Ricerca personalizzata

Pagina iniziale
Preferiti

Contatti

Forum

GLOBALIZZAZIONE
Cos'è Storia 
cerca nel sito

Giovanni Paolo II e la globalizzazione

IL FENOMENO DELLA GLOBALIZZAZIONE

Forme globali
Teorie
Domande & risposte
Vertici & proteste
Articoli
Bibliografia
Glossario
Links

 

www.dittatori.it

 

 

Viaggi nel mondo

 

Segnala questo sito ai tuoi amici!
clicca qui

 

 


LA TOBIN TAX (DI RICCARDO BELLOFIORE)

  - PRIMA PARTE - 

da "Le Monde Diplomatique", giugno 1999

1. Introduzione

Nel corso dell’ultimo anno e mezzo la discussione sulla dinamica capitalistica e sulle scelte possibili di politica economica ha registrato mutamenti di rilievo. Negli anni ’90 si erano affermate quattro idee-chiave. In conseguenza degli effetti di lungo periodo della crisi del fordismo e del keynesismo, ma anche della rivoluzione tecnologica nelle comunicazioni e nei trasporti, il capitalismo avrebbe raggiunto lo stadio di una globalizzazione pressoché compiuta nel commercio, nella produzione, nel mercato del lavoro, e nella finanza. L’instabilità dell’ambiente in cui si trovano a operare le imprese, come la ricerca di costi del lavoro più bassi, avrebbero dato vita a innovazioni tecniche e organizzative postfordiste. La conseguente accelerazione della produttività, in un contesto di ridotta e fluttuante domanda globale avrebbe determinato un’oramai inarrestabile tendenza alla fine del lavoro. In un quadro del genere, l’efficacia delle politiche economiche a sostegno dell’occupazione e dello stato sociale sarebbe infine svanita, e assisteremmo così ad una non reversibile impotenza dello Stato. Che lo si volesse o meno, una lettura di questo tipo finiva con il convergere con l’ideologia thatcheriana, divenuta nel frattempo senso comune, del ‘non c’è alternativa’. Unica via d’uscita all’orrore economico sarebbero o la ripartizione della ricchezza e dell’occupazione esistente tra tutti (misure redistributive che programmaticamente rifiutano di rimettere in questione la natura di ciò che si produce e del come lo si produce) o una chimerica fuga ‘fuori’ dal conflitto dentro il lavoro e dentro la politica. Analisi anche raffinate che però, a fronte dell’asserita crisi della politica economica ‘dall’alto’, segnano, e forse producono, un’impotenza della società a spingere ‘dal basso’ per un progetto di trasformazione non illusorio.

Non è il caso qui di ribadire come l’interpretazione che si è appena richiamata non sia del tutto convincente (cfr. i saggi raccolti in BELLOFIORE 1998). Basti ricordare, sinteticamente, alcuni elementi. Innanzitutto, il commercio mondiale sembra a tutt’oggi caratterizzato dal neoprotezionismo e dalla suddivisione in aree regionali in conflitto tra di loro, mentre gli investimenti diretti all’estero sono, in larga misura, non produttivi e comunque concentrati nel Nord ricco del pianeta; secondo molti indicatori, poi, la mobilità di lungo termine del capitale reale sembra essere rallentata. Inoltre, il taylorismo ha visto negli ultimi due decenni una estensione quantitativa, mentre le ridotte aree di riqualificazione del lavoro non sfuggono alla frammentazione del lavoro e non invertono la tendenza al rallentamento di velocità della produttività per l’economia nel suo complesso; in presenza di disoccupazione e di minori garanzie, il tempo di lavoro tende non a proseguire la tendenza secolare alla riduzione ma ad allungarsi e intensificarsi. Infine, la politica economica non sembra affatto essere meno rilevante al giorno d’oggi, ma avere piuttosto cambiato natura; né si può trascurare che il ritorno in auge della finanza speculativa verificatosi a partire dagli anni ’70, con la connessa spettacolare inversione del rapporto di forza tra capitale e lavoro, è stato grandemente facilitato, se non addirittura promosso, da un attivo intervento politico.

