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 L'USURA E GLI EBREI

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DALLA SUBORDINAZIONE ALL'ESCLUSIONE 

Fonte: tesi di laurea discussa alla Facoltà di Giurisprudenza di Napoli dalla dottoressa Daniela Capone (Virgilio Mail ) sul tema: "Profili dell’usura e della polemica antiebraica nel Rinascimento. Il mercante di Venezia di Shakespeare". 

- SECONDA PARTE -

Nell’arco di due secoli tutti gli stati italiani che non avevano espulso gli ebrei, li obbligarono a risiedere nel ghetto: ciò avvenne in Toscana e in Piemonte, mentre a Milano non vi fu l’edificazione di un ghetto, perché gli Spagnoli li espulsero dal proprio territorio.

Nacque un’ideologia segregazionista nei confronti di una cultura, che probabilmente, veniva temuta per la sua forza.

Inizialmente il ghetto fu visto positivamente anche dagli ebrei, in quanto forniva loro protezione, ma lo spazio al suo interno divenne sempre più affollato e il tasso di mortalità non fu più elevato rispetto all’esterno, solo grazie al rispetto delle rigorose norme igieniche che regolavano la loro vita.

Sul piano economico gli ebrei cominciarono ad impoverirsi e non potendo esercitare il commercio o altre attività si erano ridotti a fare i mercanti di stracci; gli ebrei romani vissero nel ghetto fino al 1870, quando furono liberati dai soldati del Regno d’Italia.

Con la rottura dell’unità cristiana gli ebrei cominciarono a ritrovare un ruolo sociale e intellettuale.

I Sefarditi, di origine Iberica, furono accolti nell’Impero Ottomano dove poterono sviluppare un intensa attività commerciale e cercarono di intervenire in aiuto degli altri ebrei d’occidente; su loro richiesta i Turchi attuarono il blocco del porto di Ancona, per protestare contro le persecuzioni che venivano attuate nella città contro la comunità presente.

Molti dei conversos portoghesi tornarono alla religione dei padri non appena furono al sicuro dalla persecuzione dell’Inquisizione. Fu di notevole rilevanza l’emigrazione dei conversos portoghesi verso Venezia, dove poterono riconvertirsi, a patto di risiedere nel ghetto e portare il segno distintivo (cappello giallo).

Il rabbino Simone Luzzatto, nel 1638, esaltò il contributo che la componente ebraica aveva dato alla città di Venezia. Anche lo Stato pontificio cercò di attrarre i possibili immigranti.

Livorno, con Cosimo I, diede garanzie di libertà di culto, che attirarono molti ebrei; nel 1591 e nel 1593, Ferdinando I emanò le leggi livornine, che concedevano importanti diritti agli ebrei: non erano costretti a risiedere nel ghetto, né a portare un segno distintivo.

A metà del XVII secolo, grazie ai molti giudei che erano immigrati, Livorno era diventata il maggior porto del Mediterraneo.

Altre correnti migratorie si diressero verso la Francia che, nonostante l’editto di espulsione, tollerava il loro ritorno, soprattutto grazie all’influenza del cardinale Richelieu.

Moltissimi si spostarono nei Paesi Bassi e ad Anversa divennero importanti per il traffico delle spezie ma quando le Province Unite attuarono il blocco della città (1595), si trasferirono ad Amsterdam.

Nei 50 anni seguenti la pace di Westfalia, le comunità in questa città raddoppiarono il loro numero poiché qui potevano occuparsi anche del commercio e della lavorazione dei diamanti, dove non vi erano ancora corporazioni ad ostacolarli.

Il grande filosofo e giurista Ugo Grozio, su richiesta degli Stati Generali delle Province Unite, diede il proprio parere riguardo la situazione ebraica e stabilì che doveva essere concessa loro la libertà di culto. Nel 1615 gli Stati Generali autorizzarono gli ebrei a praticare la loro religione, ma furono ancora vietati i matrimoni misti. Nel 1657 fu loro concessa la cittadinanza ma il ritorno alla religione dei padri non fu indolore; si verificarono svariati episodi di eterodossia e conseguenti scomuniche (cherem).

