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PRIMA
PARTE
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da
"Le
Monde Diplomatique",
giugno
1999
1. Introduzione
Nel corso dell’ultimo anno e mezzo la
discussione sulla dinamica capitalistica e sulle scelte possibili di politica
economica ha registrato mutamenti di rilievo. Negli anni ’90 si erano
affermate quattro idee-chiave. In conseguenza degli effetti di lungo periodo
della crisi del fordismo e del keynesismo, ma anche della rivoluzione
tecnologica nelle comunicazioni e nei trasporti, il capitalismo avrebbe
raggiunto lo stadio di una globalizzazione pressoché compiuta nel commercio,
nella produzione, nel mercato del lavoro, e nella finanza. L’instabilità
dell’ambiente in cui si trovano a operare le imprese, come la ricerca di costi
del lavoro più bassi, avrebbero dato vita a innovazioni tecniche e
organizzative postfordiste. La conseguente accelerazione della produttività, in
un contesto di ridotta e fluttuante domanda globale avrebbe determinato
un’oramai inarrestabile tendenza alla fine del lavoro. In un quadro del
genere, l’efficacia delle politiche economiche a sostegno dell’occupazione e
dello stato sociale sarebbe infine svanita, e assisteremmo così ad una non
reversibile impotenza dello Stato. Che lo si volesse o meno, una lettura di
questo tipo finiva con il convergere con l’ideologia thatcheriana, divenuta
nel frattempo senso comune, del ‘non c’è alternativa’. Unica via
d’uscita all’orrore economico sarebbero o la ripartizione della ricchezza e
dell’occupazione esistente tra tutti (misure redistributive che
programmaticamente rifiutano di rimettere in questione la natura di ciò che si
produce e del come lo si produce) o una chimerica fuga ‘fuori’ dal conflitto
dentro il lavoro e dentro la politica. Analisi anche raffinate che però, a
fronte dell’asserita crisi della politica economica ‘dall’alto’,
segnano, e forse producono, un’impotenza della società a spingere ‘dal
basso’ per un progetto di trasformazione non illusorio.
Non è il caso qui di ribadire come
l’interpretazione che si è appena richiamata non sia del tutto convincente (cfr.
i saggi raccolti in BELLOFIORE 1998). Basti ricordare, sinteticamente, alcuni
elementi. Innanzitutto, il commercio mondiale sembra a tutt’oggi
caratterizzato dal neoprotezionismo e dalla suddivisione in aree regionali in
conflitto tra di loro, mentre gli investimenti diretti all’estero sono, in
larga misura, non produttivi e comunque concentrati nel Nord ricco del pianeta;
secondo molti indicatori, poi, la mobilità di lungo termine del capitale reale
sembra essere rallentata. Inoltre, il taylorismo ha visto negli ultimi due
decenni una estensione quantitativa, mentre le ridotte aree di riqualificazione
del lavoro non sfuggono alla frammentazione del lavoro e non invertono la
tendenza al rallentamento di velocità della produttività per l’economia nel
suo complesso; in presenza di disoccupazione e di minori garanzie, il tempo di
lavoro tende non a proseguire la tendenza secolare alla riduzione ma ad
allungarsi e intensificarsi. Infine, la politica economica non sembra affatto
essere meno rilevante al giorno d’oggi, ma avere piuttosto cambiato natura; né
si può trascurare che il ritorno in auge della finanza speculativa verificatosi
a partire dagli anni ’70, con la connessa spettacolare inversione del rapporto
di forza tra capitale e lavoro, è stato grandemente facilitato, se non
addirittura promosso, da un attivo intervento politico.
Non è stata però la presenza di
agguerrite critiche ‘accademiche’ a mettere in difficoltà quella
interpretazione di cui si diceva all’inizio. Ad imporre una diversa agenda di
riflessione e di proposta ci hanno pensato la realtà della crisi capitalistica
e la ripresa di movimenti sociali, che non vogliono stare a guardare né sono
ancora pronti a ‘esodi’ di massa verso mete incerte. Di particolare rilievo,
senz’altro, è stato, dall’ottobre del 1997, il succedersi delle crisi
finanziarie, che dall’originario focolaio est-asiatico si sono poi estese a
Russia e Brasile, per poi rischiare di contagiare anche gli Stati Uniti e i
paesi di più vecchia industrializzazione, facendo riemergere lo spettro di una
‘grande crisi’. Gli stessi centri del potere capitalistico si sono dovuti
porre la questione se non si fosse andati troppo in là nella liberalizzazione
senza regole dei movimenti di capitale, mentre hanno ripreso forza le poche voci
che da tempo insistono per porre un argine all’internazionalizzazione della
finanza. Tra queste, ha avuto particolare eco, e ha suscitato una vasta
mobilitazione, l’idea di istituire una tassa universale e uniforme sulle
transazioni in valuta estera per renderle più costose, e quindi per rallentare
la crescita in volume della speculazione. In Francia è nata, e si è poi estesa
ad altri paesi, tra cui l’Italia, una associazione, ATTAC, che ha per
obiettivo di imporre ai governi l’adozione di questa misura.
