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Lo
spazio
rurale:
alimenti,
paesaggi,
tecnologia
Nello
spazio
rurale,
le
estensioni
di
paesaggio
saranno
ovviamente
le
più
vaste,
seguite
da
quelle
agricole,
e
molto
minori
nello
spazio,
da
quelle
a
vocazione
tecnologica.
Tutta
la
struttura
territoriale
deve
rappresentare
un
mosaico
di
queste
tre
attività
e
non
una
monocoltura.
Nessuna
monocoltura,
nemmeno
quella
turistica,
è
di
per
se
sostenibile.
Nel
mondo,
la
tendenza
di
fondo,
dopo
una
prima
fase
di
sviluppo
quasi
esclusivamente
urbano,
è
la
ricolonizzazione
parziale
dello
spazio
rurale,
con
una
popolazione
rurale
suddivisa
in
20%
nell'agricoltura,
20%
nell'industria,
60%
nei
servizi
compreso
il
turismo.
La
viabilità
dell'agricoltura
è
possibile
anche
in
Europa,
soprattutto
dal
fatto
della
grande
richiesta
nei
mercati
internazionali
di
prodotti
di
denominazione
di
origine
controllata,
di
prodotti
con
un'identificazione
culturale
che
favorisce
la
loro
penetrazione
commerciale.
questa
viabilità
non
si
raggiungerà
certo
con
l'intensificazione
della
produzione
di
massa
di
alimenti
non
specifici.
La
produzione
di
paesaggi,
che
inerentemente
sono
sempre
naturali
e
culturali
nello
stesso
tempo,
si
riferisce
a
due
imperativi:
la
conservazione
dinamica,
attraverso
la
valorizzazione,
di
ecosistemi,
specie,
varietà,
valori
storici,
e
l'enorme
domanda
da
parte
degli
urbani
di
diversità
alle
quali
non
sono
più
abituati
nella
loro
vita
quotidiana;
domanda
anche,
ma
non
solo
o
non
principalmente,
di
spazi
aperti,
di
wilderness.
C'è
qui
un
ruolo
emergente
e
essenziale
per
il
turismo,
una
nuova
vocazione,
una
nuova
ambizione,
quella
di
colonizzare,
gestire,
valorizzare
e
capitalizzare
i
paesaggi,
cioè
gli
spazi
più
estesi
e
più
diversi
della
superficie
terrestre
dove
si
svolgono
le
principali
funzioni
biologiche
di
importanza
globale.
Paesaggio
e
ambiente
costituiscono
così
il
servizio
essenziale
per
la
sostenibilità
e
la
sopravvivenza
della
nuova
società
globale
dei
servizi
e
come
tali
come
servizio
e
come
bene
economico,
devono
essere
considerati
e
valorizzati.
In
quanto
alla
produzione
di
tecnologia,
la
sua
decentralizzazione
verso
l'ambiente
rurale
e
resa
possibile
ora
dalla
penetrazione
ovunque
e
nello
stesso
modo
dell'informazione,
e
dai
trasporti
molto
più
agevoli
e
a
buon
mercato.
La
disponibilità
umana,
la
qualità
della
vita
e
il
maggior
senso
della
responsabilità
nel
know-how
rurale
sono
vantaggi
comparativi
per
l'installazione
e
l'innesto
rurale.
Così,
le
Silicon
Valleys
si
stanno
moltiplicando
nel
mondo,
con
grandi
possibilità
occupazionali.
La
sostenibilità
industriale
non
è
più
assicurata
dalla
concentrazione
urbana
di
grandi
complessi
specifici,
ma
dalla
diversificazione
di
piccole
imprese,
anche
e
soprattutto
rurali,
come
del
resto
succede
già
nel
nord-est
italiano.
E
questo
elemento
tecnologico
è
essenziale
anche
per
la
sostenibilità
rurale.
Casi
ancora
limitati,
ma
emblematici,
sono
quelli
dei
villaggi
globali,
ispirati
dalle
concezioni
di
Marshall
McLuhan,
un
po'
come
succede
ora
a
Colletta
di
Castelbianco,
non
lontano
da
Albenga.
