La
storia di ogni società, soprattutto delle società
occidentali, è stata profondamente segnata dalla
complessa interazione tra l’etica e il diritto.
L’etica
e il diritto hanno diverse modalità di influenza:
mentre la regola giuridica si impone anche con la
forza la regola etica ha altre strade perché rifugge,
per sua stessa natura, da questa possibilità.
Mentre
la morale risponde ad un sistema prestabilito che si
sviluppa attraverso un “sentire etico”, il diritto
opera per la tutela di quei diritti ritenuti
fondamentali per tutti da una elitè
rappresentativa.
La
convivenza tra le diverse comunità si realizza in
modo armonico se il propulsore di questo aggregato
sociale composito si fonda su un’uguaglianza
assicurata dal rispetto reciproco; un’uguaglianza,
così determinata, realizza il principio fondamentale
della libertà personale che viene garantita nel
rispetto di un vivere e di un agire sociale.
Lo
scopo di una vera democrazia è quello di cercare di
evitare che ci siano situazioni nelle quali qualcuno
è depositario di un privilegio, quindi il tema
dell'eguaglianza è un tema capitale.
Quando
invece nella società si sviluppa il dominio politico,
militare, economico o religioso di una delle comunità,
il diritto si rivela spesso uno strumento di
imposizione della volontà dei gruppi dominanti su
tutti gli altri.
Bisogna
stabilire fino a che punto si possa lasciare al
sistema dell'etica, alle regole della morale, la
disciplina dei comportamenti, e quando invece sia
necessario l'intervento del diritto per evitare che
siano violati i principi che sono ritenuti principi
etici fondamentali.
Il
diritto dovrebbe essere messo al servizio della tutela
di questa esigenza fondativa di ciascun individuo, di
avere una sfera di libertà, all'interno della quale
non può entrare nessun altro, potere pubblico o
potere privato che sia.
Morale
e diritto si possono congiungere quando ci siano dei
principi fondamentali che non possono essere negati da
nessuna legislazione.
Le
trasformazioni e i profondi cambiamenti dei processi
economici, politici, culturali o religiosi possono
mutare l’interazione e i rapporti tra le diverse
comunità alterando l’influenza dell’etica e del
diritto sulla società.
I
mutamenti delle condizioni esterne e il complesso
delle norme di riferimento provocano nelle comunità
che compongono la società spinte all’emancipazione,
all’assimilazione o all’adattamento sulla base di
comportamenti ereditati dal vissuto storico.
Le
modalità di integrazione o di reazione rispetto ai
cambiamenti sono infatti il risultato non solo delle
risposte alle sollecitazioni contingenti ma anche il
prodotto del paradigma culturale di riferimento.
La
storia del popolo ebraico è una delle metafore più
emblematiche di questo mutevole rapporto tra l’etica
e il diritto. La dispersione e le peregrinazioni degli
ebrei nel mondo costituiscono infatti una sorta di
laboratorio giuridico e sociologico,
tramite cui analizzare nel corso della storia
la natura dei conflitti interculturali e il
significato degli interventi legislativi tesi a
disciplinare la vita delle comunità ebraiche.
Al
loro leggendario padre primordiale era stata promessa
una discendenza numerosa come la sabbia del mare ed
ora essa è presente e peregrina, come un'altra
sabbia, attraverso le sabbie. L’immagine del mare
che lascia passare il popolo ebraico e che si richiude
sui suoi nemici è la metafora più forte di un popolo
perennemente in viaggio alla ricerca della propria
terra promessa.
Il
peregrinare quella moltitudine, che anno dopo anno si
trascina attraverso il deserto, è divenuta il simbolo
di massa degli ebrei.
In
tale situazione di concentrazione il popolo ha
ricevuto le sue leggi ed ha avuto, avventura dopo
avventura, un destino sempre collettivo.
Le
interne disparità, che di solito portano gli uomini a
forme di vita distinte, sono state in questa
situazione poco determinanti.
Attorno
al popolo vi era solo sabbia, la più nuda di tutte le
masse; nulla più dell'immagine della sabbia potrebbe
spingere all'estremo il senso di solitudine di questa
massa peregrinante.
Il
numero degli uomini in cammino, da sei a
settecentomila, era straordinario non solo per le
modeste pretese della preistoria e di particolare
importanza appare la durata del cammino. Poiché ciò
che si prolunga nella massa per quarant'anni, può
successivamente prolungarsi per qualsiasi periodo.
