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LA TOBIN TAX (DI RICCARDO BELLOFIORE)

  - SECONDA PARTE - 

da "Le Monde Diplomatique", giugno 1999

Per quel che riguarda il gettito dell’imposta, si deve evidentemente tener conto del fatto che, qualora lo scopo primo della tassa Tobin, la riduzione del volume della finanza speculativa, fosse raggiunto la base imponibile verrebbe ridotta di conseguenza. Così, secondo FELIX (1999), un’aliquota dello 0,1% applicata all’ammontare delle transazioni in valuta del 1998 produrrebbe una caduta della base imponibile tra il 13% e il 49%, e un gettito oscillante tra i 180 e i 220 miliardi di dollari. Tenendo conto della discussione degli anni recenti (per una rassegna, cfr. MICHALOS 1997), e in particolare il contributo di KENEN (incluso nella raccolta curata da UL HAQ- KAUL-GRUNBERG 1995), si possono definire alcune ulteriori caratteristiche della tassa. Per ridurre l’elusione fiscale dovrebbero essere soggette all’imposta tutte le operazioni, di qualsiasi genere (sia a pronti che a termine) di compravendita di attività denominate in valuta diversa da quella utilizzata per l’acquisto o il pagamento. Per ridurre l’evasione il prelievo dovrebbe avvenire nei luoghi di contrattazione e non in quelli dove l’operazione viene saldata; occorrerebbe inoltre applicare incrementi punitivi dell’imposta, come per esempio un suo raddoppio, qualora una delle parti coinvolte nell’operazione finanziaria risieda in un ‘paradiso fiscale’, al fine di disincentivare una delocalizzazione verso siti al di fuori del controllo delle banche centrali e delle autorità di regolazione. L’eventualità di una diserzione massiccia verso queste sedi è peraltro da non esagerare, se si tiene presente che le transazioni in valuta estera sono (FELIX 1997-8, che riporta dati del 1995) concentrate in misura preponderante, poco meno dell’80%, nei tre grandi poli regionali dello sviluppo capitalistico – così distribuite: Inghilterra (30%), Stati Uniti (16%), Giappone (10%), Germania (5%), Francia (4%), Canada, Danimarca, Belgio e Paesi Bassi (il 2% ciascuno), Italia, Svezia, Lussemburgo, Spagna e Austria (l’1% ciascuno) - mentre la percentuale sale oltre il 95% se si includono la Svizzera (5%), Australia (4%) Hong Kong (6%) e Singapore (7%).

D’altra parte, e qui iniziano le difficoltà, questo breve elenco chiarisce che la tassa Tobin, per la sua natura, richiede di essere applicata, se non universalmente, per lo meno nei centri principali dello sviluppo economico e finanziario internazionale. E’ inoltre evidente che, in conseguenza della quota diseguale delle transazioni catturata dalle varie piazze, le entrate eventuali sarebbero enormemente disomogenee tra le varie nazioni. Inoltre, pur prestando fede agli scenari più ottimisti, cioè a quelle previsioni che contano in una forte efficacia della tassa Tobin nel ridurre il volume degli scambi speculativi, le entrate sarebbero di ammontare significativo, eccedenti di gran lunga quanto a tutt’oggi le Nazioni Unite investono per la lotta alla povertà. Di conseguenza due degli aspetti più delicati della proposta sono quello del come redistribuire e del come impiegare i proventi dell’imposta, il che, di nuovo, presuppone un accordo generale tra i diversi paesi interessati. La destinazione più ragionevole, anche se la più improbabile, appare quella di un incremento sostanziale dei fondi destinati allo sviluppo dei paesi arretrati, che sono i perdenti assoluti nella ‘globalizzazione’ di questi ultimi due decenni. Tra gli impieghi che sono stati suggeriti vi sono però anche quello di costituire riserve a favore delle banche centrali, allo scopo di aumentare le munizioni per una difesa del cambio da attacchi speculativi, oppure da devolvere a istituzioni ‘globali’ che fungano da prestatore di ultima istanza nel caso di crisi finanziarie. Un altro suggerimento che è stato avanzato, in particolare in sede europea (EEAEP 1998), è quello di impiegare il ricavato della tassa Tobin per finanziare interventi contro la disoccupazione e la povertà negli stessi paesi avanzati.

