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L'ACCUSA DI PROFANAZIONE DELL'OSTIA

Fonte: tesi di laurea discussa alla Facoltà di Giurisprudenza di Napoli dalla dottoressa Daniela Capone (Virgilio Mail ) sul tema: "Profili dell’usura e della polemica antiebraica nel Rinascimento. Il mercante di Venezia di Shakespeare". 

Nel Palazzo Ducale di Urbino (la Galleria Nazionale delle Marche) è conservato un dipinto emblematico: si tratta della famosa “predella” dipinta dal pittore fiorentino Paolo di Dono tra il 1467 e il 1468; l’opera, commissionata dalla Confraternita del Corpus domini, è divisa in sei quadri e su di essa è posta la grande pala dipinta successivamente dal fiammingo Giusto di Gand.

La storia illustrata nelle “predella” si ispira la “mistero parigino” del 1290, raccontato nelle cronache di Giovanni Villani, sia pure con qualche variante.

Storie come questa, cioè di miracoli derivati da presunte profanazioni di ostie, risalgono alla fine del ‘200, e furono il motivo ispiratore di molti “misteri”, le sacre rappresentazioni del teatro popolare religioso medievale.

Nella prima scena dallo scorpione dipinto sulla cappa del camino si desume che ci troviamo all’interno di un banco di prestito ebraico (lo scorpione è usato come simbolo antiebraico dai Padri della Chiesa). Il tema centrale di questo quadro è la vendita sacrilega di un’ostia da parte di una donna che riceve una borsa di denaro dal gestore del Banco.

Nella seconda scena l’immagine della padella da cui trabocca sangue unisce l’interno della casa dell’ebreo, in cui la moglie e i figli sono sconvolti, con l’esterno ove agiscono le guardie richiamate dal rivolo di sangue che esce dalla casa.

Nella terza scena l’ostia, con una solenne processione, è ricondotta sull’altare da un personaggio che indossa un ricco manto e la tiara.

Forse è lo stesso Papa Bonifacio VIII che nel 1295 fece erigere a Parigi una cappella votiva dedicata all’evento miracoloso.

Nella quarta scena è rappresentata l’impiccagione della donna rea di avere venduto l’ostia, ma la presenza dell’angelo fa pensare ad una possibilità di perdono.

Nella quinta scena dei soldati armati di picche e spade sorvegliano un rogo, tra le cui fiamme si scorgono l’ebreo con la moglie e i figli piccolissimi.

Nella sesta ed ultima scena angeli e figure di demoni ricoperti da graffi si contendono l’anima della donna impiccata.

Le sei scene un po’ come i cartelloni divisi in riquadri presentati dai cantastorie nelle piazze, erano illustrate col canto per cui l’immagine fa da supporto alla storia cantata.

Qui però la storia è predicata in chiesa ed assume perciò il valore di una verità indiscussa: suscita emozioni profonde e accende gli animi, non solo di ardire religioso, ma anche di odio, verso gli ebrei prestatori non. Gli ebrei sono indicati come causa dell’ira divina e quindi dei mali che affliggono i popoli.

Per questo tipo di pubblicità negativa, che oggi in TV avrebbe costi elevati, la Confraternita del Corpus Domini, committente dell’opera, non ha neppure dovuto sostenere grandi spese.

Infatti, quando Paolo di Dono, ormai settantenne, giunse in Urbino non era considerata al pari dei grandi del suo tempo, poiché, a causa del suo continuo ostinato impegno negli studi sulla prospettiva, era fortemente criticato.

Per questo forse riceve solo un compenso minimo e non potendo pagarsi le spese personali la Confraternita provvede per lui per ciò che gli è necessario.

Il pittore dunque è povero, non ha potere decisionale sul soggetto da dipingere e per questo è attribuibile al committente il carattere fortemente antiebraico del dipinto in cui viene condannato con particolare ferocia non solo l’ebreo gestore del Banco ma anche la sua famiglia, compresi i due bambini.

Solitamente avveniva che nei casi di accusa di profanazione o di omicidio da parte di ebrei ad essere perseguitata era si l’intera comunità ebraica, ma sul rogo finivano il presunto responsabile e i vecchi più rappresentativi della comunità.

Ma la scena doveva colpire e così la raffigurazione della predella con l’ostia che galleggia ben visibile tra il sangue che trabocca spiega la ferocia successiva con cui viene colpita l’intera famiglia dell’ebreo, compresi i bambini.

Nulla è lasciato all’immaginazione ed infatti nella sacra rappresentazione, così come era diffusa nella seconda metà del ‘400, l’ostia era messa in una pentola di acqua bollente; qui invece ci si ispira alla versione del vescovo di Firenze San Antonino, perché altrimenti l’ostia non sarebbe stata abbastanza visibile e quindi impressionante.

Campagne diffamatorie antiebraiche ce ne erano sempre state ma vanno ricercate le cause di questo improvviso acuirsi, proprio nel ducato di Montefeltro, che vantava invece una pacifica convivenza tra ebrei e cristiani.

La predella serviva da supporto alla predicazione dei Frati Minori dell’Osservanza, un ordine costituitosi  nel  1368 che si era per così dire "specializzato" nella predicazione, soprattutto in occasione della Pasqua.

