I
grandi filosofi e pensatori dell’antica Grecia
analizzarono con interesse il fenomeno dell’usura
evidenziando soprattutto gli aspetti negativi.
Platone
e Aristotele portarono avanti un discorso lineare e
preciso del concetto di usura. Nella sua opera più
significativa sotto il profilo delle teorie economiche
che vi sono esposte, La Repubblica, Platone
(427-347 a.C.) esprime un giudizio di biasimo assoluto
per ogni pratica usuraria .
Tale giudizio negativo è ribadito, nei Dialoghi,
nei capitoli V e XI delle Leggi
.
Nella
sua Repubblica, Platone aveva dato come
necessari alla città solo l’ agricoltore, il
tessitore, il muratore ed il cuoiaio, e, solo in linea
inferiore, il negoziante ed il banchiere,
privilegiando, così, un livellamento comunistico.
Per
questo motivo fu molto criticato da Aristotele, il
quale lo accusava di aver ragionato solo in base al
criterio del minimo vitale, quasi che la vita
di collettività si identifichi in un semplicemente
vivere, mentre bisogna piuttosto vivere bene.
Nelle
Leggi, Platone affronta a più riprese
l’argomento dell’interesse.
Nessuno,
per esempio, deve depositare denaro presso chi non è
di sua fiducia, né darlo in prestito per interesse:
la legge, infatti, non obbliga
chi ha ricevuto il prestito a pagare
l’interesse o a restituire il capitale.
Deve,
inoltre, essere condannato a pagare il doppio, chi
ricevuto, una prestazione d’opera, in anticipo sul
pagamento, non la ricambi pagando la ricompensa nel
tempo convenuto. Platone insiste sul punto precisando
che se passato un anno, costui pagherà anche
l’interesse di un obulo al mese per ogni dracma del
prezzo del lavoro, e questo a prescindere dal fatto
che fosse proibito in ogni altro caso a trarre
interessi dal danaro.
Si
nota quindi la posizione di estrema condanna di
Platone, per il quale il debitore, salvo il caso di
mora, non è tenuto a restituire neanche il capitale
ricevuto.
Per
Platone la
moneta era un simbolo escogitato per facilitare
gli scambi ;
tutto ciò era funzionale a teorie, secondo le quali
il valore della moneta è, in linea di principio,
indipendente dalla materia di cui è composta. Da ciò
discende la sua ostilità verso l’uso dei metalli
preziosi ed il suo sostenere la possibilità di una
moneta a circolo chiuso.
Aristotele
(384-322 a.C.), definito “il primo economista
analitico”, porta avanti il pensiero platonico sulla
moneta e sul guadagno. Il Philosophus, analizzando
la ricerca del bene e della felicità, viene ad
inquisire “su di una cert ’altra opinione meno
ragionevole la quale pone la felicità in ciò che ha
ragione di bene utile, cioè il denaro. E ciò ripugna
al concetto di fine ultimo. Infatti si dice utile una
cosa per il motivo che essa è ordinata ad un fine:
siccome il denaro presenta una utilità universale nei
riguardi di tutti i beni temporali, ne discenderebbe
che tale opinione, riponente nel denaro la felicità,
avrebbe una certa probabilità. Ma Aristotele la
respinge per due ragioni. La prima è che il denaro si
acquista per mezzo di violenza e con la violenza si
perde. Ma ciò non conviene alla felicità che è il
fine delle azioni volontarie: quindi la felicità non
consiste nel denaro. La seconda ragione è che noi
cerchiamo la felicità quale bene che non sia
ricercato in ragione di altro. Il denaro invece è
cercato in ragione di altro, perché precisamente ha
ragione di bene utile, quindi la felicità non
consiste nel denaro” .
Per
questo motivo aggiunge che “quella vita che si
incentra nel denaro, è violenta. Le ricchezze stesse
non sono ciò che chiamiamo bene, sono infatti utili e
ricercate in vista di altro” .
Quanto
dunque alla valutazione economica, è pienamente
riconosciuta in Aristotele la necessità e la funzione
della moneta, senza abbandonarsi ad utopismi
platonici.
Per
Aristotele, proprio come la proprietà ha due usi -
l’uno proprio della cosa posseduta (oggi diremo
valore d’uso), l’altro per effettuare scambi
(valore di scambio) -, così vi sono due modi di
guadagnare: lo scambio, o baratto, e l’
accumulazione capitalistica. Perciò la moneta agisce
in due modi diversi nel processo economico per dirla
con Roll, “come intermediario degli scambi, la cui
funzione si esaurisce nell’ acquisizione del bene
richiesto per la soddisfazione di un bisogno; e nella
forma di capitale monetario, che conduce gli uomini a
un desiderio di accumulare senza fine.
Per
la prima volta nella storia del pensiero economico
viene stabilita la distinzione tra capitale monetario
e capitale reale” .
Ne
consegue che il modo più riprovevole di procurarsi un
guadagno è quello in cui l’individuo si serve della
moneta stessa al fine di accumulare altra moneta, cioè
l’usura.
La
vera funzione della moneta è quella che si ha nello
scambio e non quella per cui la moneta si accresce
mediante l’interesse .
Infatti, la moneta è, per sua natura, “sterile”;
con l’ usura, invece, essa prolifica; ed è proprio
per questo che l’ usura è il modo più innaturale
di guadagnare. Non sorprende perciò, che quando la
dottrina cristiana medioevale cercò di condannare gli
aspetti ritenuti più riprovevoli del commercio - la
ricerca del guadagno come fine a se stesso e
particolarmente l’ usura - , essa cercò in
Aristotele un riferimento.
In
Grecia, il prestito commerciale si sviluppa e diventa,
a partire dal V secolo, un fattore della prosperità
economica del paese. Nonostante le teorizzazioni di
numerosi filosofi che avevano a lungo disquisito
sull’illiceità dell’usura, la Grecia antica non
ebbe mai, a differenza di Roma, una legislazione atta
a regolare l’interesse e a reprimere il fenomeno
usurario. Nel corso della sua storia, il prestito a
interesse fu sempre ammesso anche con tassi piuttosto
elevati. Soltanto molto tempo dopo, quando divenne
provincia romana, la Grecia praticò tassi inferiori.