Tornano
i no global: “No alla guerra, soldati disertate”
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Non
finisce come a Genova ma come a un capodanno, a un
carnevale, con il popolo no global che canta e che balla
sotto la pioggia. Dentro piazza Bocca della Verità, per
assistere al concerto conclusivo, è riuscito ad entrare
solo chi era alla testa del corteo: c’è ancora una
folla rimasta nel Circo Massimo, sui prati e in mezzo alle
strade. |
In fondo a tutte le strade, nella penombra dei
lampioni, la polizia. Discreti, con le visiere del casco
alzate e i manganelli alla cintola. Immobili anche quando
sono andati a provocarli con areoplanini di carta e
sberleffi. E’ stato un corteo pacifista e pacifico e con
un sorprendente numero di partecipanti; per gli
organizzatori “ben oltre centomila”, per la questura
“certamente più di cinquantamila”. La gente - molti
giovani dei centri sociali, ma pure mamme con la
carrozzina, preti e vecchi militanti del Pci - ha sfilato
scandendo slogan, esibendo parecchi striscioni e poche
bandiere.
Quelle
di rifondazione comunista, una decina dei verdi. Una sola
dei Ds. Scarseggiavano perfino quelle con la faccia di che
Guevara. Alla esigua presenza di vessilli corrispondeva
anche quella dei politici: il segretario di Rifondazione
Fausto Bertinotti, i verdi Paolo Cento e Alfonso Pecoraio
Scanio, Cesare Salvi e Aldo Tortorella per i Ds, Lucio
Manisco che ha disobbedito agli ordini del suo partito, i
Comunisti italiani. Dietro di loro, i leader del movimento
antagonista Vittorio Agnolotto e Luca Canarini: “Soldati
italiani - ha detto Agnolotto -
disertate”. Poi Francesco Caruso e Guido Lutrario,
del Roma Social Forum. E’ circolata anche la voce di un
possibile sciopero generale contro la guerra: un’ipotesi
in parte avvalorata dalle recenti dichiarazioni del leader
della Cgil, Sergio Cofferati, contro l’azione militare
in Afghanistan. Nessun incidente: il servizio d’ordine,
assicurato da Rifondazione, Cobas e centri sociali romani,
è sempre intervenuto con fermezza e rapidità. I no
global hanno bruciato le bandiere dell’Unione Europea,
di Israele e degli Stati Uniti. Cantavano: “L’11
settembre/ non lo dimentichiamo/ ma cosa c’entra/ il
popolo afgano”; “Una bomba/ non vale una cena/
Berlusconi/ esci dalla scena”. Davanti alla sede della
Fao, con le fiaccole, hanno scritto: “No War”. No alla
guerra. Poi sul palco, Sabina Guzzanti ha cominciato ad
imitare Silvio Berlusconi.
Fabrizio
Ro
ncone, Corriere della
Sera 11 novembre 2001
La
piazza televisiva ormai non basta più
La
piazza virtuale, mediatica, internet e televisiva, no
basta più. Per governare, per generare consenso occorre
di nuovo la vecchia piazza fisica. Quella dove le persone
si toccano, si abbracciano, urlano insieme, si scontrano e
si incontrano. E quel furbone di Giuliano Ferrara, che
viene dalla sinistra esperta di piazza, l’ha capito più
del suo mecenate, Berlusconi. In fondo l’arma della
sinistra storica o rivoluzionaria, ma anche del
giacobinismo borghese, è sempre stata la piazza
affollata, di massa. Ugualmente le destre storiche hanno
avuto dimestichezza con i raduni di massa.
Ecco
l’invenzione dell’Usa-day. Chiara la finalità
socio-politica: rigenerare un “blocco storico”, che di
per sé è di memoria gramsciana, di moderati e di
benpensanti, oltre le etichette di destra o di sinistra,
attorno a un valore
espresso in negativo con la lotta al terrorismo, ed in
positivo col richiamo alla libertà individuale, dentro le
proprie case, il proprio territorio, la propria nazione.
Una forza politica, prima di opposizione ed ora di
palazzo, intende sfuggire alla pretesa del famoso pipetta
di don dilani, che si riprendeva la libertà di contestare
senza lasciarsi soggiogare da quei padroni che egli stesso
ha mandato al governo. Insomma è l’impegno a tenere
legato il palazzo, di memoria pasoliniana, alle strade
alle piazze. Conta poi andare a ripescare quel sentimento
filoamericano, che ha tenuto insieme le generazioni del
dopo guerra e della guerra fredda, anticomunista,
costretto a rimanere nell’ombra durante gli anni della
retorica della Resistenza. Non è casuale allora che una
forza politica, giovane nelle generazioni di appartenenza,
si adegui a metà. E ciò per tenere insieme quel popolo
padano che è assai globalizzato nelle imprese e nel
lavoro come anche nei costumi, e proprio per questa
ragione preoccupato della americanizzazione della vita
proprio dentro le sue valli alpine. Questa difesa
dell’identità torna così funzionale al centrodestra,
che può riunire tre bandiere: a stelle e strisce., il
tricolore, la padana del Carroccio. Un modo tutto italiano
di essere “glocali”, globali e locali, europei e
patriottici, italiani e padani. Stranamente, ma in maniera
assolutamente logica, il No Global, fa la sua
manifestazione che diviene antiamericana ma ugualmente
dalle pretese globali. In fondo il no global, per dirla
con i medioevali, esprime la classica “contradictio
in terminis” nel suo stesso nome.
Ma
la sinistra si trova in difficoltà a cavalcare il popolo
del No-global, perché la manifestazione è talmente
globale da perdere la dimensione del locale, cioè
dell’appartenenza a della difesa degli interessi e delle
paure italiane, europee, mondiali, minacciate dal
terrorismo. Rischia anzi di apparire agganciata all’antiamericanismo
senza uscire ed essere completamente italiana ed europea.
Un rebus per l’opposizione e una possibile vittoria di
immagine, di coscienza collettiva per il centrodestra. Il
quale, per governare a lungo, cerca in tutti i modi di
coprire la totalità del sociale, perché l’umore della
piazza reale insieme a quello della piazza mediatica non
sfugga al Palazzo. Un Polo che diviene movimento e
istituzione, forza di lotta e di governo.
Il
Tempo, 10 novembre 2001