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LE RADICI DELL'ANTISEMITISMO 

Fonte: tesi di laurea discussa alla Facoltà di Giurisprudenza di Napoli dalla dottoressa Daniela Capone (Virgilio Mail ) sul tema: "Profili dell’usura e della polemica antiebraica nel Rinascimento. Il mercante di Venezia di Shakespeare". 

Per le elitè colte dell'Europa pre-moderna costituite dal clero cristiano, da teologi e filosofi occupati come tutte le elitè di questo tipo a scoprire un senso nella casualità e una logica nell'esperienza vitale, gli ebrei rappresentavano un modo di essere che sfidava la trasparenza cognitiva e l'armonia morale dell'universo. Essi non appartenevano infatti nè ai pagani non ancora convertiti, nè agli eretici caduti in disgrazia, cioè a nessuno dei due gruppi che segnavano le frontiere gelosamente difese, e difendibili, della cristianità.

Essi erano contemporaneamente i padri venerabili della cristianità e i suoi odiosi, esecrabili detrattori. Il loro rifiuto degli insegnamenti cristiani non poteva essere accantonato come manifestazione di ignoranza pagana senza mettere seriamente in pericolo la verità del cristianesimo. Gli ebrei non erano semplicemente dei miscredenti prima o dopo la conversione, ma individui che in piena coscienza rifiutavano di accettare la verità nonostante fosse offerta loro l'opportunità di riconoscerla. La loro esistenza costituiva una continua sfida alla certezza della rivelazione cristiana.

Una sfida che poteva essere respinta, o perlomeno resa meno pericolosa, solo spiegando l'ostinazione ebraica come malvagia premeditazione e corruzione morale.

Uno dei principali e più distintivi aspetti dell'antisemitismo derivava dal fatto che l'ebraismo era contiguo al cristianesimo e confluente con esso.

Per questa ragione esso si presentava diverso da ogni altra componente perturbatrice o non assimilata del mondo cristiano e a differenza di tutte le altre eresie, esso non costituiva nè un problema locale, nè un episodio con un inizio chiaramente definito: esso rappresentava invece una presenza universalmente concomitante con quella del cristianesimo, un vero e proprio alter ego della Chiesa cristiana.

Il cristianesimo non poteva riprodursi, e sicuramente non era in grado di riprodurre il proprio dominio ecumenico, senza salvaguardare e rafforzare le basi dell'estraniazione ebraica: la visione di se stesso come eredità e superamento di Israele.

L'identità cristiana coincideva, di fatto, con l'estraniazione ebraica: essa era scaturita da un rifiuto da parte degli ebrei e traeva continua vitalità dal rifiuto degli ebrei.

Il cristianesimo poteva teorizzare la propria esistenza soltanto come costante opposizione agli ebrei ed il perdurare dell'ostinazione ebraica dimostrava che la missione cristiana non era ancora compiuta. L'ammissione dell'errore da parte degli ebrei, la loro resa alla verità cristiana e una futura conversione di massa rappresentavano per il cristianesimo il modello del trionfo finale. Ancora una volta il cristianesimo affidava agli ebrei, nella loro veste di alter ego, una vera e propria missione escatologica.

La presenza degli ebrei all'interno della cristianità, sul suo territorio e nella sua storia, non era dunque nè marginale, nè contingente; la loro specificità non era simile a quella di altre minoranze, bensì un aspetto dell'identità cristiana.

L'atteggiamento cristiano verso gli ebrei non era un riflesso dei comuni rapporti e attriti tra vicini, ma derivava da una diversa logica: quella legata all'autoriproduzione della Chiesa e del suo dominio ecumenico.

Da qui deriva la relativa autonomia della «questione ebraica» dall'esperienza sociale, economica e culturale delle popolazioni ospitanti. E da ciò deriva anche la relativa facilità con cui tale questione poteva essere isolata dal contesto della vita di tutti i giorni e svincolata dal vaglio dell'esperienza quotidiana. Nell'atteggiamento della Chiesa di fronte agli ebrei l'antisemitismo acquisì una forma che gli consentiva di esistere quasi a prescindere dalla reale condizione degli ebrei nella società.

Il concetto di “ebreo” fu il campo di battaglia su cui venne combattuta l'interminabile lotta della Chiesa per la propria identità, cioè per la netta demarcazione dei propri confini temporali e spaziali. Quello di "ebreo" era un concetto sovraccarico dal punto di vista semantico, nel quale confluivano e si mescolavano significati che avrebbero dovuto restare separati; per questa ragione esso era un bersaglio naturale di tutte le forze impegnate a tracciare confini e a mantenerli impermeabili.

Costruito concettualmente in tal modo, l'ebreo ha svolto una funzione di primaria importanza: ha reso visibili le terrificanti conseguenze derivanti dalla violazione dei confini, dal rifiuto di rimanere nel gregge, da ogni condotta non ispirata a una lealtà incondizionata e a una scelta senza ambiguità; egli è stato il prototipo e il modello principe di ogni anticonformismo, eterodossia, anomalia, aberrazione.

Il concetto di ebreo recava in sè un messaggio: l'alternativa all'ordine esistente qui ed ora non è un altro ordine, ma il caos e la devastazione. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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