Durante la Quaresima si alternavano predicatori particolarmente infervorati come Giovanni da Capistrano, Fra Domenico da Leonessa o Bernardino da Feltre ed uno stuolo di discepoli di Fra Bernardino da Siena.

Per mezzo secolo le prediche di quest’ultimo furono seguite, attese, ascoltate, dal popolo entusiasta: inveiva contro il lusso della Chiesa (che per ben due volte lo accusò di eresia, per poi santificarlo dopo morto) e soprattutto contro gli ebrei, ritenendo che la miseria del popolo derivasse, non già da chi gli toglieva denaro con imposte e decime, bensì da chi glielo forniva a prestito. Quindi, per Fra Bernardo da Siena, era necessario togliere agli ebrei le condotte feneratizie e sostituirle con forme di prestito gratuito.

Nascono così, un po’ dovunque, i Monti di Pietà con lo scopo di prestare denaro senza interessi per venire incontro alle esigenze primarie del popolo; in Urbino il Monte di Pietà, con l’impegno della Duchessa Battista Sforza, sotto gli auspici di Fra Domenico da Leonessa e per volontà della Confraternita, che con un tempismo degno della più moderna agenzia pubblicitaria, fa "uscire" la Predella, viene inaugurato nel 1468.

Però i Monti di Pietà, così come vengono ideati falliscono presto (troviamo Monti di II e persino di III o IV erezione). Il prestito, con pegni poverissimi, è sì senza interesse, ma minimo, appena sufficiente per sopperire ai bisogni più urgenti, a volte per una pagnotta di pane. Lo statuto precisa che non può essere usato per attività commerciali o per migliorare le condizioni di vita. Ne deriva che commercianti, artigiani o lo stesso Signore e il Comune continuano a ricorrere al prestito ebraico, anzi i Comuni alzano o abbassano a loro arbitrio il tasso di interesse o lo annullano addirittura a svantaggio di altre categorie.

Questo accadeva quando al Comune servivano prestiti per i quali non era in grado di corrispondere l’interesse pattuito e pertanto autorizzava un aumento dell’interesse a danno dei clienti del banco, effettuando così una specie di tassazione indiretta.

Ciò non poteva non acuire l’odio verso gli ebrei specie da parte di quegli strati della popolazione che doveva ricorrere sempre più spesso al prestito per sopravvivere.

Solo dopo la bolla di Papa Leone X del 1515 con la quale si rimuove il divieto di percepire interesse a favore dei Monti di Pietà, questi sono in grado di assolvere, con una certa continuità, la loro funzione di soccorso per i poveri.

Bisogna poi chiedersi come mai lo stesso Paolo di Dono che aveva così bene eseguito il suo lavoro e certamente soddisfatte le aspettative della Confraternita, non abbia completato egli stesso l’opera eseguendo anche la pala sovrastante poi aggiunta da giusto di Gand. Eppure nel 1470 è ancora presso la Confraternita, se nella nota spese è segnato "Paulo dictus Uccellj de Fiorenza addì 23 de febraro fiorini 18......sono per una sua ragione".

Insospettisce tanto mistero per una somma così ingente, mentre ogni altra spesa, anche la più irrisoria, è sempre giustificata. Forse un risarcimento per averlo sollevato dall’incarico di completare l’opera. Infatti già l’anno precedente Giovanni di Sante da Colbordolo aveva mostrato la grande tavola, già preparata da Paolo di Dono, a Piero del Borgo e infine a Mastro Giusto di Gand, che poi eseguì il lavoro.

Il Duca stesso dà in data "7 de marzo 1474 fiorini 15 d’oro contanti a favore della fraternita per sostenerne le spese. Forse Federico da Montefeltro ha cercato di sedare gli animi contribuendo alla spesa della Confraternita e donando alla sinagoga lo splendido Aron (oggi al Jewish Museum di New York), e soprattutto facendo ultimare l’opera da un altro artista, che porrà accanto al Duca stesso Isaak, dotto ebreo spagnolo "magnus medicus" convertito.

L’insieme, pala e predella, offre con una grandiosa immagine, un’ulteriore celebrazione del Corpus Domini. Nella predella è raffigurato l’ebreo sacrilego sul rogo e nella pala sovrastante, grazie alla conversione alla "vera fede", l’ebreo viene posto alla destra di Federico.

Con questo continuo bombardamento di immagini, la vita per gli ebrei del ducato comincia a mutare, anche se per tutto il ‘400 e il secolo successivo, i banchi ebraici continueranno a svolgere la loro funzione di veri e propri istituti bancari, con una concentrazione sempre maggiore a Pesaro, sede ormai preferita dalla corte; nel 1626 ci sono ancora otto banchi ad Urbino, e diciannove a Pesaro.

Tuttavia il seme dell’odio era ormai gettato, e tra gli strati più bassi della popolazione covava il malanimo, tanto che i bandi ducali in difesa degli ebrei e delle loro sostanze sono sempre più frequenti.

Lo stereotipo dell’ebreo usuraio, che con la mano ad artiglio stringe saldamente una borsa di denari, è un classico, dipinto sin troppo bene da Paolo di Dono.

Quando a poco a poco gli ebrei furono esclusi da ogni attività e costretti al solo commercio del denaro ben si sapeva che così facendo si creava una figura odiosa, invisa a tutti, poiché nulla tocca l’uomo come l’interesse.

 

 

 

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