Borghi
storici
rinnovati
e
completamente
cablati,
villaggi
telematici,
dai
cui
appartamenti
perfettamente
equipaggiati
è
possibile
connettersi
alle
reti
di
comunicazione
globali,
ricevere
e
trasmettere
programmi
e
informazioni.
Il
turismo
della
creatività
scientifica
ed
artistica,
inserito
come
si
deve
in
tradizione
e
modernità.
Del
resto,
in
termini
più
generali,
le
tecnologie
dell'informazione
e
il
turismo
sono
un
po'
della
stessa
natura,
sono
entrambi
delle
applicazioni
delle
scienze
delle
comunicazioni
nel
loro
senso
più
ampio.
Comunicare
fra
residenti
e
turisti,
comunicare
con
l'ambiente
con
differenti
modulazioni
dell'informazione.
Facendo
una
certa
digressione,
i
quattro
settori
portanti
della
fiorente
economia
americana
sono
nell'ordine
le
tecnologie
dell'informazione
e
le
comunicazioni
(multimedia),
lo
spazio
e
i
trasporti
aerei,
la
cinematografia
e
il
turismo,
tutti
considerati
della
stessa
natura,
tutti
appartenenti
alla
società
globale
dell'informazione.
Siamo
molto
lontani
dalle
immagini
dei
grandi
complessi
industriali
della
costa
est
americana
Se
nei
primi
tre
settori
abbiamo
preso
in
Europa
un
distacco,
un
ritardo,
considerevoli,
è
nel
turismo
che
potremmo
avere
dei
vantaggi
comparativi.
Un
lessico
per
la
società
dell'informazione.
Siamo
realmente
entrati
nella
civilizzazione
dell'informazione,
dopo
quella
agricola
e
quella
industriale,
senza
che
molti
se
ne
rendano
ancora
conto.
E'
praticamente
un
sinonimo
della
società
aperta,
della
società
globale,
immateriale
o
dematerializzata,
postindustriale.
Preferisco
però
il
primo
termine
perché
evidenzia
il
meccanismo
stesso
dell'avvento
di
questa
nuova
società,
che
è
l'apertura
all'informazione.
Le
parole
chiavi
sono
globalità,
qualità,
innovazione,
apertura,
diversificazione,
flessibilità,
sveltezza,
decentralizzazione
e
deconcentrazione,
controlli
diffusi
e
partecipazione,
mobilità,
partnership
e
network.
Sono
il
contrario,
le
antitesi
di
quelle
usate
e
praticate
dalla
civilizzazione
industriale,
quella
dell'intensificazione,
del
controllo
centrale
e
del
protezionismo,
ma
ancora
la
nostra
percezione
non
riesce
ad
afferrare
il
loro
significato,
la
loro
portata.
Bisognerebbe
girare
un
interruttore
nella
propria
mente
per
entrare
nella
società
dell'informazione,
perché,
se
questa
società
è
ancora
nel
suo
neolitico,
noi
siamo
ancora
nel
nostro
paleolitico
Perché
in
questa
società,
risorse
e
posti
di
lavoro
non
stanno
lì
ad
attenderci,
ma
devono
essere
costantemente
inventati.
Perché
in
questa
società,
patrimoni
culturali
e
naturali
che
non
siano
valorizzati
dinamicamente,
spariscono
ineluttabilmente,
inesorabilmente.
Con
una
disgressione
nello
stesso
tempo
teorica
(
la
logica
formale)
e
pratica
(
lo
sviluppo
dei
paesi
emergenti
),
potrei
proporre
a
questo
punto
un
brevissimo
lessico
di
solo
sei
parole,
utili
per
non
perdersi
nel
labirinto
della
società
dell'informazione
con
le
sue
intersecazioni,
connessioni
e
biforcazioni;
un
vademecum
per
non
essere
sviati,
fuorviati,
confusi
nella
giungla
degli
slogan
e
dei
miti
che
circolano.
Queste
parole
sono
informazione,
apertura,
cambiamento,
adattamento,
diversità
ed
anche
sostenibilità.
L'informazione
è
semplicemente
l'aumento
delle
interazioni,
delle
comunicazioni,
in
quantità
e
qualità,
quindi
dell'avvicinamento
e
dell'integrazione,
fra
individui
o
sistemi
distinti
e
diversi.
