Nel
Palazzo Ducale di Urbino (la Galleria Nazionale delle
Marche) è conservato un dipinto emblematico: si
tratta della famosa “predella” dipinta dal pittore
fiorentino Paolo di Dono tra il 1467 e il 1468;
l’opera, commissionata dalla Confraternita del
Corpus domini, è divisa in sei quadri e su di essa è
posta la grande pala dipinta successivamente dal
fiammingo Giusto di Gand.
La
storia illustrata nelle “predella” si ispira la
“mistero parigino” del 1290, raccontato nelle
cronache di Giovanni Villani, sia pure con qualche
variante.
Storie
come questa, cioè di miracoli derivati da presunte
profanazioni di ostie, risalgono alla fine del ‘200,
e furono il motivo ispiratore di molti “misteri”,
le sacre rappresentazioni del teatro popolare
religioso medievale.
Nella
prima scena dallo scorpione dipinto sulla cappa del
camino si desume che ci troviamo all’interno di un
banco di prestito ebraico (lo scorpione è usato come
simbolo antiebraico dai Padri della Chiesa). Il tema
centrale di questo quadro è la vendita sacrilega di
un’ostia da parte di una donna che riceve una borsa
di denaro dal gestore del Banco.
Nella
seconda scena l’immagine della padella da cui
trabocca sangue unisce l’interno della casa
dell’ebreo, in cui la moglie e i figli sono
sconvolti, con l’esterno ove agiscono le guardie
richiamate dal rivolo di sangue che esce dalla casa.
Nella
terza scena l’ostia, con una solenne processione, è
ricondotta sull’altare da un personaggio che indossa
un ricco manto e la tiara.
Forse
è lo stesso Papa Bonifacio VIII che nel 1295 fece
erigere a Parigi una cappella votiva dedicata
all’evento miracoloso.
Nella
quarta scena è rappresentata l’impiccagione della
donna rea di avere venduto l’ostia, ma la presenza
dell’angelo fa pensare ad una possibilità di
perdono.
Nella
quinta scena dei soldati armati di picche e spade
sorvegliano un rogo, tra le cui fiamme si scorgono
l’ebreo con la moglie e i figli piccolissimi.
Nella
sesta ed ultima scena angeli e figure di demoni
ricoperti da graffi si contendono l’anima della
donna impiccata.
Le
sei scene un po’ come i cartelloni divisi in
riquadri presentati dai cantastorie nelle piazze,
erano illustrate col canto per cui l’immagine fa da
supporto alla storia cantata.
Qui
però la storia è predicata in chiesa ed assume perciò
il valore di una verità indiscussa: suscita emozioni
profonde e accende gli animi, non solo di ardire
religioso, ma anche di odio, verso gli ebrei
prestatori non. Gli ebrei sono indicati come causa
dell’ira divina e quindi dei mali che affliggono i
popoli.
Per
questo tipo di pubblicità negativa, che oggi in TV
avrebbe costi elevati, la Confraternita del Corpus
Domini, committente dell’opera, non ha neppure
dovuto sostenere grandi spese.
Infatti,
quando Paolo di Dono, ormai settantenne, giunse in
Urbino non era considerata al pari dei grandi del suo
tempo, poiché, a causa del suo continuo ostinato
impegno negli studi sulla prospettiva, era fortemente
criticato.
Per
questo forse riceve solo un compenso minimo e non
potendo pagarsi le spese personali la Confraternita
provvede per lui per ciò che gli è necessario.
Il
pittore dunque è povero, non ha potere decisionale
sul soggetto da dipingere e per questo è attribuibile
al committente il carattere fortemente antiebraico del
dipinto in cui viene condannato con particolare
ferocia non solo l’ebreo gestore del Banco ma anche
la sua famiglia, compresi i due bambini.
Solitamente
avveniva che nei casi di accusa di profanazione o di
omicidio da parte di ebrei ad essere perseguitata era
si l’intera comunità ebraica, ma sul rogo finivano
il presunto responsabile e i vecchi più
rappresentativi della comunità.
Ma
la scena doveva colpire e così la raffigurazione
della predella con l’ostia che galleggia ben
visibile tra il sangue che trabocca spiega la ferocia
successiva con cui viene colpita l’intera famiglia
dell’ebreo, compresi i bambini.
Nulla
è lasciato all’immaginazione ed infatti nella sacra
rappresentazione, così come era diffusa nella seconda
metà del ‘400, l’ostia era messa in una pentola
di acqua bollente; qui invece ci si ispira alla
versione del vescovo di Firenze San Antonino, perché
altrimenti l’ostia non sarebbe stata abbastanza
visibile e quindi impressionante.
Campagne
diffamatorie antiebraiche ce ne erano sempre state ma
vanno ricercate le cause di questo improvviso acuirsi,
proprio nel ducato di Montefeltro, che vantava invece
una pacifica convivenza tra ebrei e cristiani.
La
predella serviva da supporto alla predicazione dei
Frati Minori dell’Osservanza, un ordine costituitosi
nel 1368
che si era per così dire "specializzato"
nella predicazione, soprattutto in occasione della
Pasqua.
Durante
la Quaresima si alternavano predicatori
particolarmente infervorati come Giovanni da
Capistrano, Fra Domenico da Leonessa o Bernardino da
Feltre ed uno stuolo di discepoli di Fra Bernardino da
Siena.
