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TESINA: TURISMO E GLOBALIZZAZIONE (DI FRANCESCO CASTRI) 

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- SECONDA PARTE -

Lo spazio rurale: alimenti, paesaggi, tecnologia

Nello spazio rurale, le estensioni di paesaggio saranno ovviamente le più vaste, seguite da quelle agricole, e molto minori nello spazio, da quelle a vocazione tecnologica. Tutta la struttura territoriale deve rappresentare un mosaico di queste tre attività e non una monocoltura. Nessuna monocoltura, nemmeno quella turistica, è di per se sostenibile.

Nel mondo, la tendenza di fondo, dopo una prima fase di sviluppo quasi esclusivamente urbano, è la ricolonizzazione parziale dello spazio rurale, con una popolazione rurale suddivisa in 20% nell'agricoltura, 20% nell'industria, 60% nei servizi compreso il turismo.

La viabilità dell'agricoltura è possibile anche in Europa, soprattutto dal fatto della grande richiesta nei mercati internazionali di prodotti di denominazione di origine controllata, di prodotti con un'identificazione culturale che favorisce la loro penetrazione commerciale. questa viabilità non si raggiungerà certo con l'intensificazione della produzione di massa di alimenti non specifici.

La produzione di paesaggi, che inerentemente sono sempre naturali e culturali nello stesso tempo, si riferisce a due imperativi: la conservazione dinamica, attraverso la valorizzazione, di ecosistemi, specie, varietà, valori storici, e l'enorme domanda da parte degli urbani di diversità alle quali non sono più abituati nella loro vita quotidiana; domanda anche, ma non solo o non principalmente, di spazi aperti, di wilderness. C'è qui un ruolo emergente e essenziale per il turismo, una nuova vocazione, una nuova ambizione, quella di colonizzare, gestire, valorizzare e capitalizzare i paesaggi, cioè gli spazi più estesi e più diversi della superficie terrestre dove si svolgono le principali funzioni

biologiche di importanza globale. Paesaggio e ambiente costituiscono così il servizio essenziale per la sostenibilità e la sopravvivenza della nuova società globale dei servizi e come tali come servizio e come bene economico, devono essere considerati e valorizzati.

In quanto alla produzione di tecnologia, la sua decentralizzazione verso l'ambiente rurale e resa possibile ora dalla penetrazione ovunque e nello stesso modo dell'informazione, e dai trasporti molto più agevoli e a buon mercato. La disponibilità umana, la qualità della vita e il maggior senso della responsabilità nel know-how rurale sono vantaggi comparativi per l'installazione e l'innesto rurale. Così, le Silicon Valleys si stanno moltiplicando nel mondo, con grandi possibilità occupazionali. La sostenibilità industriale non è più assicurata dalla concentrazione urbana di grandi complessi specifici, ma dalla diversificazione di piccole imprese, anche e soprattutto rurali, come del resto succede già nel nord-est italiano. E questo elemento tecnologico è essenziale anche per la sostenibilità rurale.

Casi ancora limitati, ma emblematici, sono quelli dei villaggi globali, ispirati dalle concezioni di Marshall McLuhan, un po' come succede ora a Colletta di Castelbianco, non lontano da Albenga. Borghi storici rinnovati e completamente cablati, villaggi telematici, dai cui appartamenti perfettamente equipaggiati è possibile connettersi alle reti di comunicazione globali, ricevere e trasmettere programmi e informazioni. Il turismo della creatività scientifica ed artistica, inserito come si deve in tradizione e modernità.

