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La
Russia appoggia i separatisti osseti e abkhazi. Il
dramma dei profughi. Testimonianze dalla Georgia
Diplomazia
al lavoro per consolidare la pace nel Caucaso: la
Francia ha lanciato un appello agli altri membri
del Consiglio di sicurezza dell’ONU chiedendo di
adottare il prima possibile una risoluzione per
far rispettare il cessate-il-fuoco. Il presidente
russo, Dmitri Medvedev, ha poi dichiarato che verrà
appoggiata “qualsiasi decisione” sullo status
delle repubbliche separatiste di Abkhazia e
Ossezia del Sud. Le due hanno intanto accettato il
piano di pace francese. Il conflitto nel Caucaso
ha provocato almeno 90.000 profughi, ma sarebbero
150.000 le persone che potenzialmente potrebbero
scappare dalla guerra in Georgia. E’ quanto
riferisce la Commissione europea sulla situazione
umanitaria. Servono, soprattutto, cibo e vestiti.
A Gori, intanto, è iniziata la ritirata delle
truppe russe. Secondo testimoni oculari, carri
armati russi sarebbero invece entrati a Poti, città
portuale sul Mar Nero. Nella capitale Tbilisi, la
situazione inoltre sembra tranquilla. Ce la
descrive, al microfono di Amedeo Lomonaco, padre
Pawel Dyl, missionario camilliano in
Georgia:
R.
– Oggi la situazione è tranquilla. Ci sono
notizie tremende dal campo di battaglia: si parla
di migliaia di morti. A Tblisi la situazione è
tranquilla: la gente è triste, aspetta nuove
notizie, ci sono tanti padri di famiglia che sono
stati richiamati. Ci sono anche tanti giovani che
non si sa dove siano; sappiamo che adesso c’è
anche una guerra delle informazioni e quindi è
difficile avere notizie sicure.
D. – E voi cosa vedete? Qual è la vita
quotidiana che avete davanti agli occhi?
R. – Io posso dire che da parte delle persone
malate da noi assistite - persone portatrici di
handicap – c'è molto spavento; non sapevano
cosa sarebbe successo in caso di attacco dei
russi. C'è anche paura per il futuro, perché
sappiamo perfettamente che la Georgia non è un
Paese ricco. Noi qui assistiamo centinaia di
poveri. Adesso il numero dei poveri aumenterà
ancora!
D. – E davanti a questa paura, di fronte a
questa povertà c’è però una presenza
importante: la vostra ...
R. – E’ vero. Per questo motivo io cerco di
stare accanto alla gente; sono rimasto per dare un
po’ di coraggio agli altri. Noi siamo loro
vicini, cerchiamo di aiutarli. Ci sono anche tante
persone di buona volontà che ci aiutano: grazie a
quelle persone, anche noi possiamo fare del bene.
Facciamo quello che è possibile. Sappiamo che
adesso è il momento in cui ci saranno tanti aiuti
umanitari. Sarà inviato del denaro: per questo
motivo, chiedo di versare il denaro in modo
saggio, perché purtroppo ci sono anche persone
capaci di sfruttare la guerra e le disgrazie della
gente.
D. – Padre vuole lanciare un appello proprio
per cercare di aiutare la Georgia? Cosa serve
realmente a questo Paese?
R. – Due cose: la preghiera, perché ci vuole
tanto tanto perdono: adesso c'è tantissimo odio
perché ci sono moltissime vittime. Dopo ci sono
da assicurare le cose materiali: servono cibo e
medicinali. Si deve pensare a ricostruire tutto!
Dopo la drammatica fase del conflitto, è giunta
dunque l’ora di far placare i venti di guerra e
curare le ferite provocate dalle armi. E’ quanto
sottolinea, al microfono di Amedeo Lomonaco,
padre Gabriele Bragantini, missionario
stimmatino raggiunto telefonicamente a Kutaisi,
seconda città della Georgia per numero di
abitanti:
R. – Non si tratta, credo, di fare la voce
grossa da parte dell’Europa o da parte
dell’America: si tratta di prendere a cuore
realmente la situazione intricata di questa zona.
Se si desse un’immagine di un mondo unito non
tanto per una parte o un’altra, ma per difendere
la pace, per difendere i valori della libertà, i
valori di un’autonomia di un popolo, credo che
la situazione potrebbe essere diversa.
D. – Anche perché si spera che mondi
contrapposti facciano parte del passato. La guerra
fredda è una pagina che deve essere archiviata
...
R. – Esatto, anche se all’interno di varie
culture o mentalità, purtroppo poi sono i piccoli
popoli che fanno le spese di queste
incomprensioni. Incomprensioni che ancora
permangono all’interno di quelli che sono i
popoli pià grandi. Certi rischi non sono del
tutto scomparsi.
D. – La Russia ha chiesto che la Georgia
finanzi la ricostruzione della capitale dell’Ossezia
del Sud, devastata dal conflitto. Può un Paese
come la Georgia sostenere questi costi?
R. – No. La Georgia stava in questi anni
cercando di uscire da una situazione economica
molto negativa, molto fragile; quindi, le risorse
per questa ricostruzione le riceveva
dall’estero, soprattutto dall’Occidente,
dall’America. Se la Georgia riuscisse un po’ a
dare una risposta concreta anche a questa zona,
probabilmente sarebbe un incentivo molto forte.
Però, con le sue forze, la Georgia non ce la fa.
D. – Padre Gabriele, parliamo adesso della
presenza di voi stimmatini in Georgia: quale
contributo può dare un sacerdote quando si trova
in un Paese in guerra?
R. – La presenza del prete è sempre un segno
di speranza per la gente. Un segno di speranza
anche perché può dare una parola diversa
rispetto alle tante altre parole che si sentono. E
mi sembra che la gente ascolta volentieri. La
gente ti incontra e prega.
D. – Gli occhi della vostra gente sono
coperti, in questi giorni, da immagini di
devastazione. Tra queste macerie si possono
intravedere luci di speranza?
R. – Certo. Però, vorrei descrivere un po’
quello che la gente sente, questa percezione della
paura per l’arrivo dei russi. Spero che non si
acuisca questa idea, questa mentalità. Credo che
in questo momento si veda più la mancanza di
luce. Speriamo che, con l’aiuto di tutti, si
riesca a dare un po' di luce; a volte, si ha
proprio l’impressione di essere al buio, non
tanto perché manca la luce ma perché manca la
possibilità di capire quello che effettivamente
sta capitando.
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