Di notevole rilievo fu il ruolo svolto dalle svariate colonie olandesi e, in particolare, nel 1564 alcune di queste colonie giunsero a Nuova Amsterdam, destinata a divenire New York, dove nel 1792 gli ebrei furono tra i fondatori della borsa di Wall Street. Questo fu possibile perché il calvinismo era meno ostile nei loro confronti e nel 1664, Carlo II legittimò la loro presenza anche sul suolo inglese.

Gli Ashkenaziti, ebrei di origine tedesca, crearono nuove comunità in Germania; in Boemia e a Praga vennero tolte le limitazioni nel campo dell’artigianato e presto divenne la seconda comunità d’Europa in assoluto, dopo Roma. La Guerra dei trent’anni fu un occasione di rilancio per gli ebrei tedeschi, che fecero fortuna come fornitori delle truppe e mercanti di cavalli.

Diversi finanzieri divennero "ebrei di corte", cioè banchieri della corona: questo comportava l’immunità e l’esclusione dai dazi e il prestigio che raggiunsero fu tale da migliorare le condizioni di tutti gli altri ebrei.

Al termine della guerra subirono nuovi soprusi e fallimenti economici, perché legati ad un unico potente. Vi furono però alcune notevoli eccezioni.

Molti degli ebrei, espulsi dopo la guerra dalle città imperiali, si diressero verso la Polonia e la Lituania ed in questi stati si occuparono della gestione delle terre signorili tramite un accordo detto arenda, con la quale le proprietà venivano prese in affitto e gestite dall’affittuario.

Grazie alla debolezza delle corporazioni, in Polonia orientale ed in Lituania poterono entrare nei settori dell’artigianato e del commercio ed in queste regioni formavano la maggior parte del ceto borghese.

In Polonia occidentale la situazione era più difficile, e in particolare a Varsavia, dove non potevano neppure entrare. Nell’Europa orientale vivevano in piccoli villaggi, shtetl, e parlavano una lingua, yiddish, che era un misto tra tedesco antico, ebraico e slavo. Queste comunità diedero origine al Consiglio dei Quattro Paesi; un parlamento che fino al XVIII secolo esercitò poteri di governo sugli ebrei.

La situazione in Polonia si fece critica con Sigismondo III Vasa e il consolidamento della Chiesa Cattolica sul territorio.

Nel 1647 scoppiarono i pogrom, devastazioni ed eccidi causate da contadini, cosacchi, che chiedevano rivendicazioni sociali e che, tra i loro bersagli preferiti, avevano gli ebrei che venivano visti come la prima causa della loro miseria.

Infatti in un’economia basata sull’affitto dei terreni, si trovavano in contatto diretto solo con i giudei e non con i nobili. Vi fu una nuova diaspora verso l’occidente, anche se le comunità orientali mantennero una notevole importanza. Questi episodi non cambiarono la generale predisposizione degli ebrei ad inserirsi nella società moderna e la loro stessa religione incoraggiava la razionalità e l’amore verso il prossimo, mentre rifiutava l’ascetismo e non faceva della ricchezza una colpa; gli ebrei coltivavano così l’impegno di solidarietà sociale, con la ricerca della prosperità individuale. Furono i primi ad insegnare all’occidente che il denaro era una merce come le altre e che portarono agli uomini la passione per la continua ricerca della verità.

Il successivo cammino verso l’integrazione non fu lineare e molto diverso in oriente e occidente: in oriente la comunità ebraica si sarebbe chiusa in se stessa mentre in occidente sarebbe progredita fino all’esplosione di profonde tensioni sfociate poi nella shoà.  

 

 

 

 

 

 

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