Non è stata però la presenza di agguerrite critiche ‘accademiche’ a mettere in difficoltà quella interpretazione di cui si diceva all’inizio. Ad imporre una diversa agenda di riflessione e di proposta ci hanno pensato la realtà della crisi capitalistica e la ripresa di movimenti sociali, che non vogliono stare a guardare né sono ancora pronti a ‘esodi’ di massa verso mete incerte. Di particolare rilievo, senz’altro, è stato, dall’ottobre del 1997, il succedersi delle crisi finanziarie, che dall’originario focolaio est-asiatico si sono poi estese a Russia e Brasile, per poi rischiare di contagiare anche gli Stati Uniti e i paesi di più vecchia industrializzazione, facendo riemergere lo spettro di una ‘grande crisi’. Gli stessi centri del potere capitalistico si sono dovuti porre la questione se non si fosse andati troppo in là nella liberalizzazione senza regole dei movimenti di capitale, mentre hanno ripreso forza le poche voci che da tempo insistono per porre un argine all’internazionalizzazione della finanza. Tra queste, ha avuto particolare eco, e ha suscitato una vasta mobilitazione, l’idea di istituire una tassa universale e uniforme sulle transazioni in valuta estera per renderle più costose, e quindi per rallentare la crescita in volume della speculazione. In Francia è nata, e si è poi estesa ad altri paesi, tra cui l’Italia, una associazione, ATTAC, che ha per obiettivo di imporre ai governi l’adozione di questa misura.

2. Crisi finanziarie e speculazione

Come è evidente, il punto di partenza, del tutto condivisibile, della campagna per la Tobin tax – dal nome del suo primo proponente, l’economista keynesiano e Premio Nobel James Tobin, che la lanciò nel lontano 1972, per ‘gettare sabbia’ negli ingranaggi della speculazione (cfr. TOBIN 1974 e 1978) – è che la globalizzazione finanziaria, benché ‘oggettivo’, non sia fenomeno naturale, ma politico, e che su di essa sia dunque possibile intervenire in modo efficace con le armi della politica. Come è anche evidente che all’inatteso slancio che è venuto al suggerimento di Tobin dal crescente favore popolare non è estraneo il fatto che, da un lato, la proposta si presenta a prima vista come estremamente semplice, e dall’altro lato, come estremamente potente, in quanto intende colpire la finanza speculativa, cioè quel soggetto che appare sempre più come la causa prima delle scosse che squassano il sistema internazionale dei pagamenti e delle politiche economiche nazionali di attacco al lavoro e allo stato del benessere.

Prima di entrare nel merito della Tobin tax, vale la pena di tornare brevemente alla storia dei ripetuti episodi di instabilità che si sono verificati nel corso di questo ultimo decennio. Si va dalla crisi del Sistema Monetario Europeo nel 1992-93, a quella del Messico nel 1994, a quella asiatica nell’ottobre del 1997 - scoppiata in Tailandia e poi rapidamente trasmessasi all’Indonesia e alla Corea del Sud, e che è arrivata a toccare la Polonia e l’Africa meridionale – a quella della Russia, seguita dal fallimento del fondo speculativo statunitense LTCM e dal crollo dei corsi a Wall Street nell’estate del 1998, a quella del Brasile nei primi mesi del 1999. Oltre a costatare l’accorciarsi degli intervalli tra una crisi e l’altra, è possibile rinvenire alcuni altri elementi significativi in questa sequenza. Benché sia oggetto di discussione l’incidenza relativa degli squilibri macroeconomici cosiddetti ‘strutturali’ (disavanzo permanente nella bilancia corrente dei pagamenti e/ o nel bilancio dello Stato, inflazione troppo elevata, sopravalutazione reale del tasso di cambio) rispetto alle determinanti strettamente finanziarie, alcuni fatti non sembrano contestabili. Innanzitutto, le dinamiche monetarie e valutarie hanno costituito un fattore di amplificazione del disordine. In secondo luogo, il peso delle dimensioni ‘esterne’ e finanziarie è andato crescendo nel tempo a detrimento di quelle ‘interne’ e reali. Ancora, l’abbandono del controllo dei movimenti di capitale in entrata e in uscita, la contrazione di debiti denominati in valuta estera, la possibilità delle banche di ricorrere all’estero per moltiplicare il proprio potenziale di credito, sono tra le cause della crescente fragilità finanziaria, ed hanno indebolito le difese agli attacchi della speculazione. Dopo l’esplosione della crisi, il panico che ne segue ha ora, non soltanto più armi per far danni e con rapidità accelerata, con la fuga accelerata degli investitori internazionali, ma si traduce anche in un più grande effetto di contagio, coinvolgendo fondi pensioni, investitori istituzionali, banche, tutti agenti costretti nel corso della crisi a ‘rientrare’ da altre posizioni per difendere la bontà dei propri bilanci.