Insisto
sulla
qualificazione
di
diversi.
Se
fossero
identici,
non
ci
sarebbe
più
bisogno
di
informazione
per
comunicare,
ma
l'autoregolazione
sarebbe
impossibile.
L'informazione
è
quindi
il
principale
meccanismo
di
controllo
degli
attuali
sistemi
complessi.
L'apertura
è
l'accessibilità
di
questa
informazione
al
di
là
di
frontiere,
barriere,
censure,
pregiudizi.
Se
l'apertura
e
a
una
scala
mondiale,
si
parla
di
globalizzazione,
economica,
tecnologica,
culturale
secondo
il
tipo
di
informazione,
anche
se
alla
fine
tutte,
le
sette
ruote,
convergono
in
una
sola
globalizzazione
attraverso
meccanismi
di
incatenamento
e
di
ingranaggio
successivi.
Il
cambiamento
è
la
conseguenza
ineluttabile,
o
a
volte
la
causa,
dell'apertura.
Quando
e
molto
rapido,
vasto,
drastico,
imprevisto,
si
parla
di
crisi,
che
etimologicamente
vuol
dire
semplicemente
il
passaggio
da
uno
stato
a
un
altro
di
un
sistema.
D'accordo
agli
ideogrammi
cinesi,
la
crisi
è
semplicemente
il
momento
nel
quale
ci
sono
più
pericoli
da
evitare,
ma
anche
e
soprattutto
più
opportunità
da
cogliere.
E'
il
momento
delle
scelte
fra
tutta
l'informazione
disponibile.
L'adattamento
è
l'unica
reazione
possibile
al
cambiamento.
Per
avere
un
valore
adattativo,
questa
reazione
deve
essere:
-
attiva,
volontaria,
non
deve
solo
subire
passivamente
il
cambiamento
(anzi
meglio
pro-attiva,
deve
cioè
anticipare
il
cambiamento);
-
specifica,
dunque
inserita
in
una
data
traiettoria
storica
ed
evolutiva
e
non
basata
sull'imitazione;
-
contigente,
in
risposta
a
un
determinato
momento
e
a
una
determinata
situazione;
-
tempestiva,
per
non
avere
un
ritardo
irraggiungibile
rispetto
agli
altri;
-
flessibile,
per
permettere
l'adattamento
ulteriore
ad
altri
cambiamenti
che
sopravverranno
inevitabilmente;
-
diversa,
differenziata,
per
far
fronte
alle
imprevedibilità
del
presente
e
per
permettere
nuove
opzioni
per
il
futuro.
La
diversità
è
essenzialmente
la
grande
strategia
adattativa
per
far
fronte
ai
rischi
intrinseci,
ineluttabili,
dell'apertura
e
del
cambiamento,
con
tutta
la
loro
imprevedibilità
inerente
ai
sistemi
complessi.
Una
strategia
che
si
trova
ugualmente
nell'evoluzione
biologica,
culturale,
sociale
ed
economica,
e
che
consiste,
in
termini
di
saggezza
popolare,
a
non
mettere
tutte
le
uova
nello
stesso
paniere.
E'
la
diversità
che
modula
in
modo
variato
il
flusso
di
informazione
e
che
rende
specifico
l'adattamento.
Le
diversità
sono
infatti
dei
conglomerati,
degli
aggruppamenti
locali
e
specifici
di
informazione,
biologica
o
culturale,
creati
attraverso
il
tempo
da
cambiamenti
successivi
e
che
sopravviveranno
solo
nel
cambiamento.
La
diversità
si
misura
in
bit,
unità
binarie,
le
stesse
che
servono
a
misurare
l'informazione,
le
stesse
dei
computer
e
della
televisione
o
della
fotografia
numeriche.
La
diversita
è
informazione
e
come
tale
deve
essere
concepita,
deve
essere
intesa,
in
termini
intercambiabili.
E
finalmente
la
sostenibilità
è
semplicemente
la
possibilità
di
durare
di
più
nel
tempo,
in
modo
del
tutto
relativo,
mediante
l'adattamento
costante
e
diverso
ai
cambiamenti
successivi,
con
la
malleabilità
quindi
e
non
con
la
rigida
resistenza
al
cambiamento.