Del resto, in termini più generali, le tecnologie dell'informazione e il turismo sono un po' della stessa natura, sono entrambi delle applicazioni delle scienze delle comunicazioni nel loro senso più ampio. Comunicare fra residenti e turisti, comunicare con l'ambiente con differenti modulazioni dell'informazione. Facendo una certa digressione, i quattro settori portanti della fiorente economia americana sono nell'ordine le tecnologie dell'informazione e le comunicazioni (multimedia), lo spazio e i trasporti aerei, la cinematografia e il turismo, tutti considerati della stessa natura, tutti appartenenti alla società globale dell'informazione. Siamo molto lontani dalle immagini dei grandi complessi industriali della costa est americana Se nei primi tre settori abbiamo preso in Europa un distacco, un ritardo, considerevoli, è nel turismo che potremmo avere dei vantaggi comparativi.

Un lessico per la società dell'informazione.

Siamo realmente entrati nella civilizzazione dell'informazione, dopo quella agricola e quella industriale, senza che molti se ne rendano ancora conto. E' praticamente un sinonimo della società aperta, della società globale, immateriale o dematerializzata, postindustriale. Preferisco però il primo termine perché evidenzia il meccanismo stesso dell'avvento di questa nuova società, che è l'apertura all'informazione. Le parole chiavi sono globalità, qualità, innovazione, apertura, diversificazione, flessibilità, sveltezza, decentralizzazione e deconcentrazione, controlli diffusi e partecipazione, mobilità, partnership e network.

Sono il contrario, le antitesi di quelle usate e praticate dalla civilizzazione industriale, quella dell'intensificazione, del controllo centrale e del protezionismo, ma ancora la nostra percezione non riesce ad afferrare il loro significato, la loro portata. Bisognerebbe girare un interruttore nella propria mente per entrare nella società dell'informazione, perché, se questa società è ancora nel suo neolitico, noi siamo ancora nel nostro paleolitico Perché in questa società, risorse e posti di lavoro non stanno lì ad attenderci, ma devono essere costantemente inventati. Perché in questa società, patrimoni culturali e naturali che non siano valorizzati dinamicamente, spariscono ineluttabilmente, inesorabilmente.

Con una disgressione nello stesso tempo teorica ( la logica formale) e pratica ( lo sviluppo dei paesi emergenti ), potrei proporre a questo punto un brevissimo lessico di solo sei parole, utili per non perdersi nel labirinto della società dell'informazione con le sue intersecazioni, connessioni e biforcazioni; un vademecum per non essere sviati, fuorviati, confusi nella giungla degli slogan e dei miti che circolano. Queste parole sono informazione, apertura, cambiamento, adattamento, diversità ed anche sostenibilità.

L'informazione è semplicemente l'aumento delle interazioni, delle comunicazioni, in quantità e qualità, quindi dell'avvicinamento e dell'integrazione, fra individui o sistemi distinti e diversi. Insisto sulla qualificazione di diversi. Se fossero identici, non ci sarebbe più bisogno di informazione per comunicare, ma l'autoregolazione sarebbe impossibile. L'informazione è quindi il principale meccanismo di controllo degli attuali sistemi complessi.

L'apertura è l'accessibilità di questa informazione al di là di frontiere, barriere, censure, pregiudizi. Se l'apertura e a una scala mondiale, si parla di globalizzazione, economica, tecnologica, culturale secondo il tipo di informazione, anche se alla fine tutte, le sette ruote, convergono in una sola globalizzazione attraverso meccanismi di incatenamento e di ingranaggio successivi.

Il cambiamento è la conseguenza ineluttabile, o a volte la causa, dell'apertura. Quando e molto rapido, vasto, drastico, imprevisto, si parla di crisi, che etimologicamente vuol dire semplicemente il passaggio da uno stato a un altro di un sistema. D'accordo agli ideogrammi cinesi, la crisi è semplicemente il momento nel quale ci sono più pericoli da evitare, ma anche e soprattutto più opportunità da cogliere. E' il momento delle scelte fra tutta l'informazione disponibile.

