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TONGA TERRA DIMENTICATA DALLA GLOBALIZZAZIONE (DI LANFRANCO VACCARI)

 

Corriere della Sera, 18 luglio 2001

«Il G8 a Genova? Mah, noi ascoltiamo e leggiamo di questi incontri internazionali. Della Banca Mondiale, del Fondo monetario internazionale e delle altre sigle. Del milione e mezzo di miliardi di dollari (oltre tre miliardi di miliardi di lire, ndr ) che ogni giorno attraversa il mondo nelle più disparate transazioni finanziarie. Non saprei che cosa dire. Da quaggiù è difficile rendersene conto».
Primo ministro per tutti gli anni Novanta, ritiratosi dalla vita pubblica compiuti gli 80, quando il calendario, con il 2000, ha cambiato tutti i suoi numeri («mi sembrava una data opportuna per far posto ad altri»), il barone Vaea di Houma accompagna il suo stordimento lisciandosi un sopracciglio e poi appoggiando il mento al palmo della mano. Negli occhi gli rimane un’espressione interrogativa.
«Quaggiù», dall’altra parte del mondo, il furore del dibattito sulla globalizzazione appare ancora più lontano delle 11 ore di fuso, addirittura surreale. Vista da qui, la globalizzazione non è affatto globale.

Il regno di Tonga, una centosettantina di isole (ma solo 36 popolate, per un totale di 102mila abitanti) attorno al 20° parallelo sud, ultima monarchia ereditaria del Pacifico, può sembrare un esempio paradossale, un caso-limite. Ma l’omogeneità pretesa tanto dai profeti della interconnessione planetaria (fra tutti, il più impavido è forse Thomas Friedman, autore di «La Lexus e l’olivo») quanto dai suoi nemici è piena di buchi. Niente lo dimostra meglio del numero dei frequentatori di Internet, lo strumento divenuto il simbolo stesso della globalizzazione. Nel ’98, erano 0,5 milioni nel Medio Oriente; 1 milione in Africa; 7 in Sud America; 14 nell’Asia-Pacifico, comprese Australia e Nuova Zelanda; 20 in Europa e 70 nel Nord America (nei 30 mesi successivi le cifre assolute sono cambiate, ma le percentuali si sono spostate in maniera irrilevante). Più che l’uniformità, globale è l’asimmetria.
Dal processo che tutti, compreso il barone, considerano inevitabile sono, per il momento, esclusi un intero continente, l’Africa; quasi tutta l’Asia (a parte una decina di Paesi); ampie sacche dell’America centromeridionale; la totalità degli atolli del Pacifico (con l’eccezione di Tuvalu, distante uno scalo e quattro ore di bimotore da qui, che è riuscita a fare un po’ di quattrini prima con il prefisso telefonico-pornografico 900 e poi con il suffisso Internet .tv); perfino una parte dell’Europa slava. Le ragioni sono più d’una e non sempre attribuibili alla «malvagia» ideologia neoliberista dei globalizzatori.

L’Africa paga quarant’anni di indipendenza in cui classi dirigenti incapaci o corrotte (o tutt’e due) l’hanno spinta verso una progressiva marginalità. Gran parte dei Paesi ex comunisti fa i conti con regimi fallimentari. E il terzo mondo, nel suo complesso, sconta una crescita demografica largamente superiore a qualsiasi cosa si intenda per «sviluppo sostenibile». Su sei miliardi di abitanti del pianeta, uno su cinque assume meno calorie giornaliere di quante se ne potevano permettere i citoyens della Francia rivoluzionaria (erano 2.700, adesso sono diventate 4.000).

Molte di queste aberrazioni preesistevano la globalizzazione, e dunque è arduo fargliene carico. Certo, però, l’esplosiva espansione del mercato ha aumentato il divario fra ricchi e poveri. L’Undp, l’agenzia delle Nazioni Unite per lo sviluppo, calcolava nel ’98 che le 225 persone più ricche della Terra hanno un patrimonio complessivo superiore al reddito annuale di 2,5 miliardi di uomini, il 47 per cento della popolazione mondiale. E che i tre più ricchi dei ricchi hanno un «valore» superiore al prodotto interno lordo dei 48 Paesi meno sviluppati. Si può ragionevolmente sostenere che la globalizzazione è direttamente responsabile della ricchezza dei primi e non (neppure indirettamente) della povertà dei secondi. Rimane tuttavia la domanda che pone James Mittelman, professore di Relazioni internazionali all’American University di Washington: «E’ morale un mondo così diviso? E’ eticamente e politicamente sostenibile un sistema tanto squilibrato?».

