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USURA: CONCLUSIONI

Fonte: tesi di laurea discussa alla Facoltà di Giurisprudenza di Napoli dalla dottoressa Daniela Capone (Virgilio Mail) sul tema: "Profili dell’usura e della polemica antiebraica nel Rinascimento. Il mercante di Venezia di Shakespeare". 

La storia di ogni società, soprattutto delle società occidentali, è stata profondamente segnata dalla complessa interazione tra l’etica e il diritto.

L’etica e il diritto hanno diverse modalità di influenza: mentre la regola giuridica si impone anche con la forza la regola etica ha altre strade perché rifugge, per sua stessa natura, da questa possibilità.

Mentre la morale risponde ad un sistema prestabilito che si sviluppa attraverso un “sentire etico”, il diritto opera per la tutela di quei diritti ritenuti fondamentali per tutti da una elitè rappresentativa.

La convivenza tra le diverse comunità si realizza in modo armonico se il propulsore di questo aggregato sociale composito si fonda su un’uguaglianza assicurata dal rispetto reciproco; un’uguaglianza, così determinata, realizza il principio fondamentale della libertà personale che viene garantita nel rispetto di un vivere e di un agire sociale.

Lo scopo di una vera democrazia è quello di cercare di evitare che ci siano situazioni nelle quali qualcuno è depositario di un privilegio, quindi il tema dell'eguaglianza è un tema capitale.

Quando invece nella società si sviluppa il dominio politico, militare, economico o religioso di una delle comunità, il diritto si rivela spesso uno strumento di imposizione della volontà dei gruppi dominanti su tutti gli altri.

Bisogna stabilire fino a che punto si possa lasciare al sistema dell'etica, alle regole della morale, la disciplina dei comportamenti, e quando invece sia necessario l'intervento del diritto per evitare che siano violati i principi che sono ritenuti principi etici fondamentali.

Il diritto dovrebbe essere messo al servizio della tutela di questa esigenza fondativa di ciascun individuo, di avere una sfera di libertà, all'interno della quale non può entrare nessun altro, potere pubblico o potere privato che sia.

Morale e diritto si possono congiungere quando ci siano dei principi fondamentali che non possono essere negati da nessuna legislazione.

Le trasformazioni e i profondi cambiamenti dei processi economici, politici, culturali o religiosi possono mutare l’interazione e i rapporti tra le diverse comunità alterando l’influenza dell’etica e del diritto sulla società.

I mutamenti delle condizioni esterne e il complesso delle norme di riferimento provocano nelle comunità che compongono la società spinte all’emancipazione, all’assimilazione o all’adattamento sulla base di comportamenti ereditati dal vissuto storico.

Le modalità di integrazione o di reazione rispetto ai cambiamenti sono infatti il risultato non solo delle risposte alle sollecitazioni contingenti ma anche il prodotto del paradigma culturale di riferimento.

La storia del popolo ebraico è una delle metafore più emblematiche di questo mutevole rapporto tra l’etica e il diritto. La dispersione e le peregrinazioni degli ebrei nel mondo costituiscono infatti una sorta di laboratorio giuridico e sociologico,  tramite cui analizzare nel corso della storia la natura dei conflitti interculturali e il significato degli interventi legislativi tesi a disciplinare la vita delle comunità ebraiche.

Al loro leggendario padre primordiale era stata promessa una discendenza numerosa come la sabbia del mare ed ora essa è presente e peregrina, come un'altra sabbia, attraverso le sabbie. L’immagine del mare che lascia passare il popolo ebraico e che si richiude sui suoi nemici è la metafora più forte di un popolo perennemente in viaggio alla ricerca della propria terra promessa.

Il peregrinare quella moltitudine, che anno dopo anno si trascina attraverso il deserto, è divenuta il simbolo di massa degli ebrei.

In tale situazione di concentrazione il popolo ha ricevuto le sue leggi ed ha avuto, avventura dopo avventura, un destino sempre collettivo.

Le interne disparità, che di solito portano gli uomini a forme di vita distinte, sono state in questa situazione poco determinanti.

Attorno al popolo vi era solo sabbia, la più nuda di tutte le masse; nulla più dell'immagine della sabbia potrebbe spingere all'estremo il senso di solitudine di questa massa peregrinante.