2. Crisi finanziarie e speculazione
Come è evidente, il punto di partenza,
del tutto condivisibile, della campagna per la Tobin tax – dal nome del suo
primo proponente, l’economista keynesiano e Premio Nobel James Tobin, che la
lanciò nel lontano 1972, per ‘gettare sabbia’ negli ingranaggi della
speculazione (cfr. TOBIN 1974 e 1978) – è che la globalizzazione finanziaria,
benché ‘oggettivo’, non sia fenomeno naturale, ma politico, e che su di
essa sia dunque possibile intervenire in modo efficace con le armi della
politica. Come è anche evidente che all’inatteso slancio che è venuto al
suggerimento di Tobin dal crescente favore popolare non è estraneo il fatto
che, da un lato, la proposta si presenta a prima vista come estremamente
semplice, e dall’altro lato, come estremamente potente, in quanto intende
colpire la finanza speculativa, cioè quel soggetto che appare sempre più come
la causa prima delle scosse che squassano il sistema internazionale dei
pagamenti e delle politiche economiche nazionali di attacco al lavoro e allo
stato del benessere.
Prima di entrare nel merito della Tobin
tax, vale la pena di tornare brevemente alla storia dei ripetuti episodi di
instabilità che si sono verificati nel corso di questo ultimo decennio. Si va
dalla crisi del Sistema Monetario Europeo nel 1992-93, a quella del Messico nel
1994, a quella asiatica nell’ottobre del 1997 - scoppiata in Tailandia e poi
rapidamente trasmessasi all’Indonesia e alla Corea del Sud, e che è arrivata
a toccare la Polonia e l’Africa meridionale – a quella della Russia, seguita
dal fallimento del fondo speculativo statunitense LTCM e dal crollo dei corsi a
Wall Street nell’estate del 1998, a quella del Brasile nei primi mesi del
1999. Oltre a costatare l’accorciarsi degli intervalli tra una crisi e
l’altra, è possibile rinvenire alcuni altri elementi significativi in questa
sequenza. Benché sia oggetto di discussione l’incidenza relativa degli
squilibri macroeconomici cosiddetti ‘strutturali’ (disavanzo permanente
nella bilancia corrente dei pagamenti e/ o nel bilancio dello Stato, inflazione
troppo elevata, sopravalutazione reale del tasso di cambio) rispetto alle
determinanti strettamente finanziarie, alcuni fatti non sembrano contestabili.
Innanzitutto, le dinamiche monetarie e valutarie hanno costituito un fattore di
amplificazione del disordine. In secondo luogo, il peso delle dimensioni
‘esterne’ e finanziarie è andato crescendo nel tempo a detrimento di quelle
‘interne’ e reali. Ancora, l’abbandono del controllo dei movimenti di
capitale in entrata e in uscita, la contrazione di debiti denominati in valuta
estera, la possibilità delle banche di ricorrere all’estero per moltiplicare
il proprio potenziale di credito, sono tra le cause della crescente fragilità
finanziaria, ed hanno indebolito le difese agli attacchi della speculazione.
Dopo l’esplosione della crisi, il panico che ne segue ha ora, non soltanto più
armi per far danni e con rapidità accelerata, con la fuga accelerata degli
investitori internazionali, ma si traduce anche in un più grande effetto di
contagio, coinvolgendo fondi pensioni, investitori istituzionali, banche, tutti
agenti costretti nel corso della crisi a ‘rientrare’ da altre posizioni per
difendere la bontà dei propri bilanci.
Il parallelismo che è possibile
riscontrare tra progressiva deregolazione finanziaria e guasti causati dalla
speculazione a breve termine sulle condizioni reali dello sviluppo e
dell’accumulazione negli ultimi tre decenni è effettivamente impressionante.