L’ovvia risposta è no. Ma, di nuovo, la globalizzazione rischia di diventare un facile capro espiatorio, la versione rivista e corretta dell’Impero del Male. Molti intellettuali di formazione marxista vedono in essa una rivincita postuma del loro squalificato nume tutelare. Dice Serge Latouche, professore all’università di Paris-Sud, citando alla lettera Carlo Marx: «La tendenza a creare un mercato mondiale è inclusa nel concetto medesimo di capitale». E aggiunge: «Lo spettro che si aggira per il pianeta non è più quello del comunismo del 1848, ma quello del liberalismo del 1776 (quando Adam Smith pubblicò «L’inchiesta sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni», ndr )». Forse, dipende dai punti di vista. Si potrebbe obiettare che lo spettro è un altro: il non rispetto della divisione dei poteri, la non certezza del diritto, la mancata trasparenza e la corruzione di troppi mercati finanziari. Assai più della capricciosa volubilità con cui si muove la cosiddetta «orda elettronica», è quest’insieme di circostanze che ha reso vulnerabile il Messico nel ’94 e il sudest asiatico nel ’97. Ma, una volta ancora, il barone Vaea di Houma vacilla, si perde davanti a una discussione che non arriva neanche a sfiorare Tonga e la paciosa amabilità di chi ci vive (prima queste erano chiamate le Isole dell’amicizia). «Non voglio sembrare ingenuo, o patetico - dice -. Qui però abbiamo problemi un po’ diversi».

In questo curioso regno, il primo ministro viene nominato dal re, e la sua carica è a vita. I 33 nobili locali hanno il controllo assoluto sul Parlamento, mantenendo il diritto di nominare 21 deputati (compresi i 12 ministri), mentre gli altri nove sono eletti a suffragio universale ogni tre anni. L’aristocrazia decide anche chi fra gli studenti più meritevoli va all’università (in Nuova Zelanda o in Australia): si riuniscono, scelgono e pagano metà della borsa di studio, l’altra metà è a carico del governo. Questo eccentrico quadro istituzionale sovrintende a un Paese in cui il bilancio si fa con una cinquantina di milioni di pa’anga che lo Stato incassa e una quarantina di milioni di aiuti dall’estero (secondo il «World Factbook» della Cia; la signora direttore generale del ministero delle Finanze, che vuole assolutamente restare anonima, sostiene invece che la divisione è 85-14). In lire italiane, al cambio di 1.134, fa un centinaio di miliardi.

Il 60% di questi soldi viene speso per pagare gli stipendi ai dipendenti statali (sono 9mila e costano 38 milioni di pa’anga, dice il barone; sono 5mila e costano la stessa cifra, sostiene la signora) e il funzionamento della casa reale e del governo (20 milioni). Per il resto, rimane poco. Di notte, nei villaggi, i lampioni vengono tenuti spenti e a Nuku’alofa, la capitale, se ne accende solo uno su tre: l’elettricità costa troppo. I due terzi degli abitanti vivono di agricoltura. O, meglio, ne ricavano il necessario per tirare avanti.
Gli sfizi se li pagano con le rimesse degli immigrati (in Nuova Zelanda vivono più tongani che nel regno), l’anno scorso ammontate a 60 milioni di pa’anga, una cifra non molto distante dalle entrate dell’erario.

Dice il barone: «Molti anni fa, ero ambasciatore a Londra. Ricevo una lettera dal re che mi dice di rientrare, perché sono stato nominato ministro del Lavoro, del Commercio e dell’Industria. Era una novità assoluta, fino a quel momento quel posto non esisteva. E per una buona ragione: l’industria non c’era, il commercio neanche e qualcosa come il salario minimo era sconosciuto perché tutti quelli che lavoravano lo facevano su terra loro. Per l’industria e il commercio non avevo speranze, ma con le relazioni sindacali non si sa mai. Dunque vado dal mio collega inglese, un laburista: era il 1973, non ricordo come si chiamasse. "Perché?", fa lui. "Non avete relazioni sindacali a Tonga?" Finora no, rispondo io. "Benissimo", dice lui. "Allora lasci le cose come stanno". Invece è finita che il salario minimo l’abbiamo, 80 centesimi di pa’anga».
Nel frattempo, ha dato segni di vita anche il commercio. Si basa soprattutto sulle esportazioni agricole (cocco, banane, vaniglia, zucche), che coprono un quarto dei 236 milioni di pa’anga del Pil.
Tutto il resto viene importato, comprese le magliette con su scritto «Tongano e orgoglioso di esserlo» ( Hecho en Ecuador , dice l’etichetta). Alla voce industria, la signora direttore generale delle Finanze elenca una fabbrica di carta igienica e una di latte a lunga conservazione.
Nient’altro? «Ci sarebbe anche un’azienda tessile». E quante persone impiega? «Beh, poche». Dieci? «No, per la verità tre». Una cosa in famiglia? «Ecco, sì. Credo sarebbe meglio chiamarlo un sarto».
E la pesca? «E’ un’opportunità - fa il barone -. Ricordo quando l’Unione Europea veniva e ci incoraggiava a prendere la nostra parte. Anche l’Onu ce lo raccomandava: secondo i loro calcoli, noi peschiamo solo lo 0,5% della quantità che circola nei nostri mari. Però: come si fa? Ci vogliono le barche, e la voglia di farlo. A noi mancano sia i soldi sia l’iniziativa. Un paio dei nostri, una quindicina d’anni fa, sono andati fino alle Hawaii e hanno comprato due pescherecci. Da tempo non li vedo più uscire in mare. E’ un po’ come la faccenda dei guardacoste. L’Australia ce ne regalò due, per controllare che altri non venissero a pescare nelle nostre acque. Ma uscire costa troppo, allora ci siamo messi d’accordo con i piloti degli aerei: se passando vedono qualcuno che getta le reti, ci avvertono».