Il parallelismo che è possibile riscontrare tra progressiva deregolazione finanziaria e guasti causati dalla speculazione a breve termine sulle condizioni reali dello sviluppo e dell’accumulazione negli ultimi tre decenni è effettivamente impressionante. Se a fare le spese in modo più drammatico della mobilità senza vincoli dei capitali sono stati i paesi di nuova industrializzazione o in via di sviluppo, è possibile costatare anche per i paesi avanzati che, con il passaggio dal regime di cambi ‘fissi ma aggiustabili’ sancito nel 1944 a Bretton Woods al sistema di cambi ‘fluttuanti’ in vigore dal 1972-3, l’attivo smantellamento di ogni controllo sui capitali pilotato, dapprima, da Stati Uniti e Inghilterra, e poi, a seguire, da tutti gli altri paesi del ‘centro’, si è accompagnato a bassa crescita del reddito e della produttività, a minori investimenti reali, a disoccupazione di massa, a precarizzazione del lavoro, a erosione del potere d’acquisto dei salari, a maggiore incertezza, a instabilità accresciuta. Vi sono forti ragioni per sospettare che tra la mano libera lasciata agli speculatori, da un lato, e l’andamento tutt’altro che brillante delle economie capitalistiche dagli anni settanta ad oggi, dall’altro, vi sia un rapporto stretto. Si può iniziare rilevando che il volume delle transazioni in valuta estera è sicuramente eccessivo. Secondo stime della Banca dei Regolamenti Internazionali, si è passati- le cifre sono in dollari e fanno riferimento al turnover giornaliero - da 18,3 miliardi nel 1977, a 820 miliardi nel 1992, a 1.230 miliardi nel 1995 (con un aumento del 50% rispetto a tre anni prima), mentre nel 1998 si ritiene si sia oltre i 1500 miliardi (per questi dati e quelli che seguono cfr. ARESTIS-SAWYER 1997, FELIX 1997-8 e FELIX 1999; ma vedi anche i saggi contenuti in UL HAQ–KAUL–GRUNBERG 1996). Su base annuale, nel 1995, il montante del movimento di capitale è calcolabile, su 240 giorni lavorativi, a circa 300 mila miliardi, mentre il commercio internazionale di beni e servizi si situava attorno ai 5 mila miliardi di dollaro: un ‘gonfiamento’ finanziario quindi di 60 volte rispetto alle transazioni reali, rispetto a un rapporto di 3,5 a 1 nel 1977, una moltiplicazione che è difficile considerare fisiologica. A ritenere che un ammontare così ingente di transazioni sul mercato dei cambi abbia natura meramente speculativa – sia cioè determinato dall’aspettativa di guadagni di capitale dovuti alla mera variazione dei prezzi delle attività finanziarie e dei cambi - contribuisce anche la constatazione che almeno l’80% di esse sia costituito da operazioni a termine di durata molto breve, non superiore alla settimana. Un fenomeno del genere amplifica il già preoccupante dilatarsi delle transazioni finanziarie interne ai diversi paesi. Prendendo come esempio la borsa di Wall Street, il volume delle transazioni nel 1970 era, in dollari, di 244,8, nel 1980 di 946 milioni, e nel 1995 di 7.268,1 milioni (PALLEY 1998).

Una massa di ‘moneta calda’ di queste dimensioni e con questa destinazione, oltre a assorbire improduttivamente risorse e lavoro, determina, con i suoi spostamenti, mutamenti bruschi e cumulativi dei tassi di cambio. La volatilità dei cambi, che è tanto variabilità nel brevissimo termine quanto oscillazione significativa dei movimenti di lungo periodo tra le valute, contribuisce in modo potente sia all’incertezza che scoraggia gli investimenti produttivi (comunque penalizzati dalla concorrenza dei rendimenti promessi dagli investimenti finanziari) sia a sovra- o sotto-valutazioni durature, e dagli effetti asimmetrici, dei cambi reali. Il ricatto che il giudizio dei ‘mercati’ finanziari – i quali gradiscono livelli elevati del tasso d’interesse reale, e temono dunque l’inflazione e tutto ciò che ai loro occhi ne è la causa, in primis le politiche monetarie, fiscali e del lavoro orientate all’espansione dell’occupazione - esercita in continuazione sulle politiche di bilancio dei paesi che incorrono in un debito interno o estero costituisce un vincolo interiorizzato dalle autorità di governo, e produce compressioni di spesa (di norma, quella sociale, visto che il sostegno incondizionato alle imprese viene ritenuto essenziale al mantenimento della posizione competitiva delle imprese collocate sul proprio territorio) e spesso lievitazione della pressione fiscale (di norma, quella sul lavoro, visto che la tassazione del capitale viene giudicata in contrasto con l’obiettivo di far affluire capitali che aumentino la capacità di finanziamento delle imprese o dello stato).