L'adattamento è l'unica reazione possibile al cambiamento. Per avere un valore adattativo, questa reazione deve essere:

- attiva, volontaria, non deve solo subire passivamente il cambiamento (anzi meglio pro-attiva, deve cioè anticipare il cambiamento);

- specifica, dunque inserita in una data traiettoria storica ed evolutiva e non basata sull'imitazione;

- contigente, in risposta a un determinato momento e a una determinata situazione;

- tempestiva, per non avere un ritardo irraggiungibile rispetto agli altri;

- flessibile, per permettere l'adattamento ulteriore ad altri cambiamenti che sopravverranno inevitabilmente;

- diversa, differenziata, per far fronte alle imprevedibilità del presente e per permettere nuove opzioni per il futuro.

La diversità è essenzialmente la grande strategia adattativa per far fronte ai rischi intrinseci, ineluttabili, dell'apertura e del cambiamento, con tutta la loro imprevedibilità inerente ai sistemi complessi. Una strategia che si trova ugualmente nell'evoluzione biologica, culturale, sociale ed economica, e che consiste, in termini di saggezza popolare, a non mettere tutte le uova nello stesso paniere. E' la diversità che modula in modo variato il flusso di informazione e che rende specifico l'adattamento. Le diversità sono infatti dei conglomerati, degli aggruppamenti locali e specifici di informazione, biologica o culturale, creati attraverso il tempo da cambiamenti successivi e che sopravviveranno solo nel cambiamento. La diversità si misura in bit, unità binarie, le stesse che servono a misurare l'informazione, le stesse dei computer e della televisione o della fotografia numeriche. La diversita è informazione e come tale deve essere concepita, deve essere intesa, in termini intercambiabili.

E finalmente la sostenibilità è semplicemente la possibilità di durare di più nel tempo, in modo del tutto relativo, mediante l'adattamento costante e diverso ai cambiamenti successivi, con la malleabilità quindi e non con la rigida resistenza al cambiamento. La sostenibilità è un processo da adottare e da continuare all'infinito, un modo di agire una démarche, è non un modello alternativo di società, una nuova ideologia.

Il turismo è diversità

Il turismo, inteso adesso come un processo di interazione e non di estrazione o di rapina, è l'attività più tipica della civilizzazione dell'informazione, della civilizzazione della diversità. Ne è un po' il prototipo Senza apertura e senza diversità, il turismo non avrebbe intrinsecamente nessuna ragione di essere. Anche avendone la possibilità, chi si scomoderebbe per cercare l'identico? E la diversità nel turismo esige quattro presupposti: la protezione, la sua ulteriore evoluzione, promozione e valorizzazione, la disponibilità e in questo momento soprattutto, la scelta, fra tutte le diversità che sono ora offerte dall'avvento dell'informazione. La diversità e il diritto all'evoluzione si impongono anche per quanto riguarda l'ambiente e le popolazioni locali; queste, come l'ambiente, non possono essere congelate senza il diritto di continuare ad evolvere. Perché evolvere e l'unico modo di sussistere, per una specie, per una società, per una cultura.

Il turismo è diversità, il turismo è informazione, o per lo meno un grande strumento per trasmettere l'informazione biologica e culturale. Quasi tutto nel turismo corrisponde alla civilizzazione dell'informazione e della diversità: - il fatto di essere basato sulla mobilità, sulla comunicazione, sull'immaginario - la risorsa come rappresentazione e percezione che di essa si ha - il patrimonio inteso attraverso la sua valorizzazione - I'inserzione del globale nel locale, dell'innovazione nella tradizione - l'accento posto sulle risorse umane, sulla loro qualità e professionalità, sulla finezza dell'accoglienza, sulla convivialità, sul civismo - la valorizzazione del tempo libero - l'aspirazione alla globalita – la diversificazione non solo funzionale (delle attività) e spaziale, ma anche stagionale (nel tempo) - la rivitalizzazione economica e sociale degli spazi rurali e naturali - l'importanza vera, vitale, che acquista l'ambiente, non inteso come slogan o dogma, ma come servizio esistenziale - lo sviluppo economico a base culturale, anzi il suo carattere squisitamente multiculturale e diversificato. Il turismo sarà sempre più l'indicatore, la vetrina, il biglietto da visita, delle caratteristiche dello sviluppo di un dato paese, del suo civismo.