Il numero degli uomini in cammino, da sei a settecentomila, era straordinario non solo per le modeste pretese della preistoria e di particolare importanza appare la durata del cammino. Poiché ciò che si prolunga nella massa per quarant'anni, può successivamente prolungarsi per qualsiasi periodo. Riconoscere in tale durata una punizione è la pena delle ulteriori peregrinazioni, peregrinazioni non hanno intaccato l’unità del popolo ebraico pur diffondendolo in tutto il mondo.

L’inserimento del popolo ebraico all’interno delle più svariate società è stato reso possibile dalla spinta ad una forma di adattamento che tuttavia non ha mai alterato la consapevolezza del “sentirsi ebreo”.

Nelle società occidentali l’etica e il diritto sono state tenute insieme da una moralità cristiana di fondo che è stata trasmessa attraverso alcuni concetti giuridici centrali funzionali per sostenere la coesione sociale.

La trasmissione da parte della Chiesa dei propri dogmi attraverso l’osservanza di norme e precetti hanno fuso l’etica e il diritto in un’unica dimensione cristiana nella quale alla legge è stata conferita anche una valenza etica e ai principi morali anche una tutela giuridica.

L’atteggiamento della Chiesa verso le altre comunità ha avuto come scopo finale la conversione degli infedeli poichè la dottrina cristiana ha sempre considerato tale missione lo strumento più efficace per realizzare all’interno della propria società un’uguaglianza che dalla stessa professione di fede possa procedere verso la condivisione di un comune impianto normativo.

Tra le comunità non cristiane quelle degli ebrei hanno rappresentato per la Chiesa il caso più enigmatico: nessun popolo infatti è più difficile da comprendere degli ebrei.

Questa complessità del rapporto tra ebrei e cristiani trova il più efficace riscontro  in Italia. L’Italia, così come è oggi configurata, è uno dei pochissimi paesi al mondo che possa vantare una plurisecolare, anzi millenaria, ininterrotta permanenza di ebrei nei suoi territori: si tratta di generazioni e generazioni di persone che sono nate e vissute entro orizzonti italiani.

Questa permanenza è stata caratterizzata da modi ed eventi peculiari: tra i molti temi sono da rimarcare la grande stagione dell’Alto Medioevo, la presenza ebraica nell’Italia meridionale, la mediocre incidenza complessiva delle espulsioni, la convivenza complessa con una maggioranza a religione unica, la capillarità degli insediamenti, le reti relazionali transregionali, il fenomeno dei ghetti e l’originalità degli atteggiamenti religiosi e culturali che ha condotto a rilevanti contributi tanto alla “civiltà” generale quanto a quella specifica dell’ebraismo.

Verso la metà del Cinquecento ci fu un inasprirsi dell’atteggiamento del patriziato e un  repentino cambiamento della politica pontificia nei confronti degli ebrei, che venivano considerati “nemici per eccellenza del cristianesimo e fonte di infezione permanente entro la societas christiana”.

Questa svolta trovò espressione in radicali provvedimenti, quali l’istituzione dell’Inquisizione romana, la proibizione dello studio del Talmud, l’obbligo di contribuire alla cassa dei Catecumeni, e raggiunse la sua massima espressione di ostilità con la segregazione ebraica nei ghetti privando gli ebrei dei beni immobili che furono costretti a cedere ai cristiani. La metà dei ghetti venne inaugurata dalla Bolla di Paolo IV nel 1555, e in seguito si ebbe una contrazione dell’attività economica dei banchi ebraici.

Da questi processi deriva una miscela unica nella storia dell’ebraismo in cui ogni singolo elemento della vicenda ebraica in Italia è riscontrabile in ogni area,  ma l’intreccio di tali dinamiche non è comparabile con quello avvenuto in altri paesi.

La peculiarità fondativa che si ricava dalla storia della presenza ebraica in Italia è il profondo radicamento nella realtà della penisola: occorrerebbero non pochi volumi per raccogliere le infinite disposizioni di leggi che prima i Comuni e le Signorie e poi gli Stati italiani hanno progressivamente prodotto per regolare i rapporti con una minoranza che complessivamente superò di rado l’1% della popolazione.