Riconoscere in tale durata una punizione è la pena
delle ulteriori peregrinazioni, peregrinazioni non
hanno intaccato l’unità del popolo ebraico pur
diffondendolo in tutto il mondo.
L’inserimento
del popolo ebraico all’interno delle più svariate
società è stato reso possibile dalla spinta ad una
forma di adattamento che tuttavia non ha mai alterato
la consapevolezza del “sentirsi ebreo”.
Nelle
società occidentali l’etica e il diritto sono state
tenute insieme da una moralità cristiana di fondo che
è stata trasmessa attraverso alcuni concetti
giuridici centrali funzionali per sostenere la
coesione sociale.
La
trasmissione da parte della Chiesa dei propri dogmi
attraverso l’osservanza di norme e precetti hanno
fuso l’etica e il diritto in un’unica dimensione
cristiana nella quale alla legge è stata conferita
anche una valenza etica e ai principi morali anche una
tutela giuridica.
L’atteggiamento
della Chiesa verso le altre comunità ha avuto come
scopo finale la conversione degli infedeli poichè la
dottrina cristiana ha sempre considerato tale missione
lo strumento più efficace per realizzare
all’interno della propria società un’uguaglianza
che dalla stessa professione di fede possa procedere
verso la condivisione di un comune impianto normativo.
Tra
le comunità non cristiane quelle degli ebrei hanno
rappresentato per la Chiesa il caso più enigmatico:
nessun popolo infatti è più difficile da comprendere
degli ebrei.
Questa
complessità del rapporto tra ebrei e cristiani trova
il più efficace riscontro
in Italia. L’Italia, così come è oggi
configurata, è uno dei pochissimi paesi al mondo che
possa vantare una plurisecolare, anzi millenaria,
ininterrotta permanenza di ebrei nei suoi territori:
si tratta di generazioni e generazioni di persone che
sono nate e vissute entro orizzonti italiani.
Questa
permanenza è stata caratterizzata da modi ed eventi
peculiari: tra i molti temi sono da rimarcare la
grande stagione dell’Alto Medioevo, la presenza
ebraica nell’Italia meridionale, la mediocre
incidenza complessiva delle espulsioni, la convivenza
complessa con una maggioranza a religione unica, la
capillarità degli insediamenti, le reti relazionali
transregionali, il fenomeno dei ghetti e
l’originalità degli atteggiamenti religiosi e
culturali che ha condotto a rilevanti contributi tanto
alla “civiltà” generale quanto a quella specifica
dell’ebraismo.
Verso
la metà del Cinquecento ci fu un inasprirsi
dell’atteggiamento del patriziato e un
repentino cambiamento della politica pontificia
nei confronti degli ebrei, che venivano considerati
“nemici per eccellenza del cristianesimo e fonte di
infezione permanente entro la societas christiana”.
Questa
svolta trovò espressione in radicali provvedimenti,
quali l’istituzione dell’Inquisizione romana, la
proibizione dello studio del Talmud,
l’obbligo di contribuire alla cassa dei Catecumeni,
e raggiunse la sua massima espressione di ostilità
con la segregazione ebraica nei ghetti privando gli
ebrei dei beni immobili che furono costretti a cedere
ai cristiani. La metà dei ghetti venne inaugurata
dalla Bolla di Paolo IV nel 1555, e in seguito si ebbe
una contrazione dell’attività economica dei banchi
ebraici.
Da
questi processi deriva una miscela unica nella storia
dell’ebraismo in cui ogni singolo elemento della
vicenda ebraica in Italia è riscontrabile in ogni
area,
ma l’intreccio di tali dinamiche non è
comparabile con quello avvenuto in altri paesi.
La
peculiarità fondativa che si ricava dalla storia
della presenza ebraica in Italia è il profondo
radicamento nella realtà della penisola:
occorrerebbero non pochi volumi per raccogliere le
infinite disposizioni di leggi che prima i Comuni e le
Signorie e poi gli Stati italiani hanno
progressivamente prodotto per regolare i rapporti con
una minoranza che complessivamente superò di rado
l’1% della popolazione.
Ciò
nonostante, attraverso tutti i secoli di questi ebrei,
pure attivi e presenti, si è sempre parlato
pochissimo o “sottovoce”: non si è trattato
semplicemente di un “tabù”, ma certo attorno agli
ebrei si è realizzata una sorta di concorde cortina
del silenzio.