Se a fare le spese in modo più drammatico della mobilità senza vincoli dei
capitali sono stati i paesi di nuova industrializzazione o in via di sviluppo,
è possibile costatare anche per i paesi avanzati che, con il passaggio dal
regime di cambi ‘fissi ma aggiustabili’ sancito nel 1944 a Bretton Woods al
sistema di cambi ‘fluttuanti’ in vigore dal 1972-3, l’attivo
smantellamento di ogni controllo sui capitali pilotato, dapprima, da Stati Uniti
e Inghilterra, e poi, a seguire, da tutti gli altri paesi del ‘centro’, si
è accompagnato a bassa crescita del reddito e della produttività, a minori
investimenti reali, a disoccupazione di massa, a precarizzazione del lavoro, a
erosione del potere d’acquisto dei salari, a maggiore incertezza, a instabilità
accresciuta. Vi sono forti ragioni per sospettare che tra la mano libera
lasciata agli speculatori, da un lato, e l’andamento tutt’altro che
brillante delle economie capitalistiche dagli anni settanta ad oggi,
dall’altro, vi sia un rapporto stretto. Si può iniziare rilevando che il
volume delle transazioni in valuta estera è sicuramente eccessivo. Secondo
stime della Banca dei Regolamenti Internazionali, si è passati- le cifre sono
in dollari e fanno riferimento al turnover giornaliero - da 18,3 miliardi nel
1977, a 820 miliardi nel 1992, a 1.230 miliardi nel 1995 (con un aumento del 50%
rispetto a tre anni prima), mentre nel 1998 si ritiene si sia oltre i 1500
miliardi (per questi dati e quelli che seguono cfr. ARESTIS-SAWYER 1997, FELIX
1997-8 e FELIX 1999; ma vedi anche i saggi contenuti in UL HAQ–KAUL–GRUNBERG
1996). Su base annuale, nel 1995, il montante del movimento di capitale è
calcolabile, su 240 giorni lavorativi, a circa 300 mila miliardi, mentre il
commercio internazionale di beni e servizi si situava attorno ai 5 mila miliardi
di dollaro: un ‘gonfiamento’ finanziario quindi di 60 volte rispetto alle
transazioni reali, rispetto a un rapporto di 3,5 a 1 nel 1977, una
moltiplicazione che è difficile considerare fisiologica. A ritenere che un
ammontare così ingente di transazioni sul mercato dei cambi abbia natura
meramente speculativa – sia cioè determinato dall’aspettativa di guadagni
di capitale dovuti alla mera variazione dei prezzi delle attività finanziarie e
dei cambi - contribuisce anche la constatazione che almeno l’80% di esse sia
costituito da operazioni a termine di durata molto breve, non superiore alla
settimana. Un fenomeno del genere amplifica il già preoccupante dilatarsi delle
transazioni finanziarie interne ai diversi paesi. Prendendo come esempio la
borsa di Wall Street, il volume delle transazioni nel 1970 era, in dollari, di
244,8, nel 1980 di 946 milioni, e nel 1995 di 7.268,1 milioni (PALLEY 1998).
Una massa di ‘moneta calda’ di
queste dimensioni e con questa destinazione, oltre a assorbire improduttivamente
risorse e lavoro, determina, con i suoi spostamenti, mutamenti bruschi e
cumulativi dei tassi di cambio. La volatilità dei cambi, che è tanto
variabilità nel brevissimo termine quanto oscillazione significativa dei
movimenti di lungo periodo tra le valute, contribuisce in modo potente sia
all’incertezza che scoraggia gli investimenti produttivi (comunque penalizzati
dalla concorrenza dei rendimenti promessi dagli investimenti finanziari) sia a
sovra- o sotto-valutazioni durature, e dagli effetti asimmetrici, dei cambi
reali. Il ricatto che il giudizio dei ‘mercati’ finanziari – i quali
gradiscono livelli elevati del tasso d’interesse reale, e temono dunque
l’inflazione e tutto ciò che ai loro occhi ne è la causa, in primis le
politiche monetarie, fiscali e del lavoro orientate all’espansione
dell’occupazione - esercita in continuazione sulle politiche di bilancio dei
paesi che incorrono in un debito interno o estero costituisce un vincolo
interiorizzato dalle autorità di governo, e produce compressioni di spesa (di
norma, quella sociale, visto che il sostegno incondizionato alle imprese viene
ritenuto essenziale al mantenimento della posizione competitiva delle imprese
collocate sul proprio territorio) e spesso lievitazione della pressione fiscale
(di norma, quella sul lavoro, visto che la tassazione del capitale viene
giudicata in contrasto con l’obiettivo di far affluire capitali che aumentino
la capacità di finanziamento delle imprese o dello stato).