La
sostenibilità
è
un
processo
da
adottare
e
da
continuare
all'infinito,
un
modo
di
agire
una
démarche,
è
non
un
modello
alternativo
di
società,
una
nuova
ideologia.
Il
turismo
è
diversità
Il
turismo,
inteso
adesso
come
un
processo
di
interazione
e
non
di
estrazione
o
di
rapina,
è
l'attività
più
tipica
della
civilizzazione
dell'informazione,
della
civilizzazione
della
diversità.
Ne
è
un
po'
il
prototipo
Senza
apertura
e
senza
diversità,
il
turismo
non
avrebbe
intrinsecamente
nessuna
ragione
di
essere.
Anche
avendone
la
possibilità,
chi
si
scomoderebbe
per
cercare
l'identico?
E
la
diversità
nel
turismo
esige
quattro
presupposti:
la
protezione,
la
sua
ulteriore
evoluzione,
promozione
e
valorizzazione,
la
disponibilità
e
in
questo
momento
soprattutto,
la
scelta,
fra
tutte
le
diversità
che
sono
ora
offerte
dall'avvento
dell'informazione.
La
diversità
e
il
diritto
all'evoluzione
si
impongono
anche
per
quanto
riguarda
l'ambiente
e
le
popolazioni
locali;
queste,
come
l'ambiente,
non
possono
essere
congelate
senza
il
diritto
di
continuare
ad
evolvere.
Perché
evolvere
e
l'unico
modo
di
sussistere,
per
una
specie,
per
una
società,
per
una
cultura.
Il
turismo
è
diversità,
il
turismo
è
informazione,
o
per
lo
meno
un
grande
strumento
per
trasmettere
l'informazione
biologica
e
culturale.
Quasi
tutto
nel
turismo
corrisponde
alla
civilizzazione
dell'informazione
e
della
diversità:
-
il
fatto
di
essere
basato
sulla
mobilità,
sulla
comunicazione,
sull'immaginario
-
la
risorsa
come
rappresentazione
e
percezione
che
di
essa
si
ha
-
il
patrimonio
inteso
attraverso
la
sua
valorizzazione
-
I'inserzione
del
globale
nel
locale,
dell'innovazione
nella
tradizione
-
l'accento
posto
sulle
risorse
umane,
sulla
loro
qualità
e
professionalità,
sulla
finezza
dell'accoglienza,
sulla
convivialità,
sul
civismo
-
la
valorizzazione
del
tempo
libero
-
l'aspirazione
alla
globalita
–
la
diversificazione
non
solo
funzionale
(delle
attività)
e
spaziale,
ma
anche
stagionale
(nel
tempo)
-
la
rivitalizzazione
economica
e
sociale
degli
spazi
rurali
e
naturali
-
l'importanza
vera,
vitale,
che
acquista
l'ambiente,
non
inteso
come
slogan
o
dogma,
ma
come
servizio
esistenziale
-
lo
sviluppo
economico
a
base
culturale,
anzi
il
suo
carattere
squisitamente
multiculturale
e
diversificato.
Il
turismo
sarà
sempre
più
l'indicatore,
la
vetrina,
il
biglietto
da
visita,
delle
caratteristiche
dello
sviluppo
di
un
dato
paese,
del
suo
civismo.
Gli
esclusi
e
i
perdenti
della
globalizzazione
Tutto
bene
dunque,
tempo
sereno
e
stabile,
fra
turismo
e
globalizazione?
Certamente
no,
perché
la
globalizzazione
produce
anche
degli
esclusi,
una
legione
di
esclusi
fra
paesi,
società,
comunità,
individui
ed
anche
specie
ed
ecosistemi.
Sono
tutti
quelli
che
rimangono
indietro,
tutti
quelli
che
non
hanno
potuto
o
non
hanno
voluto
adattarsi.
Eppure
l'esclusione
non
è
intrinseca
all'apertura
e
al
cambiamento,
ma
solo
all'impossibilità,
quasi
sempre
alla
non
volontà
di
adattarsi.
Sarebbe
anzi
nell'interesse
di
tutti
non
perdere
parti
di
mercato
con
l'esclusione
e
di
non
creare
delle
condizioni
di
insicurezza
geopolitica
e
di
instabilità
sociale.
