Nel
tardo Medioevo si assiste ad una vera e propria
rivoluzione commerciale, con la creazione delle società
di persone e gli albori del diritto e della tecnica
bancaria.
A
opera degli italiani erano già avvenute le due
principali invenzioni: quella delle società e quella
della cambiale. Nell’Italia settentrionale e in
Toscana, lo scoglio del divieto fatto all’usura,
veniva spesso evitato con sottili espedienti giuridici
o mediante l’uso dei nuovi strumenti di credito e
delle nuove tecniche commerciali escogitate dai
banchieri e dagli operatori commerciali.
La
Chiesa, non consentendo ai cristiani di praticare il
prestito a interesse, chiudeva un occhio
sull’esercizio dell’usura da parte degli ebrei.
Anche
le autorità civili, Comuni e Signorie, poste di
fronte alla necessità del commercio e della vita
economica, dovevano escogitare un modus vivendi,
adottando un ragionevole compromesso che consentisse
l’apertura di crediti sia al consumo, sia ai
mercanti e alle pubbliche istituzioni, senza per
questo incorrere nella scomunica. I governi ricorsero
all’espediente di accordare “privilegi” ai
prestatori professionali di denaro autorizzandoli ad
aprire un “banco” sulla pubblica piazza con la
qualifica di “pubblici usurai”, contro il
pagamento di una tassa e a condizione di non superare
un tasso di usura massimo prefissato .
Già
nel 1300, in molte città italiane, si formano gruppi
di ebrei che si dedicano all’usura. A differenza
degli ebrei che operano nell’Europa del Nord, e che
hanno capitali sufficienti per prestare grosse somme
di denaro ai nobili e ai re, questi ebrei
“italiani” estendono facilitazioni di credito, di
solito su pegno e non su carta, alle classi meno
abbienti. Spesso sono gli stessi governi, o comunque
le autorità costituite, che invitano gli ebrei a
impiantare un banco di pegno, fissando anche le
condizioni del credito mediante regolari convenzioni e
contratti.
Nel
corso del XV secolo si assiste in Italia ad un
fenomeno non solo assai interessante sotto il profilo
religioso, ma anche importante sotto l’aspetto socio
economico: la nascita di un nuovo istituto di credito
al consumo, il cosiddetto “Monte di Pietà”: in
sostanza si tratta di una soluzione per porre un
rimedio ai mali dell’usura sul corpo sociale, di
trovare delle difese adeguate per i più deboli.
Secondo alcuni i primi Monti di Pietà furono quelli
di Ancona e Terni, altri fanno cominciare la lista dal
Monte di Perugina seguito da quello di Gubbio e poi
quelli di Viterbo, Savona, Assisi, Mantova, Siena,
Bologna, Brescia, Piacenza, Reggio Emilia e infine,
Milano e Firenze.
All’origine
della formazione del successivo sviluppo dei Monti di
Pietà, c’è indubbiamente un profondo sentimento di
carità cristiana ed un sincero amore verso i poveri,
che si vorrebbe liberare dalle grinfie degli usurai,
ebrei o cristiani che siano. I due ordini religiosi più
impegnati sul fronte della carità e del soccorso
finanziario ai poveri si spaccarono in due partiti
avversi sulla questione di quale forma di prestito i
nuovi Monti di Pietà potevano praticare: i domenicani
ritenevano che i prestiti fossero a titolo gratuito,
secondo lo stretto insegnamento evangelico; i
francescani, invece, propesero per l’applicazione di
un tasso assai ridotto, ma tale da consentire la
copertura delle spese di gestione. Il solo punto su
cui francescani e domenicani si trovavano d’accordo
era quello della predicazione antisemitica e della
spietata guerra agli usurai ebrei .
Già
nella prima metà del Quattrocento erano ricominciate
in Italia le espulsioni e le persecuzioni degli ebrei:
le prime ad opera dei governanti, le seconde per la
predicazione antisemitica dei frati, che aizzavano il
popolo ad attaccare gli ebrei. Successivamente cambiò
la posizione ufficiale della Chiesa nei confronti
dell’usura e “al V Concilio Lateranense del 1512
ci fu l’approvazione definitiva dell’istituto, non
più ora creazione francescana, ma ecclesiastica e
papale” .
Nel
1515 Papa Leone X emetteva la bolla Inter
Multiplices con la quale, tra l’altro,
autorizzava l’applicazione ai prestiti del pagamento
delle piccole somme necessarie a coprire le spese di
gestione dei mutui. Era il riconoscimento ufficiale
della legittimità dell’attività bancaria, a certe
condizioni ed entro precisi limiti.
Nei
primi tempi, questi Monti erano creature assai
fragili: non possedevano strutture finanziare solide;
spesso avevano grosse difficoltà a recuperare i
crediti o a vendere i numerosi pegni scaduti, cioè
non riscattati dai debitori; non riuscivano, insomma,
a competere efficacemente con le operazioni creditizie
condotte dai prestatori dei banchi.
Fu
appunto allora che intervenne la Chiesa; in seguito,
questi istituti furono fondati non solo da ordini
religiosi ma anche da privati cittadini.
Con
l’andare nel tempo, molte di queste istituzioni
benefiche divennero vere e proprie banche.
I
Monti di Pietà sono stati istituti tipicamente
italiani: in Francia ebbero una nascita faticosa e
condussero vita grama; in Inghilterra, ogni tentativo
di fondare un Monte fallì miseramente, anche per la
dichiarata ostilità di entrambi i principali partiti
politici del paese verso un siffatto progetto.
Successivamente
in Italia i Monti di Pietà cambiarono il nome in
“Monti di credito su pegno”, sotto il quale
continuarono a concedere
prestiti con garanzia di pegno su beni mobili e
a tassi agevolati. Il loro sviluppo non si limitò
solo all’Italia Settentrionale ma operarono anche in
Italia Meridionale in particolare a Napoli .