3. La liberalizzazione dei movimenti di
capitale: due approcci
La teoria e la politica economica
dominanti sono fondate sulla convinzione che la liberalizzazione dei movimenti
di capitale sia da considerarsi, nella sostanza, benefica. Come sempre, una
maggiore concorrenza produrrebbe maggiore efficienza, in questo caso
nell’allocazione del risparmio mondiale, consentendo di ottenere rendimenti più
elevati fondati su una accelerazione della produttività e della crescita reale
che altrimenti non si sarebbe potuto ottenere. Di ciò si avvantaggerebbero
tanto i paesi emergenti quanto quelli più avanzati: i primi potrebbero spingere
per uno sviluppo più rapido con fondi presi a prestito all’estero; i secondi
potrebbero, appunto con il frutto dei risparmi investiti nei paesi di recente
industrializzazione o in via di sviluppo, garantirsi redditi e pensioni che
l’invecchiamento della popolazione renderebbe altrimenti impossibile
mantenere. L’esplosione delle transazioni finanziarie viene poi considerata
positiva per altre due ragioni. Per un verso, essa sarebbe dovuta alla creazione
di nuovi strumenti finanziari, come i derivati, e alla diversificazione dei
portafogli che consentirebbero di trasferire e redistribuire il rischio tra gli
operatori: per questa via verrebbero stimolati un più ampio commercio mondiale
e più alti investimenti diretti all’estero. Per l’altro verso,
‘ispessendo’ i mercati, ovvero accrescendo il numero e la dimensione di chi
vi partecipa, essa dovrebbe rendere meno volatili di quanto altrimenti non
sarebbero i cambi.
Giudizi del genere dipendono in modo
cruciale dal combinato disposto di una serie di ipotesi discutibili: che sui
mercati finanziari e delle valute l’informazione sia equidistribuita e
pressoché perfetta; che le aspettative siano razionali; che, quindi, gli agenti
conoscano l’equilibrio, unico, dettato dai ‘fondamentali’ reali delle
varie situazioni e delle varie economie, e che il loro comportamento
‘anarchico’ consenta, con il minimo di attriti, di raggiungere
quell’equilibrio. E’ più facile che le cose stiano all’opposto. A ben
vedere, l’approccio dominante è costruito su una serie di confusioni.
Confonde la speculazione, cioè l’attività dove si guadagna indovinando il
comportamento degli altri e che non ha alcun ancoraggio in un equilibrio
oggettivo, con l’arbitraggio, cioè con l’attività di comprare e vendere
che pareggia i tassi di rendimento ‘veri’ dei diversi investimenti. E
confonde l’incertezza radicale che caratterizza l’economia capitalistica con
un rischio calcolabile e assicurabile. Per avere una rappresentazione più
realistica di come stanno le cose conviene rifarsi piuttosto alla visione di
Keynes (cfr. KEYNES 1936 e 1937).
Per l’economista di Cambridge la
conoscenza del futuro è fluttuante, vaga e incerta – e tanto più lo è
quanto più l’economia è caratterizzata da consistenti investimenti in
capitale fisso e si è dotata di sofisticati mercati finanziari. Le aspettative
economiche sugli eventi più lontani si fondano su basi fragili e insicure:
semplicemente, scrive Keynes, ‘non sappiamo’. Le attese sui corsi di borsa,
come quelle sulle valute in un sistema di cambi flessibili, sono soggette a
violenta instabilità sulla base di semplici ‘rumori’. In queste situazioni,
per agire, i soggetti devono ricorrere a delle convenzioni, che, benché
insicure, pure sono sensate in tempi ‘normali’, a meno della presenza di
ragioni specifiche che inducano a abbandonarle. Tali convenzioni sono le
seguenti: innanzitutto, che il presente sia una guida corretta per il futuro; in
secondo luogo, che l’andamento corrente della produzione e dei prezzi sia un
buon indicatore di ciò che ci attende; infine, per quel che riguarda
soprattutto i mercati caratterizzati dalla speculazione, che intuire il, ed
eventualmente allinearsi al, giudizio medio degli altri agenti - e perciò
‘scommettere’ su quale esso sia, anche qualora tale giudizio contrasti con
la propria valutazione dello stato ‘genuino’ delle cose - sia comunque
conveniente e consenta di anticipare con un ragionevole grado di approssimazione
il corso futuro dei mercati delle attività. Abbiamo evidentemente a che fare
con una base precaria delle aspettative, che non fanno alcun riferimento ad un
equilibrio ‘reale’ soggiacente, ammesso e non concesso che esso
effettivamente esista. Finché la base convenzionale regge, e le aspettative di
lungo termine sono confermate dagli andamenti reali, gli operatori sui mercati
finanziari e valutari, che di norma hanno previsioni eterogenee sui corsi e sui
cambi, possono far ricorso al calcolo delle probabilità e alla assicurazione
dei rischi, e le loro aspettative di breve termine ‘ottimistiche’ e
‘pessimistiche’ possono bilanciarsi vicendevolmente su mercati stabili.
