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IL CONCETTO DI USURA NELLA GRECIA CLASSICA

Fonte: tesi di laurea discussa alla Facoltà di Giurisprudenza di Napoli dalla dottoressa Daniela Capone (Virgilio Mail) sul tema: "Profili dell’usura e della polemica antiebraica nel Rinascimento. Il mercante di Venezia di Shakespeare". 

I grandi filosofi e pensatori dell’antica Grecia analizzarono con interesse il fenomeno dell’usura evidenziando soprattutto gli aspetti negativi.

Platone e Aristotele portarono avanti un discorso lineare e preciso del concetto di usura. Nella sua opera più significativa sotto il profilo delle teorie economiche che vi sono esposte, La Repubblica, Platone (427-347 a.C.) esprime un giudizio di biasimo assoluto per ogni pratica usuraria [1]. Tale giudizio negativo è ribadito, nei Dialoghi, nei capitoli V e XI delle Leggi [2].

Nella sua Repubblica, Platone aveva dato come necessari alla città solo l’ agricoltore, il tessitore, il muratore ed il cuoiaio, e, solo in linea inferiore, il negoziante ed il banchiere, privilegiando, così, un livellamento comunistico.

Per questo motivo fu molto criticato da Aristotele, il quale lo accusava di aver ragionato solo in base al criterio del minimo vitale, quasi che la vita di collettività si identifichi in un semplicemente vivere, mentre bisogna piuttosto vivere bene.

Nelle Leggi, Platone affronta a più riprese l’argomento dell’interesse.

Nessuno, per esempio, deve depositare denaro presso chi non è di sua fiducia, né darlo in prestito per interesse: la legge, infatti, non obbliga  chi ha ricevuto il prestito a pagare l’interesse o a restituire il capitale.

Deve, inoltre, essere condannato a pagare il doppio, chi ricevuto, una prestazione d’opera, in anticipo sul pagamento, non la ricambi pagando la ricompensa nel tempo convenuto. Platone insiste sul punto precisando che se passato un anno, costui pagherà anche l’interesse di un obulo al mese per ogni dracma del prezzo del lavoro, e questo a prescindere dal fatto che fosse proibito in ogni altro caso a trarre interessi dal danaro.

Si nota quindi la posizione di estrema condanna di Platone, per il quale il debitore, salvo il caso di mora, non è tenuto a restituire neanche il capitale ricevuto.

Per Platone  la moneta era un simbolo escogitato per facilitare gli scambi [3]; tutto ciò era funzionale a teorie, secondo le quali il valore della moneta è, in linea di principio, indipendente dalla materia di cui è composta. Da ciò discende la sua ostilità verso l’uso dei metalli preziosi ed il suo sostenere la possibilità di una moneta a circolo chiuso.

Aristotele (384-322 a.C.), definito “il primo economista analitico”, porta avanti il pensiero platonico sulla moneta e sul guadagno. Il Philosophus, analizzando la ricerca del bene e della felicità, viene ad inquisire “su di una cert ’altra opinione meno ragionevole la quale pone la felicità in ciò che ha ragione di bene utile, cioè il denaro. E ciò ripugna al concetto di fine ultimo. Infatti si dice utile una cosa per il motivo che essa è ordinata ad un fine: siccome il denaro presenta una utilità universale nei riguardi di tutti i beni temporali, ne discenderebbe che tale opinione, riponente nel denaro la felicità, avrebbe una certa probabilità. Ma Aristotele la respinge per due ragioni. La prima è che il denaro si acquista per mezzo di violenza e con la violenza si perde. Ma ciò non conviene alla felicità che è il fine delle azioni volontarie: quindi la felicità non consiste nel denaro. La seconda ragione è che noi cerchiamo la felicità quale bene che non sia ricercato in ragione di altro. Il denaro invece è cercato in ragione di altro, perché precisamente ha ragione di bene utile, quindi la felicità non consiste nel denaro” [4].

Per questo motivo aggiunge che “quella vita che si incentra nel denaro, è violenta. Le ricchezze stesse non sono ciò che chiamiamo bene, sono infatti utili e ricercate in vista di altro” [5].

Quanto dunque alla valutazione economica, è pienamente riconosciuta in Aristotele la necessità e la funzione della moneta, senza abbandonarsi ad utopismi  platonici.

Per Aristotele, proprio come la proprietà ha due usi - l’uno proprio della cosa posseduta (oggi diremo valore d’uso), l’altro per effettuare scambi (valore di scambio) -, così vi sono due modi di guadagnare: lo scambio, o baratto, e l’ accumulazione capitalistica. Perciò la moneta agisce in due modi diversi nel processo economico per dirla con Roll, “come intermediario degli scambi, la cui funzione si esaurisce nell’ acquisizione del bene richiesto per la soddisfazione di un bisogno; e nella forma di capitale monetario, che conduce gli uomini a un desiderio di accumulare senza fine.

Per la prima volta nella storia del pensiero economico viene stabilita la distinzione tra capitale monetario e capitale reale” [6].

Ne consegue che il modo più riprovevole di procurarsi un guadagno è quello in cui l’individuo si serve della moneta stessa al fine di accumulare altra moneta, cioè l’usura.

La vera funzione della moneta è quella che si ha nello scambio e non quella per cui la moneta si accresce mediante l’interesse [7]. Infatti, la moneta è, per sua natura, “sterile”; con l’ usura, invece, essa prolifica; ed è proprio per questo che l’ usura è il modo più innaturale di guadagnare. Non sorprende perciò, che quando la dottrina cristiana medioevale cercò di condannare gli aspetti ritenuti più riprovevoli del commercio - la ricerca del guadagno come fine a se stesso e particolarmente l’ usura - , essa cercò in Aristotele un riferimento.

In Grecia, il prestito commerciale si sviluppa e diventa, a partire dal V secolo, un fattore della prosperità economica del paese. Nonostante le teorizzazioni di numerosi filosofi che avevano a lungo disquisito sull’illiceità dell’usura, la Grecia antica non ebbe mai, a differenza di Roma, una legislazione atta a regolare l’interesse e a reprimere il fenomeno usurario. Nel corso della sua storia, il prestito a interesse fu sempre ammesso anche con tassi piuttosto elevati. Soltanto molto tempo dopo, quando divenne provincia romana, la Grecia praticò tassi inferiori. 


Note

[1] La Repubblica, VIII, 555

[2] Leggi, V, 742

[3] De Repubblica, 2, 321

[4] Super Ethica I, c.5

[5] Ethic,l.I, c.5

[6] E. Roll, Storia del pensiero economico , Torino, 1966, p.23

[7] La Politica,I,10, 1258 a e b

 

 

 

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