Gli esclusi e i perdenti della globalizzazione

Tutto bene dunque, tempo sereno e stabile, fra turismo e globalizazione? Certamente no, perché la globalizzazione produce anche degli esclusi, una legione di esclusi fra paesi, società, comunità, individui ed anche specie ed ecosistemi. Sono tutti quelli che rimangono indietro, tutti quelli che non hanno potuto o non hanno voluto adattarsi.

Eppure l'esclusione non è intrinseca all'apertura e al cambiamento, ma solo all'impossibilità, quasi sempre alla non volontà di adattarsi. Sarebbe anzi nell'interesse di tutti non perdere parti di mercato con l'esclusione e di non creare delle condizioni di insicurezza geopolitica e di instabilità sociale. Tutte queste sono condizioni di detrimento, fatale per lo sviluppo attuale che e basato essenzialmente sulla partnership e sulla fiducia.

Ma dal momento che la disponibilità all'adattamento è molto variabile, e che nessuno, paese o individuo, pub o ha il diritto di impedire ad un altro di adattarsi se questi ne ha il desiderio, I'iniziativa e lo spirito di intraprendere, la sindrome principale dell'apertura globale è ora quella dei vincenti-perdenti.

Nel mio ultimo articolo, dal titolo Il fascino dell'anno 2000, faccio una tipologia, una casistica dei perdenti, i vinti dell'anno 2000, e propongo un piccolo manuale per non esserlo. Troppo lungo per parlarne qui, anche se è implicito in quello che ho già detto. Tre logiche si affrontano e hanno tutte una loro ragione di essere. Anche se questo non ha assolutamente niente a che vedere con l'età reale, ma piuttosto con la strategia generale dell'adattamento, c'è una logica adulta, che consiste nel vedere e nel cercare di capire i fatti nella loro relatività, a prenderne nota e ad affrontarli nel presente e nel futuro, alla ricerca del possibile e non necessariamente dell'assoluto. C'e una logica senile, che si colloca coscientemente nel presente, ma in un presente chiuso, e soprattutto in un passato nostalgicamente idealizzato, ma che rifiuta i nuovi fatti ed il cambiamento. E c'è una logica infantile, quella del tutto nello stesso tempo, o del tutto o niente, che rigetta il presente senza nemmeno cercare di capirlo per rinchiudersi nell'utopia; etimologicamente (utopia) - questa logica non si situa in nessun luogo, è al di fuori del tempo e dello spazio.

Eppure è quello che succede ora con molte ideologie politiche, quando rigettano di primo acchito tutti i fatti che non le confortano e con i fondamentalismi, quello ecologista per esempio, che dell'ideologia sono la manifestazione estrema Ma è duro restare nella realtà, non lasciarsi cullare dalla nostalgia o dall'utopia.

Le due ultime logiche, comprensibili anzi spesso ammirevoli, capaci di grandi stimoli in un passato non lontano, sono ora perdenti, soprattutto la terza che contribuisce potentemente ad accrescere i ranghi dei vinti potenziali. Ancora più grave nelle conseguenze, si tratta spesso di logiche collettive, corrispondenti all'attitudine generale di paesi e di intere società con comportamenti gregari, di imitazione e non di innovazione specifica.

Due ambizioni per il turismo

C'è quindi un'altra grande ambizione per un turismo adulto, oltre a quella già segnalata di colonizzare e di valorizzare gli enormi spazi e i paesaggi rurali e naturali che si aprono Per un turismo inteso come dialogo di culture, è vocazione, è l'ambizione di far conoscere concretamente sul terreno, di far capire e rispettare, le realtà, le diversità, i fatti degli altri, al più gran numero di persone diverse; di essere così un fattore di trasformazione e di integrazione mondiale, di adattamento volontario, un attore e non uno spettatore della globalizzazione.

 

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