Quando però lo stato di fiducia crolla le aspettative di lungo termine sono
soggette a violenti cambiamenti senza fondamento razionale; e sui mercati
finanziari e dei cambi prendono vita comportamenti gregari autoreferenziali e
autovalidanti, che invece di ridurre l’instabilità la accentuano: come
quando, per esempio, una riduzione del corso dei titoli o del tasso di cambio,
invece di determinare un aumento della domanda, e quindi un movimento verso
l’equilibrio, si traduce in aspettative di ulteriori crolli futuri, quindi in
vendite massicce, e di conseguenza, in un ulteriore scivolamento verso il basso
dei prezzi o dei cambi, e perciò in una accentuazione dello squilibrio.
In questo modo di vedere le cose, la
presenza del mercato finanziario può avere, certo, effetti positivi
sull’investimento e la crescita. Dando l’impressione che l’acquisto di
beni capitali, o di titoli che li rappresentano, o di attività finanziarie
redditizie, non sia in contraddizione con la possibilità di ‘liquidare’
quella posizione e di passare alla detenzione di moneta qualora lo si desideri,
l’estensione dei mercati finanziari attenua, nei periodi di ‘tranquillità’,
il timore dell’irreversibilità dell’investimento, per questa via lo
favorisce. Ciò non di meno, i ‘fondamentali’ reali dell’economia vengono,
anche nelle situazioni di tranquillità, influenzati dalle dinamiche monetarie e
finanziarie. Inoltre, quando scoppia la crisi, le ‘convenzioni’ che
garantivano la stabilità si dissolvono; e, in particolare, le ondate di
pessimismo che facilmente possono aggredire le borse e i mercati dei cambi
possono esse stesse trasmettersi al settore produttivo, e intrappolare il
sistema in lunghe e costose fasi di recessione e deflazione. In queste fasi, la
‘liquidità’ promessa dall’investimento sui mercati finanziari si rivela,
su scala sistemica, un’illusione, e tutti domandano moneta. Improvvisi
mutamenti nella composizione dei portafogli danno luogo a notevoli variazioni
nei prezzi dei titoli e nei tassi di cambio, il che può condurre, per le
nazioni in difficoltà, a fughe di capitali e crolli della borsa che spingono
verso l’alto il tasso d’interesse e impongono la svalutazione, mentre dove
il capitale affluisce si determinano bolle speculative nel mercato finanziario e
una rivalutazione che può danneggiare la competitività internazionale di quel
paese.
Nel capitalismo condizioni che
conducono allo scoppio di una crisi finanziaria tendono a prodursi
periodicamente, in modo sistematico, tanto più se si tiene conto che in questo
modo di produzione ‘la stabilità è destabilizzante’ (cfr. MINSKY 1986). La
stessa prosperità tende a indurre in banche, imprese e speculatori una
sottovalutazione del rischio e una sopravalutazione dei rendimenti futuri, e ad
accrescere oltre misura l’indebitamento, con una crescita esponenziale del
rapporto tra impieghi e risorse proprie, facendo sì che, inevitabilmente,
restrizioni dal lato monetario o scossoni dal lato reale diano vita al pericolo
del ripetersi di ‘grandi crisi’.
