INTIMIDAZIONI
CONTRO UN PRETE IN SICILIA(3/01/2006) |
Ascolta
l'intervista di Amedeo Lomonaco a padre Terranova
LE
MINACCE NON FERMANO LA MISSIONE DI DON GIUSEPPE TERRANOVA
AL FIANCO DEI PIU’ DEBOLI A BORGO MOLARA IN SICILIA: LA
TESTIMONIANZA DEL SACERDOTE AI NOSTRI MICROFONI
Un finestrino imbrattato di sangue, le gomme
tagliate e bossoli sparsi attorno all’auto. La vittima
di queste intimidazioni è don Giuseppe Terranova,
cappellano militare e amministratore parrocchiale della
Chiesa di Maria Santissima Addolorata a Borgo Molara,
frazione di Monreale con notevoli problemi sociali.
L’episodio risale allo scorso primo gennaio ed è
avvenuto a pochi chilometri da Palermo. Non è la prima
volta che in questo territorio i sacerdoti vengono presi
di mira da gruppi criminali: il 15 settembre 1993 è stato
ucciso, per ordine della mafia, don Pino Puglisi, di cui
è in corso il processo di Beatificazione. Ma cosa
significa predicare il Vangelo in queste difficili
condizioni?
Amedeo Lomonaco lo ha chiesto allo stesso don Giuseppe
Terranova:
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R.
– Significa essere contro ogni forma di prevaricazione,
contro ogni abuso, ogni forma di prepotenza. In questi
contesti dove certa
gente è covinta che il territorio è “cosa loro” e
non è cosa da gestire a livello sociale, la presenza del
sacerdote impegnato dà fastidio ed è quello che è
successo. Io ho dato fastidio perché le mie attività le
svolgo soprattutto in orari serali e questo fatto ha dato
da pensare a questa gente che stava perdendo il suo
territorio. Predicare il Vangelo allora che significa?
Significa semplicemente essere preti antimafia? Essere
preti di frontiera? Significa essere preti fino in fondo
con tutto il cuore, con tutta la generosità e con tutta
la certezza che Dio è con noi. Ed io sento questa
presenza, non mi sento solo.
D.
– Padre, lei ha sempre detto di avere come obiettivo
quello di predicare l’onestà. Questa missione vale
ancora di più adesso dopo queste intimidazioni…
R.
– Ma certo, a maggior ragione. I valori sono valori,
sono eterni. E’ il discorso della chiarezza, della
linearità, della onestà anche nei nostri rapporti
interpersonali, senza troppe fughe, senza troppi
camuffamenti. Questo mi rafforza ancor di più perché è
segno che allora ho centrato l’obiettivo. Non mi
intimidisce, assolutamente, anzi questo atto vile, perché
solo chi opera nelle tenebre può fare atti di questo
genere, mi ha reso ancor più determinato nella mia azione
e nel mio servizio sacerdotale in questa terra. La gente
si sta svegliando, si sta scuotendo. E’ rimasta scossa e
questo mi fa piacere perché è segno che si sta creando
una situazione nuova. Certamente non posso io adesso
abbandonare e deludere le attese di questa gente. Dobbiamo
veramente alzare il capo perché la nostra liberazione è
vicina,come ci ricorda il profeta Isaia. Dio è più
forte, solo il bene deve vincere e non il male. Il male
non può sconfiggere il bene, non può e non deve. E noi
dobbiamo essere impegnati in questa linea.
D.
– Impegnati per tutti e poi sapendo anche che Palermo
non è solo Il Politeama o Via della libertà …
R.
– Quello che vorrei dire alle istituzioni locali è che
qui si cura solo l’immagine; Palermo non è solo il
Politeama o Via della Libertà, ma anche le borgate che sono
le zone più fragili, più a rischio perché sono terra di
nessuno sono abbandonate a se stesse. E’ gravissimo
perché certa gente è convinta che il territorio gli
appartiene. E’ “cosa loro”, è “cosa nostra” per
usare un termine specifico. Il movimento che si è creato
in parrocchia, questo tipo di attività che sta un
po’ scuotendo le coscienze, sta dando alle nostre
famiglie la possibilità di esprimersi, questo fatto crea
un disagio perché questa gente pensa di perdere il suo
potere.
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Amedeo Lomonaco per la Radio Vaticana -
3/01/2006

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