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SECONDA PARTE -
Nell’arco
di due secoli tutti gli stati italiani che non avevano
espulso gli ebrei, li obbligarono a risiedere nel
ghetto: ciò avvenne in Toscana e in Piemonte, mentre
a Milano non vi fu l’edificazione di un ghetto,
perché gli Spagnoli li espulsero dal proprio
territorio.
Nacque
un’ideologia segregazionista nei confronti di una
cultura, che probabilmente, veniva temuta per la sua
forza.
Inizialmente
il ghetto fu visto positivamente anche dagli ebrei, in
quanto forniva loro protezione, ma lo spazio al suo
interno divenne sempre più affollato e il tasso di
mortalità non fu più elevato rispetto all’esterno,
solo grazie al rispetto delle rigorose norme igieniche
che regolavano la loro vita.
Sul
piano economico gli ebrei cominciarono ad impoverirsi
e non potendo esercitare il commercio o altre attività
si erano ridotti a fare i mercanti di stracci; gli
ebrei romani vissero nel ghetto fino al 1870, quando
furono liberati dai soldati del Regno d’Italia.
Con
la rottura dell’unità cristiana gli ebrei
cominciarono a ritrovare un ruolo sociale e
intellettuale.
I
Sefarditi, di origine Iberica, furono accolti
nell’Impero Ottomano dove poterono sviluppare un
intensa attività commerciale e cercarono di
intervenire in aiuto degli altri ebrei d’occidente;
su loro richiesta i Turchi attuarono il blocco del
porto di Ancona, per protestare contro le persecuzioni
che venivano attuate nella città contro la comunità
presente.
Molti
dei conversos portoghesi tornarono alla
religione dei padri non appena furono al sicuro dalla
persecuzione dell’Inquisizione. Fu di notevole
rilevanza l’emigrazione dei conversos
portoghesi verso Venezia, dove poterono riconvertirsi,
a patto di risiedere nel ghetto e portare il segno
distintivo (cappello giallo).
Il
rabbino Simone Luzzatto, nel 1638, esaltò il
contributo che la componente ebraica aveva dato alla
città di Venezia. Anche lo Stato pontificio cercò di
attrarre i possibili immigranti.
Livorno,
con Cosimo I, diede garanzie di libertà di culto, che
attirarono molti ebrei; nel 1591 e nel 1593,
Ferdinando I emanò le leggi livornine, che
concedevano importanti diritti agli ebrei: non erano
costretti a risiedere nel ghetto, né a portare un
segno distintivo.
A
metà del XVII secolo, grazie ai molti giudei che
erano immigrati, Livorno era diventata il maggior
porto del Mediterraneo.
Altre
correnti migratorie si diressero verso la Francia che,
nonostante l’editto di espulsione, tollerava il loro
ritorno, soprattutto grazie all’influenza del
cardinale Richelieu.
Moltissimi
si spostarono nei Paesi Bassi e ad Anversa divennero
importanti per il traffico delle spezie ma quando le
Province Unite attuarono il blocco della città
(1595), si trasferirono ad Amsterdam.
Nei
50 anni seguenti la pace di Westfalia, le comunità in
questa città raddoppiarono il loro numero poiché qui
potevano occuparsi anche del commercio e della
lavorazione dei diamanti, dove non vi erano ancora
corporazioni ad ostacolarli.
Il
grande filosofo e giurista Ugo Grozio, su richiesta
degli Stati Generali delle Province Unite, diede il
proprio parere riguardo la situazione ebraica e stabilì
che doveva essere concessa loro la libertà di culto.
Nel 1615 gli Stati Generali autorizzarono gli ebrei a
praticare la loro religione, ma furono ancora vietati
i matrimoni misti. Nel 1657 fu loro concessa la
cittadinanza ma il ritorno alla religione dei padri
non fu indolore; si verificarono svariati episodi di
eterodossia e conseguenti scomuniche (cherem).
Di
notevole rilievo fu il ruolo svolto dalle svariate
colonie olandesi e, in particolare, nel 1564 alcune di
queste colonie giunsero a Nuova Amsterdam, destinata a
divenire New York, dove nel 1792 gli ebrei furono tra
i fondatori della borsa di Wall Street. Questo fu
possibile perché il calvinismo era meno ostile nei
loro confronti e nel 1664, Carlo II legittimò la loro
presenza anche sul suolo inglese.
Gli
Ashkenaziti, ebrei di origine tedesca, crearono
nuove comunità in Germania; in Boemia e a Praga
vennero tolte le limitazioni nel campo
dell’artigianato e presto divenne la seconda comunità
d’Europa in assoluto, dopo Roma. La Guerra dei
trent’anni fu un occasione di rilancio per gli ebrei
tedeschi, che fecero fortuna come fornitori delle
truppe e mercanti di cavalli.
Diversi
finanzieri divennero "ebrei di corte", cioè
banchieri della corona: questo comportava l’immunità
e l’esclusione dai dazi e il prestigio che
raggiunsero fu tale da migliorare le condizioni di
tutti gli altri ebrei.
Al
termine della guerra subirono nuovi soprusi e
fallimenti economici, perché legati ad un unico
potente. Vi furono però alcune notevoli eccezioni.
Molti
degli ebrei, espulsi dopo la guerra dalle città
imperiali, si diressero verso la Polonia e la Lituania
ed in questi stati si occuparono della gestione delle
terre signorili tramite un accordo detto arenda,
con la quale le proprietà venivano prese in affitto e
gestite dall’affittuario.
Grazie
alla debolezza delle corporazioni, in Polonia
orientale ed in Lituania poterono entrare nei settori
dell’artigianato e del commercio ed in queste
regioni formavano la maggior parte del ceto borghese.
In
Polonia occidentale la situazione era più difficile,
e in particolare a Varsavia, dove non potevano neppure
entrare. Nell’Europa orientale vivevano in piccoli
villaggi, shtetl, e parlavano una lingua, yiddish,
che era un misto tra tedesco antico, ebraico e slavo.
Queste comunità diedero origine al Consiglio dei
Quattro Paesi; un parlamento che fino al XVIII secolo
esercitò poteri di governo sugli ebrei.
La
situazione in Polonia si fece critica con Sigismondo
III Vasa e il consolidamento della Chiesa Cattolica
sul territorio.
Nel
1647 scoppiarono i pogrom, devastazioni ed
eccidi causate da contadini, cosacchi, che
chiedevano rivendicazioni sociali e che, tra i loro
bersagli preferiti, avevano gli ebrei che venivano
visti come la prima causa della loro miseria.
Infatti
in un’economia basata sull’affitto dei terreni, si
trovavano in contatto diretto solo con i giudei e non
con i nobili. Vi fu una nuova diaspora verso
l’occidente, anche se le comunità orientali
mantennero una notevole importanza. Questi episodi non
cambiarono la generale predisposizione degli ebrei ad
inserirsi nella società moderna e la loro stessa
religione incoraggiava la razionalità e l’amore
verso il prossimo, mentre rifiutava l’ascetismo e
non faceva della ricchezza una colpa; gli ebrei
coltivavano così l’impegno di solidarietà sociale,
con la ricerca della prosperità individuale. Furono i
primi ad insegnare all’occidente che il denaro era
una merce come le altre e che portarono agli uomini la
passione per la continua ricerca della verità.
Il
successivo cammino verso l’integrazione non fu
lineare e molto diverso in oriente e occidente: in
oriente la comunità ebraica si sarebbe chiusa in se
stessa mentre in occidente sarebbe progredita fino
all’esplosione di profonde tensioni sfociate poi
nella shoà.