5. La tassa Tobin: i limiti e le critiche

Il carattere tendenzialmente ‘globale’ della tassa Tobin può essere considerato una sua debolezza. Le difficoltà della tassa Tobin su questo terreno, si deve però aggiungere, non sembrano né maggiori né minori di quelle di tutte le altre proposte sul tappeto, incluse quelle attualmente discusse nelle varie sedi ufficiali, dal G7 al FMI alla Banca mondiale.

I limiti della proposta, d’altra parte, non finiscono qui. Deve essere chiaro, innanzi tutto, che si tratta di una misura preventiva, che ha lo scopo di scoraggiare la speculazione, di attenuare le fluttuazioni ‘eccessive’ dei tassi di cambio, e di ritardare lo scoppio delle crisi. Vi è qui evidentemente una frizione con l’attesa che sta dietro lo stesso successo recente della tassa Tobin negli ambienti della sinistra più radicale, vale a dire la speranza, di scarso fondamento, che quella misura possa rivelarsi efficace contro la crescente instabilità economica e valutaria internazionale. Il succedersi sempre più ravvicinato delle crisi e il diffondersi della precarietà e della disoccupazione di massa sono originati non da tensioni superficiali in una situazione altrimenti tranquilla, ma da ragioni profonde di squilibrio: da un drammatico attacco di lunga durata alle condizioni del lavoro, dallo scontro feroce tra le diverse aree capitalistiche, da una non congiunturale finanziarizzazione delle economie. Tutti questi elementi congiurano a trasferire risorse, prima, dal lavoro al capitale ‘produttivo’, poi, dal capitale ‘produttivo’ al capitale ‘finanziario’, infine, dai vincenti ai perdenti nel conflitto tra capitalismi e sul terreno aleatorio della finanza. In queste condizioni risulta ragionevole attendersi che - in assenza di una qualche forma di ‘cooperazione’ tra gli attori principali, e anzi in presenza di interventi attivi volti a determinare ‘politicamente’ l’andamento delle valute - i rapporti di cambio siano sistematicamente caratterizzati da instabilità e, talora, da vistosi e repentini ‘aggiustamenti’. Su questo sfondo divengono di volta in volta convenienti manovre speculative che anticipano o esacerbano quelle tendenze. In casi del genere, la tassa Tobin sarebbe di scarso ausilio, visto l’ammontare ridotto dell’aliquota: l’utile ottenibile da una limitata rotazione del capitale speculativo sull’orizzonte di pochi giorni è di tale entità da rendere inutile qualsiasi imposta il cui ammontare non ecceda l’entità di quel guadagno. E’ dubbio, peraltro, che una considerazione del genere possa essere mossa contro la proposta di cui stiamo discutendo, dal momento che il compito che essa intende assolvere è in realtà quello -modesto, forse, ma non per questo meno opportuno - di erigere barriere in grado di attenuare l’instabilità costituzionale dei cambi flessibili nelle stesse condizioni di ‘normalità’. Inoltre, l’inefficacia della proposta di Tobin contro gravi manovre speculative - riconosciuto da tutti, a partire dal suo autore – significa soltanto che di fronte a crisi di rilevante entità sul mercato dei cambi una delle misure da prendere, in alternativa ad aumenti del tasso d’interesse, è proprio quella di un incremento, temporaneo ma drastico, dell’aliquota sulle transazioni in valuta estera.

Il discorso sulle eventuali contraddizioni della tassa Tobin non può, d’altra parte, chiudersi qui. Lo impedisce anche la presenza, nella discussione più recente, di una critica, per così dire, ‘di sinistra’, proveniente da ambienti keynesiani (cfr. DAVIDSON 1997, 1998, 1999; e per gli elementi di una risposta PALLEY 1999 e POLLIN 1999), altrettanto se non più ostili dello stesso Tobin alla mobilità sfrenata dei capitali. Gli argomenti di questa critica sono riducibili a tre, che affronteremo in sequenza.

