Il
filosofo e teologo che ebbe il più grande impatto sul
pensiero etico-economico della Chiesa nel Medioevo e
che esercitò un enorme influsso sui pensatori
religiosi e laici che lo seguirono, fu San Tommaso
d’Aquino (1225-1274) detto “il dottor angelico”.
Nato
nel Meridione d’Italia da nobile famiglia lombarda
di origine normanna, si fece domenicano nonostante i
suoi genitori fossero contrari.
Dalla
scuola di Monte Cassino passò a Colonia (e forse a
Parigi) a studiare sotto Alberto Magno e fu poi
nominato professore a Parigi alla corte papale e a
Napoli.
Le
sue principali opere sono la Somma Theologiae e
la Summa Gentiles in cui San Tommaso offre le
soluzioni agli innumerevoli quesiti posti in materia
d’etica e di dottrina cristiana.
In
termini di morale egli osserva che l’usura discende
da quel particolare vizio compreso nel genere
dell’avarizia ed è prodotto dalla cupidità della
sovrabbondanza dei beni temporali e corporali. Egli
inoltre faceva notare che se le leggi ecclesiastiche
vietavano gli interessi usurai e ne imponevano la
restituzione, le leggi civili invece, non la
proibivano ed in alcune condizioni erano permissive.
Nel dare la spiegazione
di questo diverso atteggiamento San Tommaso precisa
che le leggi positive umane permettevano l’usura non
perché questa sia secondo giustizia ma per non fare
insorgere inconvenienti per la società, dal momento
che, in questo modo, potevano essere evitati .
Fra
le questioni trattate, molto spazio viene dedicato
all’annoso problema della natura e della liceità
dell’usura, problema che il sommo teologo affronta
invocando l’autorità delle Scritture e quella di
Aristotele, che egli chiama il “Filosofo” per
antonomasia .
Per l’Aquinante, come affermava il filosofo greco,
il denaro non partorisce denaro e pertanto ogni forma
d’usura è da condannare recisamente come innaturale
e quindi peccaminosa; accettato il concetto di moneta
come strumento di scambio puro e semplice, doveva
essere accolto pure il principio aristotelico della
sterilità del denaro, in virtù del quale ogni
compenso per il prestito assume l’aspetto di un atto
contro natura.
L’eccedenza
condannabile, ovvero l’usura, per San Tommaso, non
consiste in un determinato guadagno convenzionale, ma
sarà data dalla sua inutilità, dal fatto che eccede
quanto è necessario alla vita dell’uomo, cioè è
data dal suo superare la convenienza al fine cui va
commisurato quell’utile.
Al
di sopra dell’utile, sia poco, sia molto, per la
vita di quell’uomo, attore del negozio, si avrà
l’inutile, vale a dire l’usura. Da ciò viene
dedotto il principio che “dovunque si operi lo
scambio dei beni in vista del loro aumento e di una
moltiplicazione, già si agisce oltre il fine
conveniente, perché dove si intende l’aumento e la
moltiplicazione, ivi non può essere il fine
conveniente” .
Il
Teologo ritiene che le necessità della vita hanno un
limite nel loro esaudimento, mentre l’usura, in
quanto cupidità, non consente limitazioni, cioè
procede all’infinito; con l’usura, così intesa,
viene fatto proprio ciò che è di altri.
Tommaso
respinge le teorie di Platone, appoggiando Aristotele,
perché queste facevano perno esclusivo della vita
economica sull’agricoltura e giungevano ad
ipotizzarla come riservata unicamente ad una classe
sociale.
San
Tommaso ritiene che per una perfetta vita cittadina si
richiede che siano proprietari non solo gli
agricoltori, ma anche gli altri .
Respinge
anche le teorie comunistiche miranti al livellamento
delle ricchezze sotto la ragione della pace sociale
che giudica contro natura. I litigi non vengono dunque
evitati col livellamento della proprietà, ma
piuttosto vengono aumentati.
Se
dunque la ricchezza ha una sua funzione sociale, resta
però anche vero che i dislivelli tra ricchi e poveri
pregiudicano l’ordine e la libertà dello Stato. La
condizione migliore, quella che assicura la più
democratica distribuzione delle risorse, è un grado
medio di ricchezza diffusa.