3. La liberalizzazione dei movimenti di capitale: due approcci

La teoria e la politica economica dominanti sono fondate sulla convinzione che la liberalizzazione dei movimenti di capitale sia da considerarsi, nella sostanza, benefica. Come sempre, una maggiore concorrenza produrrebbe maggiore efficienza, in questo caso nell’allocazione del risparmio mondiale, consentendo di ottenere rendimenti più elevati fondati su una accelerazione della produttività e della crescita reale che altrimenti non si sarebbe potuto ottenere. Di ciò si avvantaggerebbero tanto i paesi emergenti quanto quelli più avanzati: i primi potrebbero spingere per uno sviluppo più rapido con fondi presi a prestito all’estero; i secondi potrebbero, appunto con il frutto dei risparmi investiti nei paesi di recente industrializzazione o in via di sviluppo, garantirsi redditi e pensioni che l’invecchiamento della popolazione renderebbe altrimenti impossibile mantenere. L’esplosione delle transazioni finanziarie viene poi considerata positiva per altre due ragioni. Per un verso, essa sarebbe dovuta alla creazione di nuovi strumenti finanziari, come i derivati, e alla diversificazione dei portafogli che consentirebbero di trasferire e redistribuire il rischio tra gli operatori: per questa via verrebbero stimolati un più ampio commercio mondiale e più alti investimenti diretti all’estero. Per l’altro verso, ‘ispessendo’ i mercati, ovvero accrescendo il numero e la dimensione di chi vi partecipa, essa dovrebbe rendere meno volatili di quanto altrimenti non sarebbero i cambi.

Giudizi del genere dipendono in modo cruciale dal combinato disposto di una serie di ipotesi discutibili: che sui mercati finanziari e delle valute l’informazione sia equidistribuita e pressoché perfetta; che le aspettative siano razionali; che, quindi, gli agenti conoscano l’equilibrio, unico, dettato dai ‘fondamentali’ reali delle varie situazioni e delle varie economie, e che il loro comportamento ‘anarchico’ consenta, con il minimo di attriti, di raggiungere quell’equilibrio. E’ più facile che le cose stiano all’opposto. A ben vedere, l’approccio dominante è costruito su una serie di confusioni. Confonde la speculazione, cioè l’attività dove si guadagna indovinando il comportamento degli altri e che non ha alcun ancoraggio in un equilibrio oggettivo, con l’arbitraggio, cioè con l’attività di comprare e vendere che pareggia i tassi di rendimento ‘veri’ dei diversi investimenti. E confonde l’incertezza radicale che caratterizza l’economia capitalistica con un rischio calcolabile e assicurabile. Per avere una rappresentazione più realistica di come stanno le cose conviene rifarsi piuttosto alla visione di Keynes (cfr. KEYNES 1936 e 1937).

