da
"La Repubblica", 28 novembre 2001
I gruppi terroristici hanno assunto di
colpo il ruolo di attori globali in concorrenza a stati e istituzioni Agiscono
come organizzazioni non governative della violenza
Con l'11 settembre si è registrata
anche la sconfitta delle parole: i concetti di guerra o nemico ora sono
fuorvianti Persino il termine "reato" risulta inadeguato
Per sconfiggere la nuova minaccia serve
un accordo internazionale Così si offrirebbe una base giuridica alla caccia ai
killer L'iniziativa dovrebbe partire dall'Europa
Ma non si tratta né di un'aggressione
esterna né dell'aggressione di uno stato sovrano da parte di un altro stato
sovrano. L'11 settembre non rappresenta neppure una seconda Pearl Harbor.
L'attacco non ha riguardato l'apparato militare USA ma civili innocenti.
Quell'atto parla la lingua dell'odio genocida, che non conosce
"trattativa", "dialogo", "compromesso", e quindi
in fin dei conti neppure una "pace". Persino il termine
"nemico" è fuorviante, perché nasce da un immaginario in cui gli
eserciti riportano in battaglia vittorie o sconfitte, suggellate da
"armistizi" o "trattati di pace". Gli attentati terroristici
non sono però neppure un "reato" di competenza della "giustizia
nazionale". Altrettanto inadeguato appare l'uso del concetto e
dell'istituzione "polizia" per delle azioni i cui effetti distruttivi
sono equiparabili a scontri militari. La polizia non è peraltro in grado di
fermare attentatori che apparentemente non hanno paura di nulla. Anche il
concetto di "protezione civile" perde di significato e così via. Noi
tutti viviamo, pensiamo e agiamo secondo concetti zombie, concetti cioè che
sono morti, ma continuano a dominare il nostro pensiero e la nostra azione. Se
però a rispondere sono i militari, prigionieri dei vecchi schemi, attraverso
mezzi convenzionali, ad esempio bombardamenti a tappeto, allora c'è da temere
che questa risposta non solo sia inefficace, ma anche controproducente:
significa allevare nuovi Bin Laden.
Ma se di fronte a questa realtà il
nostro linguaggio si arrende, che cosa è successo veramente? Nessuno lo sa. Non
sarebbe allora più coraggioso tacere? All'esplosione delle Torri Gemelle di New
York è seguita un'esplosione di silenzio che dice troppo e di azioni che non
dicono nulla. Per citare ancora una volta Hugo von Hofmannstahl: "Non mi
riusciva più di cogliere la realtà con lo sguardo semplificatore
dell'abitudine. Tutto andava in pezzi, e i pezzi in altri pezzi, nulla si faceva
più abbracciare da un concetto. Le singole parole mi galleggiavano intorno; si
coagulavano in occhi che mi fissavano e che io dovevo a mia volta fissare."
Questo silenzio delle parole deve essere ormai infranto, non possiamo tacere
oltre.
Anche il concetto di
"terrorista" in fondo inganna, al di là della novità della minaccia.
Se finora i militari si concentravano sui loro pari, cioè su altre
organizzazioni militari di stati nazionali e su come difendersi da loro, oggi a
sfidare il mondo degli stati sono le minacce transnazionali da parte di
individui e reti che agiscono a livello substatale. Come già prima in ambito
culturale, viviamo ora in ambito militare la morte della distanza, sì, la fine
del monopolio statale del potere in un mondo civilizzatore in cui in ultima
analisi tutto può trasformarsi in un missile in mano a fanatici risoluti. I
simboli pacifici della società civile possono essere trasformati in strumenti
infernali. Questa non è, in principio, una novità, ma come esperienza
fondamentale è ormai onnipresente.
Con le immagini terrificanti di New
York i gruppi terroristici hanno assunto di colpo il ruolo di nuovi attori
globali in concorrenza agli stati, all'economia e alla società civile. Le reti
terroristiche sono in un certo senso "Ong della violenza". Agiscono
come organizzazioni non governative (Ong) non territoriali, decentrate, quindi
da un certo punto di vista locali, e dall'altro transnazionali. Si servono di
Internet. Mentre ad esempio Greenpeace, sfrutta le crisi ambientali e Amnesty
International le crisi umanitarie nei confronti degli stati, le Ong terroriste
pongono termine al monopolio statale del potere. Da una parte questo significa
che il terrorismo transnazionale non è vincolato al terrorismo islamico, ma può
legarsi a qualunque possibile obiettivo, ideologia e fondamentalismo.
Dall'altra, che bisogna distinguere tra il terrore di gruppi di liberazione
nazionale, legati ad un determinato territorio o nazione, e le nuove reti
terroristiche transnazionali, che non sono territoriali, agiscono cioè oltre i
confini e di conseguenza annullano d'un colpo la grammatica dei militari e della
guerra.
I terroristi del passato cercavano di
salvare la pelle dopo gli attentati. I terroristi suicidi traggono dal
sacrificio della loro stessa vita per un obiettivo una capacità di distruzione
spaventosa. L'attentatore suicida è per così dire l'estremo opposto dell'homo
oeconomicus. Dal punto di vista economico e morale egli è completamente
disinibito e proprio per questo veicolo di assoluta crudeltà. L'azione e
l'attentatore suicida sono singolari nel senso letterale del termine. Un
individuo non può compiere per due volte attentati suicidi né ciò è
necessario alle autorità statali per dimostrarne la colpevolezza. Questa
singolarità viene suggellata dalla contemporaneità di azione, autodenuncia, e
autoeliminazione.