Bisogna
sottolineare che Aristotele scriveva in un periodo in
cui l’agricoltura era alla base della vita e dei
processi economici, mentre gli Scolastici si
avvarranno dell’esperienza maturata col commercio.
Per cui se gli Scolastici avevano recepito
dall’antichità il riconoscimento delle tre funzioni
della moneta, cioè quale mezzo di scambio, quale
misura di valore, quale riserva di valore, essi
ravvisarono una quarta funzione, quella di servire
come misura di valore nei pagamenti differiti .
S.
Tommaso dissente dal provvedimento legale di Licurgo
con cui fu inibito l’uso dei metalli preziosi e
della moneta in funzione di mezzo di scambio
indiretto, vale a dire quali beni intermediari, per il
commercio dei beni di consumo, a favore invece dello
scambio diretto, del baratto dei beni in natura.Per
l’Aquinate la moneta è solo in funzione di scambio
ed è un mezzo di distribuzione e non di
tesaurizzazione e di traffico.
Per
gli Autori della Scolastica, questo dell’essere spesa,
sarà soltanto l’uso principale della moneta,
accanto al quale essa resta una merce, una cosa
venale, il cui valore varia a seconda della sua
abbondanza o deficienza.
San
Tommaso individua tra le forme d’usura l’usura
sortis, indicante l’esistenza di un qualsiasi
premio su un bene o capitale, semplicemente mutuato; l’usura
delle usure, particolarmente infamata, quando si
esigevano gli interessi degli interessi stessi; e l’usura
centesima e dell’emiola. Il nome di
quest’ultima forma di usura deriva dal fatto che i
Romani per comodità contabile, dicevano asse
la massa del numerario, il capitale si usava dividerlo
per cento. Si veniva ad esigere la centesima parte
ogni mese, di modo che si aveva il tasso del 12% ogni
anno.
Questi
interessi erano considerati massimi tra i romani ed i
greci, ed era concesso superarli solo nei contratti di
trasporto ed in quelli marittimi, in presenza cioè di
un rilevante pericolo, parlandosi in questo caso di
usura marittima.
Nelle
riflessioni di San Tommaso la ricerca dell’equitas
ha prodotto la teoria del giusto prezzo. San Tommaso
distingue tra speculazione e guadagno ed il fenomeno
del guadagno è cosa in se stessa indifferente.
Il
guadagno è buono e legittimo se viene ordinato ad un
fine necessario o onesto; l’esistenza di questa
intenzione rende lecito il negozio e le relative
operazioni economiche finanziarie. San Tommaso
asserisce che il commerciante deve ricercare il
guadagno non come scopo diretto delle sue operazioni,
bensì come stipendio del suo lavoro posto a beneficio
della società. “Una tale disposizione interiore
legittimante il guadagno sarà messa in evidenza e
dimostrata proprio dall’impegno di questo ricavato,
il quale non potrà essere altro che il sostentamento
della propria famiglia, o il sovvenire agli indigenti,
o il procurare un’utilità pubblica perché non
manchino le cose necessarie al bene della patria” .
In
altri termini è assolutamente condannato il profitto
per il profitto.
L’espressione
di S. Tommaso “expedit lucrum non quasi finem, sed quasi stipendium
laboris”
induce all’ulteriore rilievo che, secondo le idee
generali del tempo, il valore dei beni è dato dal
lavoro umano, cristianamente riabilitato di fronte al
dispregio dei tempi aristotelici e romani. Donde
discende, tra l’altro, una delle motivazioni, anzi
quella sostanziale, della condanna dell’interesse
ritratto dal prestito del denaro, incapace per sé di
produrre frutto.
Il
lavoro era dunque, nell’età di mezzo, un elemento
di determinazione del valore delle cose prodotte; ma
dobbiamo subito aggiungere che, se nella precisazione
del prezzo si teneva conto della qualità e della
quantità, si faceva calcolo anche della
quantificazione del soggetto del lavoro stesso in
riferimento alla classe sociale a cui apparteneva.
