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USA DAY E NO GLOBAL (10/09/2001)

 Tornano i no global: “No alla guerra, soldati disertate”

 

Non finisce come a Genova ma come a un capodanno, a un carnevale, con il popolo no global che canta e che balla sotto la pioggia. Dentro piazza Bocca della Verità, per assistere al concerto conclusivo, è riuscito ad entrare solo chi era alla testa del corteo: c’è ancora una folla rimasta nel Circo Massimo, sui prati e in mezzo alle strade. 

In fondo a tutte le strade, nella penombra dei lampioni, la polizia. Discreti, con le visiere del casco alzate e i manganelli alla cintola. Immobili anche quando sono andati a provocarli con areoplanini di carta e sberleffi. E’ stato un corteo pacifista e pacifico e con un sorprendente numero di partecipanti; per gli organizzatori “ben oltre centomila”, per la questura “certamente più di cinquantamila”. La gente - molti giovani dei centri sociali, ma pure mamme con la carrozzina, preti e vecchi militanti del Pci - ha sfilato scandendo slogan, esibendo parecchi striscioni e poche bandiere.

Quelle di rifondazione comunista, una decina dei verdi. Una sola dei Ds. Scarseggiavano perfino quelle con la faccia di che Guevara. Alla esigua presenza di vessilli corrispondeva anche quella dei politici: il segretario di Rifondazione Fausto Bertinotti, i verdi Paolo Cento e Alfonso Pecoraio Scanio, Cesare Salvi e Aldo Tortorella per i Ds, Lucio Manisco che ha disobbedito agli ordini del suo partito, i Comunisti italiani. Dietro di loro, i leader del movimento antagonista Vittorio Agnolotto e Luca Canarini: “Soldati italiani - ha detto Agnolotto -  disertate”. Poi Francesco Caruso e Guido Lutrario, del Roma Social Forum. E’ circolata anche la voce di un possibile sciopero generale contro la guerra: un’ipotesi in parte avvalorata dalle recenti dichiarazioni del leader della Cgil, Sergio Cofferati, contro l’azione militare in Afghanistan. Nessun incidente: il servizio d’ordine, assicurato da Rifondazione, Cobas e centri sociali romani, è sempre intervenuto con fermezza e rapidità. I no global hanno bruciato le bandiere dell’Unione Europea, di Israele e degli Stati Uniti. Cantavano: “L’11 settembre/ non lo dimentichiamo/ ma cosa c’entra/ il popolo afgano”; “Una bomba/ non vale una cena/ Berlusconi/ esci dalla scena”. Davanti alla sede della Fao, con le fiaccole, hanno scritto: “No War”. No alla guerra. Poi sul palco, Sabina Guzzanti ha cominciato ad imitare Silvio Berlusconi. 

Fabrizio Ro ncone, Corriere della Sera 11 novembre 2001 

 

   

La piazza televisiva ormai non basta più

 

La piazza virtuale, mediatica, internet e televisiva, no basta più. Per governare, per generare consenso occorre di nuovo la vecchia piazza fisica. Quella dove le persone si toccano, si abbracciano, urlano insieme, si scontrano e si incontrano. E quel furbone di Giuliano Ferrara, che viene dalla sinistra esperta di piazza, l’ha capito più del suo mecenate, Berlusconi. In fondo l’arma della sinistra storica o rivoluzionaria, ma anche del giacobinismo borghese, è sempre stata la piazza affollata, di massa. Ugualmente le destre storiche hanno avuto dimestichezza con i raduni di massa.

Ecco l’invenzione dell’Usa-day. Chiara la finalità socio-politica: rigenerare un “blocco storico”, che di per sé è di memoria gramsciana, di moderati e di benpensanti, oltre le etichette di destra o di sinistra, attorno a un  valore espresso in negativo con la lotta al terrorismo, ed in positivo col richiamo alla libertà individuale, dentro le proprie case, il proprio territorio, la propria nazione. Una forza politica, prima di opposizione ed ora di palazzo, intende sfuggire alla pretesa del famoso pipetta di don dilani, che si riprendeva la libertà di contestare senza lasciarsi soggiogare da quei padroni che egli stesso ha mandato al governo. Insomma è l’impegno a tenere legato il palazzo, di memoria pasoliniana, alle strade alle piazze. Conta poi andare a ripescare quel sentimento filoamericano, che ha tenuto insieme le generazioni del dopo guerra e della guerra fredda, anticomunista, costretto a rimanere nell’ombra durante gli anni della retorica della Resistenza. Non è casuale allora che una forza politica, giovane nelle generazioni di appartenenza, si adegui a metà. E ciò per tenere insieme quel popolo padano che è assai globalizzato nelle imprese e nel lavoro come anche nei costumi, e proprio per questa ragione preoccupato della americanizzazione della vita proprio dentro le sue valli alpine. Questa difesa dell’identità torna così funzionale al centrodestra, che può riunire tre bandiere: a stelle e strisce., il tricolore, la padana del Carroccio. Un modo tutto italiano di essere “glocali”, globali e locali, europei e patriottici, italiani e padani. Stranamente, ma in maniera assolutamente logica, il No Global, fa la sua manifestazione che diviene antiamericana ma ugualmente dalle pretese globali. In fondo il no global, per dirla con i medioevali, esprime la classica “contradictio in terminis” nel suo stesso nome.

Ma la sinistra si trova in difficoltà a cavalcare il popolo del No-global, perché la manifestazione è talmente globale da perdere la dimensione del locale, cioè dell’appartenenza a della difesa degli interessi e delle paure italiane, europee, mondiali, minacciate dal terrorismo. Rischia anzi di apparire agganciata all’antiamericanismo senza uscire ed essere completamente italiana ed europea. Un rebus per l’opposizione e una possibile vittoria di immagine, di coscienza collettiva per il centrodestra. Il quale, per governare a lungo, cerca in tutti i modi di coprire la totalità del sociale, perché l’umore della piazza reale insieme a quello della piazza mediatica non sfugga al Palazzo. Un Polo che diviene movimento e istituzione, forza di lotta e di governo.

Il Tempo, 10 novembre 2001  

 

 

 

 

 

 

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