Per l’economista di Cambridge la conoscenza del futuro è fluttuante, vaga e incerta – e tanto più lo è quanto più l’economia è caratterizzata da consistenti investimenti in capitale fisso e si è dotata di sofisticati mercati finanziari. Le aspettative economiche sugli eventi più lontani si fondano su basi fragili e insicure: semplicemente, scrive Keynes, ‘non sappiamo’. Le attese sui corsi di borsa, come quelle sulle valute in un sistema di cambi flessibili, sono soggette a violenta instabilità sulla base di semplici ‘rumori’. In queste situazioni, per agire, i soggetti devono ricorrere a delle convenzioni, che, benché insicure, pure sono sensate in tempi ‘normali’, a meno della presenza di ragioni specifiche che inducano a abbandonarle. Tali convenzioni sono le seguenti: innanzitutto, che il presente sia una guida corretta per il futuro; in secondo luogo, che l’andamento corrente della produzione e dei prezzi sia un buon indicatore di ciò che ci attende; infine, per quel che riguarda soprattutto i mercati caratterizzati dalla speculazione, che intuire il, ed eventualmente allinearsi al, giudizio medio degli altri agenti - e perciò ‘scommettere’ su quale esso sia, anche qualora tale giudizio contrasti con la propria valutazione dello stato ‘genuino’ delle cose - sia comunque conveniente e consenta di anticipare con un ragionevole grado di approssimazione il corso futuro dei mercati delle attività. Abbiamo evidentemente a che fare con una base precaria delle aspettative, che non fanno alcun riferimento ad un equilibrio ‘reale’ soggiacente, ammesso e non concesso che esso effettivamente esista. Finché la base convenzionale regge, e le aspettative di lungo termine sono confermate dagli andamenti reali, gli operatori sui mercati finanziari e valutari, che di norma hanno previsioni eterogenee sui corsi e sui cambi, possono far ricorso al calcolo delle probabilità e alla assicurazione dei rischi, e le loro aspettative di breve termine ‘ottimistiche’ e ‘pessimistiche’ possono bilanciarsi vicendevolmente su mercati stabili. Quando però lo stato di fiducia crolla le aspettative di lungo termine sono soggette a violenti cambiamenti senza fondamento razionale; e sui mercati finanziari e dei cambi prendono vita comportamenti gregari autoreferenziali e autovalidanti, che invece di ridurre l’instabilità la accentuano: come quando, per esempio, una riduzione del corso dei titoli o del tasso di cambio, invece di determinare un aumento della domanda, e quindi un movimento verso l’equilibrio, si traduce in aspettative di ulteriori crolli futuri, quindi in vendite massicce, e di conseguenza, in un ulteriore scivolamento verso il basso dei prezzi o dei cambi, e perciò in una accentuazione dello squilibrio.

In questo modo di vedere le cose, la presenza del mercato finanziario può avere, certo, effetti positivi sull’investimento e la crescita. Dando l’impressione che l’acquisto di beni capitali, o di titoli che li rappresentano, o di attività finanziarie redditizie, non sia in contraddizione con la possibilità di ‘liquidare’ quella posizione e di passare alla detenzione di moneta qualora lo si desideri, l’estensione dei mercati finanziari attenua, nei periodi di ‘tranquillità’, il timore dell’irreversibilità dell’investimento, per questa via lo favorisce. Ciò non di meno, i ‘fondamentali’ reali dell’economia vengono, anche nelle situazioni di tranquillità, influenzati dalle dinamiche monetarie e finanziarie. Inoltre, quando scoppia la crisi, le ‘convenzioni’ che garantivano la stabilità si dissolvono; e, in particolare, le ondate di pessimismo che facilmente possono aggredire le borse e i mercati dei cambi possono esse stesse trasmettersi al settore produttivo, e intrappolare il sistema in lunghe e costose fasi di recessione e deflazione. In queste fasi, la ‘liquidità’ promessa dall’investimento sui mercati finanziari si rivela, su scala sistemica, un’illusione, e tutti domandano moneta. Improvvisi mutamenti nella composizione dei portafogli danno luogo a notevoli variazioni nei prezzi dei titoli e nei tassi di cambio, il che può condurre, per le nazioni in difficoltà, a fughe di capitali e crolli della borsa che spingono verso l’alto il tasso d’interesse e impongono la svalutazione, mentre dove il capitale affluisce si determinano bolle speculative nel mercato finanziario e una rivalutazione che può danneggiare la competitività internazionale di quel paese.

Nel capitalismo condizioni che conducono allo scoppio di una crisi finanziaria tendono a prodursi periodicamente, in modo sistematico, tanto più se si tiene conto che in questo modo di produzione ‘la stabilità è destabilizzante’ (cfr. MINSKY 1986). La stessa prosperità tende a indurre in banche, imprese e speculatori una sottovalutazione del rischio e una sopravalutazione dei rendimenti futuri, e ad accrescere oltre misura l’indebitamento, con una crescita esponenziale del rapporto tra impieghi e risorse proprie, facendo sì che, inevitabilmente, restrizioni dal lato monetario o scossoni dal lato reale diano vita al pericolo del ripetersi di ‘grandi crisi’.