Il
che porta a sua volta, come logico trapasso, a
considerare un altro aspetto della società e del
pensiero sociale medioevale, strettamente legato con
la dottrina e la pratica del “giusto prezzo”:
quello della divisione
in classi secondo le gerarchie stabilite dal volere divino. Concetto di
divisione che al pari di quello del “giusto mezzo”
ricorre in tutti gli scrittori del tempo sulla scorta
del pensiero scolastico, ed ha la sua pratica
attuazione fino nella distinzione tra Arti maggiori e
minori, accentuata al punto da importare una
differenza nei diritti politici.
E’
noto che S. Tommaso accetta su questo terreno la
gerarchia aristotelica, dividendo non soltanto la
società in due parti, i poveri numerosissimi e i
ricchi in assai minor quantità, ma stabilendo tre “gradus
dignitatis: inferior, medius, supremus”,
suddivisi alla loro volta in tanti gradi interni
tranne l’ultimo che comprende i principi preposti da
Dio agli Stati .
E tanto insiste su tale divisione, che non soltanto
non ammette l’elevamento del singolo fino a
raggiungere il livello della classe superiore, tranne
nel caso di passaggio all’ordine sacerdotale ,
ma nemmeno vuole l’abbassamento al gradino
sottostante, ancorché sia la conseguenza di una
dispersione della ricchezza a mezzo dell’elemosina .
Orbene, dalla costituzione gerarchia della società si
traeva un’altra idea informatrice del pensiero e
della pratica, quella della sufficienza, secondo cui
ciascun settore sociale doveva avere l’id quod
sufficit al proprio tenore di vita. Questo id
quod sufficit, indispensabile al mantenimento dei
diversi livelli, non poteva non consistere nella
diversa disponibilità del denaro: dal che
l’ammissione che tale diversa disponibilità negli
individui dei vari ceti fosse ricavata, quando non
provenisse dalla proprietà fondiaria e immobiliare,
dalla remunerazione della attività, che appunto perciò
doveva essere commisurata secondo una scala
appropriata. Questa conseguenza della diversa rimunerazione del lavoro,
che la teoria traeva necessariamente dalla premessa
della immutabile divisione delle classi, e che,
trasportata dal campo dell’economia in quello
penale, suggeriva la gradazione delle pene a seconda
del grado sociale dell’offeso, aveva una grande
importanza anche nella pratica commerciale.
S.
Tommaso, che, fedelissimo al principio gerarchico
d’ordine divino, ne trasse le accennate conseguenze
nei confronti della ricompensa del lavoro, delinea però,
sempre sulla scorta di Aristotele, anche un concetto
di qualifica, avvicinatesi al concetto moderno.
Per
l’autore della Summa il prezzo è giusto quando si
compra e si vende sulla base delle condizioni
verificatesi naturalmente nel mercato; la
compravendita è invece illecita se le condizioni si
sono verificate con l’artificio dell’uomo che
ricerca la volontà preordinata del sopraprofitto
basato sullo sfruttamento, altrettanto preconfigurato,
del bisogno.
“Il
mercante - dice San Tommaso - può vendere il suo
grano in un momento di scarsità al prezzo che la
comune stima determina in quel momento… ma non ha
assolutamente il diritto di approfittare di
quell’ultimo istante per denunziare una quantità
minore di quella di cui effettivamente dispone, o
comunque per rifiutarsi di vendere al prezzo dato
dalla communis aestimatio” .
La
teoria del giusto prezzo di San Tommaso scaturisce
dalla prospettiva teologica sulla giustizia di cui il
teologo Riccardo da Mediavilla (1249-1306), dello
stesso periodo dell’Aquinante, descrivendo un quadro
che è lo stesso che viviamo oggi con i processi di
globalizzazione in atto, affermava: “Ora però
succede che alcune parti del mondo abbondino di certe
cose utili all’uso umano, di cui invece altre terre
siano deficienti, e viceversa… e pertanto la ragione
naturale ci indica rettamente che quella terra, la
quale abbondi di un bene adatto all’uso umano, deve
soccorrere quella parte della terra che ne è
mancante” .