Il primo argomento è il seguente: proprio perché i mercati finanziari e valutari sono caratterizzati da una incertezza fondamentale e irriducibile, la riduzione del volume degli scambi può tradursi in una accresciuta, e non in una ridotta, volatilità dei corsi e dei cambi. La ragione starebbe nella circostanza, che si trova affermata a chiare lettere negli scritti di Keynes, secondo la quale in condizioni di ‘tranquillità’, quelle per cui è stata ‘disegnata’ la tassa Tobin, gli speculatori intrattengono in genere aspettative divergenti, ed esse si fanno tanto più equilibrio quanto maggiore è il numero di operatori e di transazioni. La degenerazione dei mercati speculativi per il prevalere di comportamenti mimetici e dunque destabilizzanti sarebbe tipica delle fasi di instabilità pronunciata, quella nelle quali la tassa Tobin è dichiaratamente irrilevante. L’evidenza empirica è, su questo punto, incerta. Dal punto di vista teorico l’obiezione è, a prima vista, convincente, relativamente a quello che è stato il funzionamento dei mercati sino agli anni ’60. Essa, però, perde molto della sua forza se si guarda al periodo successivo. Vi è, infatti, ragione di ritenere che - dopo il successo delle politiche keynesiane e dopo l’inizio delle politiche di deregolazione, fenomeni entrambi che, per motivi diversi, hanno favorito il prevalere di strutture di bilancio finanziariamente fragili - la stessa ‘normalità’ dei mercati finanziari e valutari dai primi anni ’70 sia stata sempre più contrassegnata dalla presenza di comportamenti gregari non appena il clima di fiducia fosse scosso da eventi reali o da pure voci. Insomma: aumento del volume delle transazioni e mimetismo autoreferenziale degli speculatori si muovono nello stesso senso nel capitalismo finanziario di questa fine di secolo. Quando le cose si mettono in questi termini, uno dei fattori chiave della situazione diviene la capacità delle banche centrali di ‘fare il mercato’, intervenendo come acquirenti o offerenti di valuta. Quella capacità dipende in modo cruciale dalle riserve che la banca centrale può mobilitare contro la speculazione: alla fine degli anni ’70 le transazioni giornaliere sui mercati finanziari ‘globali’ si situavano attorno al 7% dell’oro e delle valute estere possedute dagli istituti di emissione; vent’anni dopo le riserve delle banche centrali, che ammontano a circa 1.500 miliardi di dollari, sono grosso modo pari alla ‘rotazione’ del capitale speculativo. La tassa Tobin, riducendo la dimensione del mercato, migliora le prospettive di successo dell’intervento.

Il secondo argomento è che la tassa Tobin nelle condizioni di ‘normalità’, contrariamente a quanto pretendono i suoi sostenitori, colpirebbe di più le transazioni commerciali che non quelle speculative. Ciò sarebbe dovuto al fatto che in un sistema di cambi flessibili le operazioni di import-export comportano delle operazioni di ‘copertura’ del rischio di cambio da parte delle banche, operazioni che sono invece assenti per definizione in una singola ‘rotazione’ del capitale speculativo. In un sistema di cambi flessibili vi sarebbe, insomma, una ‘moltiplicazione’ dell’imposta almeno del doppio sugli scambi reali rispetto a quella che grava sui movimenti di capitale di breve termine. Anche in questo caso non esistono riferimenti empirici conclusivi in un senso o nell’altro. Ma anche in questo caso la critica, sensata per i fautori di una liberalizzazione radicale degli scambi commerciali, lo è meno agli occhi di chi rilevi come, di fatto, il commercio mondiale sia oggi in larga misura un commercio ‘manovrato’ e retto da forme esplicite o implicite di protezionismo non tariffario. Né, si può aggiungere, la creazione di attriti alla stessa ‘globalizzazione’ del commercio può essere giudicata di per sé un male. Tanto più che, per quanto moltiplicato, l’ammontare dell’imposta sarebbe in ogni caso ridotto, e in fondo si limiterebbe ad assicurare che l’espansione delle relazioni commerciali con l’estero sia retta da non effimere convenienze reali di lungo periodo. Qualora poi la tassa Tobin effettivamente riducesse la volatilità dei cambi, l’effetto negativo sul commercio mondiale sarebbe più che compensato dall’effetto positivo derivante dalla minore incertezza.