4. La tassa
Tobin: gli obiettivi e il
funzionamento
E’ chiaro che chi muove da una ottica
del primo tipo, quella dominante, si accontenterà di proposte di riforma della
finanza ‘globale’ che non invertono la tendenza di lungo periodo alla
liberalizzazione, e che non comportano una riduzione del volume delle
transazioni sui mercati monetari e finanziari internazionali. Nell’ultimo anno
di ricette del genere ne sono state avanzate molte. Si va dalla definizione di
norme volte a determinare maggiore trasparenza e imporre dunque maggiori
controlli alle banche e agli intermediari finanziari, a quelle che intendono
promuovere una migliore valutazione del rischio da parte di chi presta fondi; da
quelle che intendono far pagare il costo della crisi al settore privato, a
quelle che chiedono la creazione di una corte internazionale delle bancarotte;
da quelle che mirano a ridefinire le funzioni del FMI, facendone un’autentica
banca mondiale in grado di fornire credito in ultima istanza o delegandogli la
sorveglianza prudenziale dei mercati finanziari ‘globali’, a quelle che,
partendo dall’ammissione che per i paesi emergenti l’apertura ai capitali
internazionali è stata forse troppo rapida, riconoscono che occorre tempo per
consentire l’adeguamento dei sistemi bancari e finanziari locali al nuovo
contesto di maggiore apertura. Anche se, si deve dire, non sono certo mancati
coloro per i quali la soluzione starebbe, tutto al contrario, in una
accelerazione del processo di deregolazione dei movimenti di capitale, o
addirittura nella soppressione del FMI, che con i suoi salvataggi, si obietta,
favorirebbe l’ ‘azzardo morale’ di mutuanti e mutuatari, creando così le
condizioni per il ripetersi di situazioni sempre più a rischio.
E’ anche chiaro che chi muove,
invece, da una ottica del secondo tipo, benché possa ritenere utili alcune
delle misure appena indicate, non può accontentarsene e non può che favorire
misure di intervento più radicale, finalizzate, innanzitutto, a ridurre il
volume degli scambi ‘speculativi’ e a restituire alla politica un qualche
grado di controllo sulla finanza. Tra tali misure, come si è detto, la tassa
Tobin gode oggi di particolare fortuna.
Gli obiettivi della tassa Tobin sono,
nelle intenzioni del suo proponente, i tre seguenti: rallentare i movimenti
speculativi di capitale, e non il commercio reale; fornire ai governi
consistenti entrate fiscali, tratte sul capitale e non sul lavoro; rendere
compatibile un sistema di cambi flessibili con una limitata autonomia della
politica monetaria e macroeconomica.
Una prima questione da chiarire è
quella di capire come la tassa sia in grado di distinguere tra transazioni
puramente speculative e transazioni commerciali. La risposta è molto semplice.
L’aliquota dell’imposta è minima e non progressiva: le proposte oscillano
dallo 0,01% allo 0,5%, e si addensano tra lo 0,1% e lo 0,25%. Il prelievo
avviene su qualsiasi compravendita di valuta estera. Essa quindi colpisce, a
prima vista, in modo indiscriminato tanto le transazioni speculative quanto
quelle commerciali. La distinzione tra le une e le altre opera implicitamente,
sulla base del principio che la mobilità di lungo termine del capitale, per
finanziare gli scambi di merci o gli investimenti diretti all’estero di natura
produttiva, comporta poche operazioni, e quindi l’impatto negativo, che pure
non può essere escluso (Arestis e Sawyer lo valutano in circa l’1%), è
comunque di entità trascurabile, e la tassa è comunque troppo piccola per
essere protezionistica. Le transazioni di natura speculativa hanno viceversa, lo
si è già ricordato, un orizzonte ‘corto’ e danno luogo a una elevata
rotazione del capitale, con numerosi ‘giri’ di andata e ritorno tra valute
in un breve arco di tempo, il che fa crescere la percentuale prelevata su ogni
unità di investimento: secondo DE BRUNHOFF -JETIN (1999), un’aliquota dello
0,1% comporterebbe un prelievo effettivo del 2,4% su un ‘giro’ di andata e
ritorno tra valute mensile, del 10% su un ‘giro’ settimanale, del 48% su un
‘giro’ giornaliero. Per le medesime ragioni, la tassa rende possibile ai
singoli stati resistere alla speculazione con un differenziale positivo del
tasso d’interesse meno pesante, e rende più facilmente difendibili tassi
d’interesse interni più bassi: sempre con un’aliquota dello 0,1% è stato
calcolato che lo scarto dai tassi esteri può raggiungere l’1,3%
sull’orizzonte di un giorno, il 5,35% sull’orizzonte di un mese, il 34,34%
sull’orizzonte di un anno lavorativo.