ideologica e di ogni originalità di
pensiero.
Quindi
appare quanto mai opportuna e legittima la
considerazione che “dopo l’aratura fatta nei
secoli XII, XIII e XIV, segnatamente dai giuristi
laici, il dibattito sulla moneta non espresse
contributi inediti” .