Ben più serio è il terzo argomento. Tra le ragioni di fondo delle ricorrenti crisi finanziarie vi è la struttura attuale del sistema internazionale dei pagamenti, dove i cambi flessibili si accoppiano alla mobilità illimitata dei capitali. Il sistema attuale è peraltro il risultato di una lunga transizione seguita al crollo del sistema di Bretton Woods, e di quello mantiene, in forma degenerata, alcuni principi ed istituzioni. Come voleva Keynes, il sistema del dopoguerra fu caratterizzato da cambi fissi (ma aggiustabili) e da controlli stretti sui movimenti di capitale. Non fu però accettato nella sua interezza il piano di Keynes, che suggeriva l’emissione di una autentica moneta internazionale da parte di una banca mondiale, il cui compito sarebbe consistito, tra l’altro, nel fornire credito ai paesi in temporaneo disavanzo commerciale e nell’imporre ai paesi in avanzo commerciale una sua eliminazione. Si sarebbe così consentita l’eliminazione degli squilibri - non determinati da difficoltà strutturali, caso in cui erano previsti aggiustamenti nei rapporti di cambio - per mezzo di una espansione generale, e attraverso compensazioni multilaterali. Prese vita invece un’organizzazione del sistema internazionale dei pagamenti incentrata sulla valuta nazionale del paese più forte, il dollaro, e su aggiustamenti asimmetrici, dal momento che i paesi in disavanzo commerciale erano costretti a pareggiare i conti con l’estero mediante politiche di depressione della domanda e l’ottenimento di avanzi verso i soli paesi loro creditori. Il sistema funzionò senza troppi problemi sino a che il paese che emetteva il sostituto della moneta internazionale, cioè gli Stati Uniti, era interessato a, e aveva ancora la forza di, trainare la domanda dell’economia mondiale, mantenendo così in buona salute il regime dei cambi fissi e l’economia mondiale; e sino a che i divari di produttività e di andamento delle varie economie non si fecero divergenti in modo esplosivo. Saltati i cambi fissi, liberalizzati i movimenti di capitale, divenuti l’Europa e il Giappone paesi in avanzo commerciale permanente e gli Stati Uniti il principale debitore, ciò che rimase in piedi del vecchio sistema fu soltanto la spinta deflazionistica implicita nelle politiche asimmetriche di aggiustamento strutturale, promosse dalle istituzioni e dai principi di Bretton Woods, mai riformati, in un contesto che era ormai segnato da una feroce lotta tra capitalismi. E’ in questo quadro di sconvolgimenti reali e di mancata ridefinizione consensuale delle regole del gioco che l’inevitabile presenza di più monete di riserva faceva del mercato dei cambi il crocevia della speculazione.

Detto altrimenti. La finanziarizzazione delle economie non è soltanto causa di crisi che dalla deregolazione dei flussi monetari mondiali si trasmette alle variabili reali, deprimendole. Ne è anche, se non soprattutto, l’effetto, nel senso che dai conflitti sulla creazione e sulla distribuzione del valore, in uno scenario di crescita ridotta e instabile, si sono originate le forze e le scosse da cui la speculazione ha preso fiato. In quest’ottica, è illusorio pensare di sconfiggere la speculazione e il capitale finanziario se, impraticabile o indesiderabile la via di una incontestata egemonia ‘globale’, non si determinano le condizioni di una ripresa di lungo termine dell’accumulazione sulla base di una cooperazione internazionale tra i paesi più avanzati, incentrata sul coordinamento di politiche macroeconomiche espansive. E se, di conseguenza, non si pone mano a una riforma profonda del sistema internazionale dei pagamenti fondata su meccanismi automatici di riciclaggio degli avanzi, di rifornimento di liquidità ai paesi in difficoltà, di monitoraggio – ed eventualmente di controllo rigido - dei movimenti di capitale. Il problema, come scrive Davidson, non è di tassare chi grida ‘al fuoco’ in un teatro affollato, come fa la tassa Tobin, ma di impedire a chi vi entra di portare con sé una bottiglia incendiaria.

6. Controllo dei movimenti di capitale e politica economica alternativa

E’ indubbio che quest’ultima linea di ragionamento è, sulla carta, fondamentalmente corretta. Una decisione collettiva di restringere la mobilità dei capitali, di procedere congiuntamente a una politica di sostegno alla domanda e all’occupazione, di costruire su basi più eque il sistema internazionale dei pagamenti significherebbe senz’altro una svolta determinante nella definizione di un nuovo regime di accumulazione e di un nuovo modo di regolazione più favorevoli alle sorti del lavoro. La questione è un’altra, e concerne l’attuale assenza delle condizioni che rendano questi obiettivi, sicuramente desiderabili, anche praticabili. Il quesito da porsi è allora se il modo più utile di discutere della tassa Tobin non sia quello di vederla come una delle mosse necessarie per muoversi in quella direzione, parte di un insieme più generale di politica economica (cfr. BELLOFIORE 1999).