Tutte
queste
sono
condizioni
di
detrimento,
fatale
per
lo
sviluppo
attuale
che
e
basato
essenzialmente
sulla
partnership
e
sulla
fiducia.
Ma
dal
momento
che
la
disponibilità
all'adattamento
è
molto
variabile,
e
che
nessuno,
paese
o
individuo,
pub
o
ha
il
diritto
di
impedire
ad
un
altro
di
adattarsi
se
questi
ne
ha
il
desiderio,
I'iniziativa
e
lo
spirito
di
intraprendere,
la
sindrome
principale
dell'apertura
globale
è
ora
quella
dei
vincenti-perdenti.
Nel
mio
ultimo
articolo,
dal
titolo
Il
fascino
dell'anno
2000,
faccio
una
tipologia,
una
casistica
dei
perdenti,
i
vinti
dell'anno
2000,
e
propongo
un
piccolo
manuale
per
non
esserlo.
Troppo
lungo
per
parlarne
qui,
anche
se
è
implicito
in
quello
che
ho
già
detto.
Tre
logiche
si
affrontano
e
hanno
tutte
una
loro
ragione
di
essere.
Anche
se
questo
non
ha
assolutamente
niente
a
che
vedere
con
l'età
reale,
ma
piuttosto
con
la
strategia
generale
dell'adattamento,
c'è
una
logica
adulta,
che
consiste
nel
vedere
e
nel
cercare
di
capire
i
fatti
nella
loro
relatività,
a
prenderne
nota
e
ad
affrontarli
nel
presente
e
nel
futuro,
alla
ricerca
del
possibile
e
non
necessariamente
dell'assoluto.
C'e
una
logica
senile,
che
si
colloca
coscientemente
nel
presente,
ma
in
un
presente
chiuso,
e
soprattutto
in
un
passato
nostalgicamente
idealizzato,
ma
che
rifiuta
i
nuovi
fatti
ed
il
cambiamento.
E
c'è
una
logica
infantile,
quella
del
tutto
nello
stesso
tempo,
o
del
tutto
o
niente,
che
rigetta
il
presente
senza
nemmeno
cercare
di
capirlo
per
rinchiudersi
nell'utopia;
etimologicamente
(utopia)
-
questa
logica
non
si
situa
in
nessun
luogo,
è
al
di
fuori
del
tempo
e
dello
spazio.
Eppure
è
quello
che
succede
ora
con
molte
ideologie
politiche,
quando
rigettano
di
primo
acchito
tutti
i
fatti
che
non
le
confortano
e
con
i
fondamentalismi,
quello
ecologista
per
esempio,
che
dell'ideologia
sono
la
manifestazione
estrema
Ma
è
duro
restare
nella
realtà,
non
lasciarsi
cullare
dalla
nostalgia
o
dall'utopia.
Le
due
ultime
logiche,
comprensibili
anzi
spesso
ammirevoli,
capaci
di
grandi
stimoli
in
un
passato
non
lontano,
sono
ora
perdenti,
soprattutto
la
terza
che
contribuisce
potentemente
ad
accrescere
i
ranghi
dei
vinti
potenziali.
Ancora
più
grave
nelle
conseguenze,
si
tratta
spesso
di
logiche
collettive,
corrispondenti
all'attitudine
generale
di
paesi
e
di
intere
società
con
comportamenti
gregari,
di
imitazione
e
non
di
innovazione
specifica.
Due
ambizioni
per
il
turismo
C'è
quindi
un'altra
grande
ambizione
per
un
turismo
adulto,
oltre
a
quella
già
segnalata
di
colonizzare
e
di
valorizzare
gli
enormi
spazi
e
i
paesaggi
rurali
e
naturali
che
si
aprono
Per
un
turismo
inteso
come
dialogo
di
culture,
è
vocazione,
è
l'ambizione
di
far
conoscere
concretamente
sul
terreno,
di
far
capire
e
rispettare,
le
realtà,
le
diversità,
i
fatti
degli
altri,
al
più
gran
numero
di
persone
diverse;
di
essere
così
un
fattore
di
trasformazione
e
di
integrazione
mondiale,
di
adattamento
volontario,
un
attore
e
non
uno
spettatore
della
globalizzazione.