Succede anche peggio. «Le racconto la storia dell’acqua - dice il barone -. Dunque, noi abbiamo solo quella dei pozzi. Però non sappiamo quanta sia, e non abbiamo i mezzi tecnici per accertare le riserve. Così, un giorno a metà degli anni ’90 sono a Canberra, per il Forum del Pacifico. Siedo accanto al primo ministro giapponese. A un certo punto mi fa: "E tu, di che cosa hai bisogno?" Abbiamo il problema dell’acqua, dico io. Lui chiama un suo assistente e gli dice: "Prenda nota". Ha preso nota, ma qui non è più venuto nessuno. Questa primavera la storia è risaltata fuori. Noi importiamo anche le galline, così sono venuti degli australiani e ci hanno fatto vedere un bel filmato su come funziona un allevamento: 5mila polli, il ciclo completo, una cosa fantastica. Finita la presentazione, dicono: "C’è solo un problema: ci vuole molta acqua. Ne avete?". Non lo sappiamo, abbiamo risposto noi. "Allora torneremo per fare le misurazioni". Se ne sono andati e non abbiamo ancora saputo nulla».

Per la verità, c’è stato un attimo in cui sembrava che la globalizzazione planasse su Tonga. E’ stato lo scorso autunno, quando un’azienda australiana di biotecnologia, la Autogen , ha annunciato un accordo che le avrebbe permesso di lavorare sul Dna dei tongani, alla ricerca di una risposta genetica all’obesità e al diabete, due fra le più comuni malattie nel regno.
In base all’intesa, la Autogen avrebbe versato un bonus di qualche centinaio di milioni di lire e, nel caso gli studi avessero portato a medicine commerciali, delle royalties . «Anche Dio vuole che il popolo di Tonga migliori la sua qualità di vita e viva più a lungo», si era spinto a dichiarare Joe Gutnick, il presidente della Autogen, un ebreo osservante.

Dio forse, ma non Viliami Tangi, il ministro della Sanità. Dice: «Ho disdetto l’accordo. Non è una nostra iniziativa e non rientra nelle nostre priorità». (Raggiunto per telefono a Melbourne, Craig Collier, il direttore ricerca sviluppo della Autogen, sostiene invece che «le trattative sono ancora in corso»). Ma non era una buona occasione per agganciarsi al treno della globalizzazione? «Non m’interessa, non se ne fa nulla, punto. La globalizzazione? Non sono sicuro di capire bene che cosa sia, ma pare stia arrivando e io le do il benvenuto. Comunque, ho altre idee per la testa. Per esempio, abbiamo bisogno di un nuovo ospedale. Il nostro è stato costruito ormai trent’anni fa, non va più bene». E quanto ci vuole? «Venti-venticinque milioni di dollari, secondo il mio progetto». Li ha? «Vuole scherzare. Forse ce li darà la Banca Mondiale, vedremo», risponde.

E poi racconta come vanno le cose a Tonga nella rutilante epoca della globalizzazione (non diversamente, se non per qualche trascurabile dettaglio, capita almeno in una buona metà del mondo). Il governo si riunisce in un bell’edificio coloniale in fondo a Railway Road (bizzarra scelta di nome in un posto in cui la ferrovia non c’è mai stata e mai ci sarà). I ministri, a turno, presentano i loro progetti. Se il primo ministro (adesso è un principe, Lavaka ’Ulukalala Ata) le approva, il dossier passa al ministro della Pianificazione. E lui che fa? «Semplice, fa il giro dei donatori fino a quando riesce a farsi dare i soldi per il finanziamento. E’ una faccenda lunga e faticosa: può andare avanti anche anni».

Lanfranco Vaccari, Corriere della Sera, 18 luglio 2001

 

 

 

 

 

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