Per
mezzo secolo le prediche di quest’ultimo furono
seguite, attese, ascoltate, dal popolo entusiasta:
inveiva contro il lusso della Chiesa (che per ben due
volte lo accusò di eresia, per poi santificarlo dopo
morto) e soprattutto contro gli ebrei, ritenendo che
la miseria del popolo derivasse, non già da chi gli
toglieva denaro con imposte e decime, bensì da chi
glielo forniva a prestito. Quindi, per Fra Bernardo da
Siena, era necessario togliere agli ebrei le condotte
feneratizie e sostituirle con forme di prestito
gratuito.
Nascono
così, un po’ dovunque, i Monti di Pietà con lo
scopo di prestare denaro senza interessi per venire
incontro alle esigenze primarie del popolo; in Urbino
il Monte di Pietà, con l’impegno della Duchessa
Battista Sforza, sotto gli auspici di Fra Domenico da
Leonessa e per volontà della Confraternita, che con
un tempismo degno della più moderna agenzia
pubblicitaria, fa "uscire" la Predella,
viene inaugurato nel 1468.
Però
i Monti di Pietà, così come vengono ideati
falliscono presto (troviamo Monti di II e persino di
III o IV erezione). Il prestito, con pegni
poverissimi, è sì senza interesse, ma minimo, appena
sufficiente per sopperire ai bisogni più urgenti, a
volte per una pagnotta di pane. Lo statuto precisa che
non può essere usato per attività commerciali o per
migliorare le condizioni di vita. Ne deriva che
commercianti, artigiani o lo stesso Signore e il
Comune continuano a ricorrere al prestito ebraico,
anzi i Comuni alzano o abbassano a loro arbitrio il
tasso di interesse o lo annullano addirittura a
svantaggio di altre categorie.
Questo
accadeva quando al Comune servivano prestiti per i
quali non era in grado di corrispondere l’interesse
pattuito e pertanto autorizzava un aumento
dell’interesse a danno dei clienti del banco,
effettuando così una specie di tassazione indiretta.
Ciò
non poteva non acuire l’odio verso gli ebrei specie
da parte di quegli strati della popolazione che doveva
ricorrere sempre più spesso al prestito per
sopravvivere.
Solo
dopo la bolla di Papa Leone X del 1515 con la quale si
rimuove il divieto di percepire interesse a favore dei
Monti di Pietà, questi sono in grado di assolvere,
con una certa continuità, la loro funzione di
soccorso per i poveri.
Bisogna
poi chiedersi come mai lo stesso Paolo di Dono che
aveva così bene eseguito il suo lavoro e certamente
soddisfatte le aspettative della Confraternita, non
abbia completato egli stesso l’opera eseguendo anche
la pala sovrastante poi aggiunta da giusto di Gand.
Eppure nel 1470 è ancora presso la Confraternita, se
nella nota spese è segnato "Paulo dictus Uccellj
de Fiorenza addì 23 de febraro fiorini 18......sono
per una sua ragione".
Insospettisce
tanto mistero per una somma così ingente, mentre ogni
altra spesa, anche la più irrisoria, è sempre
giustificata. Forse un risarcimento per averlo
sollevato dall’incarico di completare l’opera.
Infatti già l’anno precedente Giovanni di Sante da
Colbordolo aveva mostrato la grande tavola, già
preparata da Paolo di Dono, a Piero del Borgo e infine
a Mastro Giusto di Gand, che poi eseguì il lavoro.
Il
Duca stesso dà in data "7 de marzo 1474 fiorini
15 d’oro contanti a favore della fraternita per
sostenerne le spese. Forse Federico da Montefeltro ha
cercato di sedare gli animi contribuendo alla spesa
della Confraternita e donando alla sinagoga lo
splendido Aron (oggi al Jewish Museum di New York), e
soprattutto facendo ultimare l’opera da un altro
artista, che porrà accanto al Duca stesso Isaak,
dotto ebreo spagnolo "magnus medicus"
convertito.
L’insieme,
pala e predella, offre con una grandiosa immagine,
un’ulteriore celebrazione del Corpus Domini. Nella
predella è raffigurato l’ebreo sacrilego sul rogo e
nella pala sovrastante, grazie alla conversione alla
"vera fede", l’ebreo viene posto alla
destra di Federico.
Con
questo continuo bombardamento di immagini, la vita per
gli ebrei del ducato comincia a mutare, anche se per
tutto il ‘400 e il secolo successivo, i banchi
ebraici continueranno a svolgere la loro funzione di
veri e propri istituti bancari, con una concentrazione
sempre maggiore a Pesaro, sede ormai preferita dalla
corte; nel 1626 ci sono ancora otto banchi ad Urbino,
e diciannove a Pesaro.
Tuttavia
il seme dell’odio era ormai gettato, e tra gli
strati più bassi della popolazione covava il
malanimo, tanto che i bandi ducali in difesa degli
ebrei e delle loro sostanze sono sempre più
frequenti.
Lo
stereotipo dell’ebreo usuraio, che con la mano ad
artiglio stringe saldamente una borsa di denari, è un
classico, dipinto sin troppo bene da Paolo di Dono.
Quando
a poco a poco gli ebrei furono esclusi da ogni attività
e costretti al solo commercio del denaro ben si sapeva
che così facendo si creava una figura odiosa, invisa
a tutti, poiché nulla tocca l’uomo come
l’interesse.