Anche
nei momenti, come il secondo Quattrocento o l’età
della Controriforma, in cui più violenta si è
levata, specie dai pulpiti, la voce della giudeofobia,
la “consegna “ della grande maggioranza dei
politici, dei letterati, degli artisti, degli
intellettuali e, in certa misura, degli stessi uomini
di chiesa in Italia sembra esser stata
quella di passare oltre, di ignorare, di
soprassedere, di sfumare, di far finta che il problema
non esistesse o non avesse eccessiva rilevanza.
Questa
secolare rappresentazione degli ebrei come appendice
casuale della società italiana è sopravvissuta forse
alla stessa Costituzione repubblicana.
Gli
ebrei dovevano essere il meno visibili possibile, non
potevano e non dovevano essere che una piccola
minoranza, un gruppo a cui veniva permesso di
“testimoniare” senza recare però troppo disturbo.
Soltanto
recentemente - e in un panorama politico - culturale
in rapidissima evoluzione e con aperture mondiali, ove
va facendosi strada la consapevolezza del ruolo che la
minoranza ebraica ha avuto nello sviluppo del pensiero
occidentale - si è avviata una prima reazione alla
visione tradizionale del rapporto tra ebrei e non
ebrei nel nostro paese.
Questa
reazione fa leva sulla rivendicazione aperta
dell’autonomia della componente rappresentata
dall’ebraismo. Un ebraismo capace di proporre schemi
di pensiero spesso diversi da quelli di una
maggioranza apparentemente compatta e portatore di
suoi propri valori morali, sociali e in parte anche
economici; un ebraismo che, per quanto di minuscole
dimensioni, ha contribuito a evidenziare le
contraddizioni che popolano l’apparente omogeneità
della societas christiana.
Un
ebraismo, in sostanza, che va letto anche mutando
punto di vista: non solo e non tanto attraverso le
lenti della società cristiana, ma anche attraverso la
sua autonoma capacità di elaborazione culturale.
Il
problema non è dunque soltanto quello di restituire
voce a una “ appendice silente”, ma di mettere in
discussione l’idea stessa che l’ebraismo sia stato
(e sia), rispetto al complesso delle società in cui
si è manifestato, un “appendice”, un corpo al
tempo stesso inglobato e separato.
Di
questo metaforico muro del silenzio sugli ebrei il Mercante
di Venezia di Shakespeare costituisce una rara
breccia, perché propone la rappresentazione di un
popolo condotto dall’ideologia cristiana
all’isolamento e all’esclusione soprattutto nel
Rinascimento.
Sebbene
gli ebrei fossero stati espulsi dall’Inghilterra nel
1290, a Londra e in altre città dell’isola vivevano
piccole comunità di ebrei che probabilmente
Shakespeare ha avuto modo di conoscere.
Shylock
infatti presenta caratteristiche etniche che lo
identificano inequivocabilmente come ebreo non solo
per la sua attività di usuraio.
Sull’usura
Shakespeare, che fa proprie le problematiche e la
sensibilità dell’uomo moderno, aperto al dubbio,
non prende posizione e si astiene dall’esprimere un
giudizio morale.
Come
tipico ebreo, Shylock si trova sempre al centro del
ciclone, investito da tutti i contrasti e coinvolto in
tutte le diatribe: i due poli opposti, rappresentati
da Shylock e da Porzia, rappresentano rispettivamente
la legge contro la grazia, la giustizia contro la
misericordia, il principio dell’occhio per occhio
contro quello del perdono ovvero il confronto tra
diritto ed etica.
E’
lecito attribuire al diritto spazi e poteri in
contrasto con i principi fondamentali dell’etica?
Dove possono condurre i processi di discriminazione
nei confronti di un popolo?
Questi
sono gli interrogativi che il Mercante di Venezia
e la storia del popolo ebraico ci lasciano in eredità.
A queste domande la storia ha gia dato le sue più
crudeli
risposte con le leggi razziali del regime
nazista e la shoà.
Da
queste terribili risposte, risultato anche di un
secolare progetto di emarginazione verso il popolo
ebraico, dobbiamo trarre i giusti insegnamenti per non
dare più la possibilità al diritto di sconfinare
nell’etica.