Per essere pignoli gli stati non
avrebbero neppure bisogno di dare la caccia ai terroristi suicidi per incolparli
dell'azione. Gli attentatori hanno già ammesso il reato e si sono giudicati.
L'alleanza antiterrorismo non catturerà gli attentatori di New York e
Washington, loro si sono polverizzati, ma i presunti "mandanti", i
"burattinai", i mecenati statali. Ma dove i colpevoli si sono già
giudicati da soli, le causalità si perdono, si volatilizzano. Si dice che non
si può prescindere dagli stati per costruire reti terroristiche transnazionali.
Che non sia invece proprio l'assenza dello stato, l'inesistenza di strutture
statali funzionanti a offrire il terreno ideale per le attività terroristiche?
Non potrebbe darsi che incolpare stati e mandanti continui a riflettere una
forma mentis militare e che invece ci si trovi sulla soglia di una
individualizzazione del conflitto, in cui la "guerra" non viene più
fatta solo dagli stati contro altri stati ma da individui contro gli stati?
La potenza delle azioni terroristiche
aumenta in presenza di una serie di condizioni: con la vulnerabilità della
nostra civiltà, con la presenza mediatica globale della minaccia terroristica,
con il presidente Usa che giudica gli attentati una minaccia alla "civiltà",
con la disponibilità dei terroristi a autoeliminarsi. Infine, il terrorismo
aumenta in modo esponenziale la sua pericolosità con il progresso tecnologico.
Con la tecnologie del futuro, la tecnologia genetica, la nanotecnologia, e la
robotica, apriamo "un nuovo vaso di Pandora" (Bill Joy). La
manipolazione genetica, le tecnologie di comunicazione e l'intelligenza
artificiale che possono essere anche portate a fondersi, sfuggono al monopolio
statale del potere e, a meno che non venga messo un paletto efficace a livello
internazionale, finiranno per spianare la strada ad una individualizzazione del
conflitto.
Così chiunque potrebbe produrre senza
troppa difficoltà in laboratorio una peste che, grazie a tempi di incubazione
mirati, possa essere usata come minaccia nei confronti di determinate
popolazioni, in pratica una minibomba atomica di tecnologia genetica. E non è
che uno dei molti esempi. La differenza rispetto alle armi atomiche e a quelle
biologiche è notevole. Si tratta di innovazioni tecnologiche basate su
conoscenze, che possono essere facilmente diffuse e si modificano continuamente,
sfuggendo a quelle opportunità di controllo e di monopolio da parte dello stato
cui invece sono soggette le armi atomiche e chimicobiologiche, perché
utilizzano determinati materiali e risorse (uranio utilizzabile per le armi,
costosi laboratori). Delegare agli individui l'azione contro gli stati sarebbe
come aprire politicamente il vaso di Pandora: non verrebbero abbattuti solo i
muri oggi esistenti tra militari e società civile, ma anche quelli tra
innocenti e colpevoli, tra sospettati e insospettati. Finora la legge ha fatto a
riguardo una distinzione netta. Ma se incombesse l'individualizzazione del
conflitto, toccherebbe al cittadino dimostrare di non essere pericoloso, perché
in queste circostanze alla fine tutti cadrebbero in sospetto di essere
potenziali terroristi. Ognuno di noi dovrebbe quindi accettare di essere
controllato "per motivi di sicurezza" anche non avendo dato adito a
nessun sospetto concreto. Così l'individualizzazione della guerra finirebbe per
condurre alla morte della democrazia. Gli stati sarebbero costretti ad allearsi
con altri stati contro i cittadini, per allontanare i pericoli che li minacciano
da parte di questi ultimi.
Alla fine però verrebbe così a cadere
anche una premessa ideale nel dibattito condotto finora sul terrorismo, e cioè
la differenza tra terroristi "buoni" e "cattivi":
nazionalisti da rispettare, e fondamentalisti, da disprezzare. Ammesso che
nell'era moderna degli stati nazionali si siano trovate giustificazioni a questi
giudizi e distinguo, nella prospettiva di un'eventuale individualizzazione del
conflitto esse assumono l'aspetto di una perversione morale e politica.
È possibile una risposta politica a
questa sfida? Vorrei richiamare un principio e precisamente quello di giustizia.
Ciò che nel contesto nazionale contravviene al senso della giustizia del mondo
civilizzato, il fatto cioè che le vittime degli attentati assumano
contemporaneamente i ruoli dell'accusa, del giudice e del potere esecutivo,
questo tipo di "autogiustizia" deve essere superato anche a livello
internazionale. Anche se i rapporti tra gli stati non sono ancora arrivati a
questo livello, l'alleanza globale contro il terrore deve fondarsi sul diritto.
Ne consegue che deve essere redatta e ratificata una convenzione internazionale
contro il terrorismo che non si limiti a chiarire concetti, ma offra una base
giuridica alla caccia interstatale ai terroristi, creando uno spazio giuridico
comune universale che tra l'altro preveda la ratifica obbligatoria dello statuto
del tribunale internazionale da parte di tutti gli stati, Usa compresi.
L'obiettivo sarebbe quello di rendere punibile il terrorismo come reato contro
l'umanità. Gli stati che rifiutano questa convenzione dovrebbero fare i conti
con il potenziale globale delle sanzioni imponibili da parte di tutti gli altri
stati. Non sarebbe opportuno che l'Europa facesse propria questa istanza, alla
luce della sua storia, per meglio definire il proprio profilo politico
nell'alleanza globale e contribuire al successo della lotta al terrorismo, in
controtendenza rispetto alle dinamiche militari?
ULRICH BECK
L'autore insegna Sociologia
all'università di Monaco e alla London School of Economics