Ciò nonostante, attraverso tutti i secoli di questi ebrei, pure attivi e presenti, si è sempre parlato pochissimo o “sottovoce”: non si è trattato semplicemente di un “tabù”, ma certo attorno agli ebrei si è realizzata una sorta di concorde cortina del silenzio.

Anche nei momenti, come il secondo Quattrocento o l’età della Controriforma, in cui più violenta si è levata, specie dai pulpiti, la voce della giudeofobia, la “consegna “ della grande maggioranza dei politici, dei letterati, degli artisti, degli intellettuali e, in certa misura, degli stessi uomini di chiesa in Italia sembra esser stata  quella di passare oltre, di ignorare, di soprassedere, di sfumare, di far finta che il problema non esistesse o non avesse eccessiva rilevanza.

Questa secolare rappresentazione degli ebrei come appendice casuale della società italiana è sopravvissuta forse alla stessa Costituzione repubblicana.

Gli ebrei dovevano essere il meno visibili possibile, non potevano e non dovevano essere che una piccola minoranza, un gruppo a cui veniva permesso di “testimoniare” senza recare però troppo disturbo.

Soltanto recentemente - e in un panorama politico - culturale in rapidissima evoluzione e con aperture mondiali, ove va facendosi strada la consapevolezza del ruolo che la minoranza ebraica ha avuto nello sviluppo del pensiero occidentale - si è avviata una prima reazione alla visione tradizionale del rapporto tra ebrei e non ebrei nel nostro paese.

Questa reazione fa leva sulla rivendicazione aperta dell’autonomia della componente rappresentata dall’ebraismo. Un ebraismo capace di proporre schemi di pensiero spesso diversi da quelli di una maggioranza apparentemente compatta e portatore di suoi propri valori morali, sociali e in parte anche economici; un ebraismo che, per quanto di minuscole dimensioni, ha contribuito a evidenziare le contraddizioni che popolano l’apparente omogeneità della societas christiana.

Un ebraismo, in sostanza, che va letto anche mutando punto di vista: non solo e non tanto attraverso le lenti della società cristiana, ma anche attraverso la sua autonoma capacità di elaborazione culturale.

Il problema non è dunque soltanto quello di restituire voce a una “ appendice silente”, ma di mettere in discussione l’idea stessa che l’ebraismo sia stato (e sia), rispetto al complesso delle società in cui si è manifestato, un “appendice”, un corpo al tempo stesso inglobato e separato.

Di questo metaforico muro del silenzio sugli ebrei il Mercante di Venezia di Shakespeare costituisce una rara breccia, perché propone la rappresentazione di un popolo condotto dall’ideologia cristiana all’isolamento e all’esclusione soprattutto nel Rinascimento. 

Sebbene gli ebrei fossero stati espulsi dall’Inghilterra nel 1290, a Londra e in altre città dell’isola vivevano piccole comunità di ebrei che probabilmente Shakespeare ha avuto modo di conoscere.

Shylock infatti presenta caratteristiche etniche che lo identificano inequivocabilmente come ebreo non solo per la sua attività di usuraio.

Sull’usura Shakespeare, che fa proprie le problematiche e la sensibilità dell’uomo moderno, aperto al dubbio, non prende posizione e si astiene dall’esprimere un giudizio morale.

Come tipico ebreo, Shylock si trova sempre al centro del ciclone, investito da tutti i contrasti e coinvolto in tutte le diatribe: i due poli opposti, rappresentati da Shylock e da Porzia, rappresentano rispettivamente la legge contro la grazia, la giustizia contro la misericordia, il principio dell’occhio per occhio contro quello del perdono ovvero il confronto tra diritto ed etica.

E’ lecito attribuire al diritto spazi e poteri in contrasto con i principi fondamentali dell’etica? Dove possono condurre i processi di discriminazione nei confronti di un popolo?

Questi sono gli interrogativi che il Mercante di Venezia e la storia del popolo ebraico ci lasciano in eredità. A queste domande la storia ha gia dato le sue più crudeli  risposte con le leggi razziali del regime nazista e la shoà.

Da queste terribili risposte, risultato anche di un secolare progetto di emarginazione verso il popolo ebraico, dobbiamo trarre i giusti insegnamenti per non dare più la possibilità al diritto di sconfinare nell’etica.

 

 

 

 

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