4. La tassa Tobin: gli obiettivi e il funzionamento

E’ chiaro che chi muove da una ottica del primo tipo, quella dominante, si accontenterà di proposte di riforma della finanza ‘globale’ che non invertono la tendenza di lungo periodo alla liberalizzazione, e che non comportano una riduzione del volume delle transazioni sui mercati monetari e finanziari internazionali. Nell’ultimo anno di ricette del genere ne sono state avanzate molte. Si va dalla definizione di norme volte a determinare maggiore trasparenza e imporre dunque maggiori controlli alle banche e agli intermediari finanziari, a quelle che intendono promuovere una migliore valutazione del rischio da parte di chi presta fondi; da quelle che intendono far pagare il costo della crisi al settore privato, a quelle che chiedono la creazione di una corte internazionale delle bancarotte; da quelle che mirano a ridefinire le funzioni del FMI, facendone un’autentica banca mondiale in grado di fornire credito in ultima istanza o delegandogli la sorveglianza prudenziale dei mercati finanziari ‘globali’, a quelle che, partendo dall’ammissione che per i paesi emergenti l’apertura ai capitali internazionali è stata forse troppo rapida, riconoscono che occorre tempo per consentire l’adeguamento dei sistemi bancari e finanziari locali al nuovo contesto di maggiore apertura. Anche se, si deve dire, non sono certo mancati coloro per i quali la soluzione starebbe, tutto al contrario, in una accelerazione del processo di deregolazione dei movimenti di capitale, o addirittura nella soppressione del FMI, che con i suoi salvataggi, si obietta, favorirebbe l’ ‘azzardo morale’ di mutuanti e mutuatari, creando così le condizioni per il ripetersi di situazioni sempre più a rischio.

E’ anche chiaro che chi muove, invece, da una ottica del secondo tipo, benché possa ritenere utili alcune delle misure appena indicate, non può accontentarsene e non può che favorire misure di intervento più radicale, finalizzate, innanzitutto, a ridurre il volume degli scambi ‘speculativi’ e a restituire alla politica un qualche grado di controllo sulla finanza. Tra tali misure, come si è detto, la tassa Tobin gode oggi di particolare fortuna.

Gli obiettivi della tassa Tobin sono, nelle intenzioni del suo proponente, i tre seguenti: rallentare i movimenti speculativi di capitale, e non il commercio reale; fornire ai governi consistenti entrate fiscali, tratte sul capitale e non sul lavoro; rendere compatibile un sistema di cambi flessibili con una limitata autonomia della politica monetaria e macroeconomica.

Una prima questione da chiarire è quella di capire come la tassa sia in grado di distinguere tra transazioni puramente speculative e transazioni commerciali. La risposta è molto semplice. L’aliquota dell’imposta è minima e non progressiva: le proposte oscillano dallo 0,01% allo 0,5%, e si addensano tra lo 0,1% e lo 0,25%. Il prelievo avviene su qualsiasi compravendita di valuta estera. Essa quindi colpisce, a prima vista, in modo indiscriminato tanto le transazioni speculative quanto quelle commerciali. La distinzione tra le une e le altre opera implicitamente, sulla base del principio che la mobilità di lungo termine del capitale, per finanziare gli scambi di merci o gli investimenti diretti all’estero di natura produttiva, comporta poche operazioni, e quindi l’impatto negativo, che pure non può essere escluso (Arestis e Sawyer lo valutano in circa l’1%), è comunque di entità trascurabile, e la tassa è comunque troppo piccola per essere protezionistica. Le transazioni di natura speculativa hanno viceversa, lo si è già ricordato, un orizzonte ‘corto’ e danno luogo a una elevata rotazione del capitale, con numerosi ‘giri’ di andata e ritorno tra valute in un breve arco di tempo, il che fa crescere la percentuale prelevata su ogni unità di investimento: secondo DE BRUNHOFF -JETIN (1999), un’aliquota dello 0,1% comporterebbe un prelievo effettivo del 2,4% su un ‘giro’ di andata e ritorno tra valute mensile, del 10% su un ‘giro’ settimanale, del 48% su un ‘giro’ giornaliero. Per le medesime ragioni, la tassa rende possibile ai singoli stati resistere alla speculazione con un differenziale positivo del tasso d’interesse meno pesante, e rende più facilmente difendibili tassi d’interesse interni più bassi: sempre con un’aliquota dello 0,1% è stato calcolato che lo scarto dai tassi esteri può raggiungere l’1,3% sull’orizzonte di un giorno, il 5,35% sull’orizzonte di un mese, il 34,34% sull’orizzonte di un anno lavorativo.

 

 

 

© www.villaggiomondiale.it - Webmaster: Amedeo Lomonaco