In effetti, le cose stanno proprio così. Benché talora i suoi fautori si esprimano in senso opposto (cfr. BOSCO-SANTORO 1999, che giudicano la tassa non complementare ma alternativa a controlli amministrativi, e paiono vederla come preliminare rispetto a una successiva ripresa di autonomia della politica economica), a me sembra più ragionevole inserire la tassa Tobin all’interno di un quadro più vasto di interventi che da subito si muovano nel senso di una ripresa di politiche economiche nazionali o regiobali di segno espansivo, e come parte di un complesso più variegato di misure di controllo diretto dei capitali. Non si tratta di utopia, se non in questo senso, che le scelte politiche possono ben impedire di intraprendere strade percorribili dal punto di vista tecnico-economico. Per fare un esempio, su scala europea, una volta che ci si abitui a considerarsi come una area economica unica - il che, sia detto per inciso, non ha molto a che fare con il fatto che si sia introdotta una moneta unica - niente vieta che si sfrutti la limitata apertura all’estero per dare finalmente vita a politiche fiscali di espansione degli investimenti pubblici, rimuovendo così ostacoli alla crescita dell’occupazione tanto dal lato della domanda quanto dal lato dell’offerta. In senso analogo potrebbe muoversi il Giappone, il cui carattere di economia ‘chiusa’ è ancora più accentuato. In entrambi i casi, da tempo, né l’inflazione né la bilancia commerciale fanno da vincolo stringente, e lo stesso sviluppo parallelo finirebbe con l’attenuare il peggioramento dei conti con l’estero e del saldo del bilancio pubblico. Analogamente, è nell’interesse di entrambe le aree premere sugli Stati Uniti per l’istituzione di ‘zone obiettivo’ che vincolino entro (ampi) margini l’oscillazione inevitabile delle valute più forti, allo scopo di mantenere sostanzialmente invariato il cambio reale delle monete: ‘zone obiettivo’ per le quali sia dunque possibile far slittare le fasce di cambio in modo concordato al modificarsi delle rispettive situazioni (cfr. FARINA 1999).

A ostacolare l’una e l’altra via si staglia in realtà, e in primo luogo, il potere accordato negli ultimi due decenni al capitale finanziario - l’eccessiva libertà accordata ai capitali e il conseguente rischio di aumento insostenibile dei tassi di interesse, in grado di far abortire la manovra espansiva e di distruggere gli accordi di cambio. Un potere e una libertà che corrispondono a precisi interessi: persino Jagdish Bhagwati, un economista neoclassico fermamente schierato a favore della liberalizzazione del commercio, si è scagliato con parole insolitamente dure contro quel ‘complesso Tesoro americano-Wall Street’ che attivamente propaganda e impone il mito secondo cui la libertà di movimento dei capitali porterebbe solo vantaggi, sottostimando la ricorrenza delle crisi finanziarie e i costi reali delle recessioni indotte, e tacendo dei lauti affari che i ripetuti crolli nelle economie ai bordi del ‘centro’ consentono di concludere ai più forti, che acquistano a prezzi stracciati le industrie migliori (BHAGWATI 1998). Un’inversione di rotta impone che i governi delle aree più forti esplicitamente dichiarino guerra alla finanza. La tassa Tobin è soltanto una delle armi a disposizione per condurre questa lotta.

Non si parte da zero. E’, infatti, perfettamente possibile rispondere a eventuali tensioni sul mercato dei cambi ricorrendo a forme di controllo amministrativo dei capitali (CROTTY-EPSTEIN 1996). Vale la pena di ricordare due casi recenti, quelli della Malesia e quello del Cile: la prima, nel corso della crisi asiatica, ha introdotto stretti controlli ‘in uscita’, con un certo successo, come ha recentemente dovuto riconoscere lo stesso FMI; il secondo, a partire del giugno del 1991, ha imposto depositi obbligatori non remunerati presso la propria Banca Centrale, nella misura del 30% dei prestiti da parte di banche straniere, allo scopo di frenare l’ ‘entrata’ dei capitali. Altre possibilità sono quella di mettere in atto restrizioni dirette sugli investimenti diretti esteri, di imporre che le proprietà azionarie di stranieri siano di minoranza, di restringere i prestiti bancari a non residenti, di chiedere depositi infruttiferi alla vendita di valuta da parte degli stessi residenti, di proibire operazioni a termine sulle valute inferiori a un certo arco temporale, sino a quella di tornare a forme ancora più radicali di controllo quantitativo. A chi replicasse che provvedimenti di questo tenore sono opportuni soltanto in paesi in via di sviluppo, si può replicare che esperienze del genere sono state portate avanti con successo anche nei paesi più sviluppati a più riprese (cfr. PANIZZA 1999, che ricorda l’esperienza Baffi).

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

MICHALOS A., "Un'imposta giusta: la Tobin Tax", Edizioni Gruppo Abele

 

 

 

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