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TEORIE SULLA GLOBALIZZAZIONE

In questa pagina vengono prese in esame le varie forme di globalizzazione. Se vuoi approfondire uno dei tanti processi globali clicca sulla voce in blu scuro che desideri approfondire.

link ad altro sito La sociologia della globalizzazione si può rappresentare come un insieme disorganico, in sè contraddittorio, di dissidenti della sociologia dell'ordine nazional-statale. Si tratta di teorie, impostazioni e direzioni di ricerca piuttosto divergenti che sono emerse in contesti culturali diversissimi. La letteratura sulla globalizzazione è attraversata da una controversia di fondo. Riguardo alla domanda "che cosa spinge avanti la globalizzazione?" si fronteggiano due tipi di risposte. Un primo gruppo di autori sottolinea l'esistenza di una logica dominante, altri individuano invece complesse logiche multicausali della globalizzazione. Nel campo della sociologia della globalizzazione si ripete la controversia Marx-Weber tra una preponderanza della prospettiva economica e un pluralismo teorico che combina l'approccio economico con quello sociale e culturale.

Secondo il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman la  globalizzazione divide quanto unisce; divide mentre unisce - scrive il sociologo e filosofo Bauman - e le cause della divisione sono le stesse che, dall'altro lato promuovono l'uniformità del globo.

Secondo lo studioso italiano di sociologia del lavoro Domenico De Masi la globalizzazione di cui si parla oggi è l'esito di una perenne tendenza umana ad esplorare e poi colonizzare tutto il territorio. Domenico De Masi ha individuato dieci principali diverse forme di globalizzazione.

Sul tema della globalizzazione dei flussi comunicativi un importante contributo si può ricavare dalle analisi condotte dal sociologo inglese Anthony Giddens. La globalizzazione per Anthony Giddens rappresenta uno dei tratti dominanti della modernità ed è frutto della separazione dello spazio e del tempo. La globalizzazione viene definita come "l'intensificazione di relazioni sociali mondiali che collegano tra loro località distanti facendo in modo che gli eventi locali vengano modellati dagli eventi che si verificano a migliaia di chilometri di distanza e viceversa". 

Diversi autori hanno evidenziato l'estensione universale di alcuni modelli. Secondo l'approccio di Theodor Levitt l'era della globalizzazione è l'epoca della omogeneizzazione dei bisogni e della standardizzazione dei prodotti. K.Ohmae, discutendo del sistema economico dei consumi, ha descritto la convergenza dei gusti e delle preferenze delle giovani generazioni, dall'America Latina all'Estremo Oriente, come un processo di "californizzazione". L'analisi della proliferazione su scala mondiale di catene di fast-food, parchi divertimento, club-vacanze, ecc., ha suggerito a George Ritzer di identificare la globalizzazione con la "Mc Donaldizzazione".

Armand Mattelart, docente di scienze dell'informazione e della comunicazione, focalizza la propria attenzione sul sistema di comunicazione. Obiettivo del suo studio è ricercare le tracce dell'attuale configurazione "comunicazione mondo", ripercorrendo le tappe storiche della creazione del reticolo tecnologico e informativo planetario. La sua analisi si sviluppa lungo i concetti fondamentali della guerra, del progresso e della cultura che sono considera elementi cruciale dell'attuale configurazione comunicazione-mondo. 

Lo studioso americano Marshall Mc Luhan, studioso delle comunicazioni di massa, ha introdotto il concetto di "villaggio globale". Il villaggio globale è un ossimoro usato da Marshall Mc Luhan per descrivere la situazione contraddittoria in cui viviamo. I due termini dell'enunciato si contraddicono a vicenda; il "villaggio" esprime qualcosa di piccolo, mentre "globale" sta a significare l'intero pianeta. Marshall Mc Luhan afferma che per creare un mondo globale c'è bisogno di una fusione organica tra tutte le funzioni frammentarie e lo  spazio totale. 

Roland Robertson, uno dei padri della teroia della ricerca sulla globalizzazione culturale, propone di sostituire il concetto di globalizzazione culturale con quello di glocalizzazione che sintetizza i concetti di globalizzazione e localizzazione. Globalizzazione non vuol dire che il mondo diviene omogeneo ma per globalizzazione si intende un processo complesso in cui non si può contrappore il locale al globale. La globalizzazione, per Robertson, non comporta una riduzione della cultura perchè la produzione di massa di simboli e informazioni culturali non conduce al sorgere di quella che potrebbe definirsi "cultura globale" ma, semmai, ad un mondo di merci. 

Nel suo quadro di riferimento, globalizzazione significa che l'umanità ha lasciato l'epoca delle relazioni internazionali, epoca in cui gli Stati nazionali dominavano e monopolizzavano lo scenario internazionale. Per J. Rosenau esistono due arene: una è la società degli Stati, l'altra è il mondo della subpolitica transnazionale. R. Gilpin sottolinea che la globalizzazione ha luogo perchè e il prodotto di un ordine globale permissivo. D. Held rimarca come con gli accordi internazionali, con l'internazionalizzazione dei processi politici, con il traffico di merci e la divisione del lavoro su scala internazionale, la politica nazional-statale perde l'essenza costitutiva del suo potere: la sua sovranità. 

Per Amartya Sen, premio nobel nel 1998, la questione più importante è come usare bene i grandi benefici derivanti dai rapporti economici e dal progresso tecnologico, in maniera da prestare la dovuta attenzione agli interessi dei più poveri. Questo chiedono i movimenti di protesta, anche se in sostanza la questione non riguarda affatto la globalizzazione. Non basta convenire sul fatto che i poveri del mondo hanno bisogno della globalizzazione almeno quanto i ricchi, bisogna anche assicurarsi che ottengano ciò di cui hanno bisogno. 

Le teorie sugli effetti a breve termine dei media sul pubblico si dividono sostanzialmente in tre fasi ovvero nella fase dei media potenti, nella fase dell'influenza mediata ed in quella in cui predomina la visione funzionalista secondo cui si ha una concezione ottimistica delle conseguenze sociali e individuali delle comunicazioni di massa. 

Nelle teorie sugli effetti a lungo termine dei media sul pubblico l'esposizione prolungata e continuativa dei media porta all'esigenza di studiare i media come elemento di comunicazione globale. 

Lo storico americano Immanuel Wallerstein sostituisce radicalmente l'immagine di singole società separate l'una dall'altra con l'immagine di un unico sistema-mondo, nel quale tutti devono collocarsi e affermarsi in una divisione del lavoro. Questo unico sistema-mondo si impone, secondo Immanuel Wallerstein, con il capitalismo Nel sistema-mondo si moltiplicano e si acuiscono i conflitti perchè questo sistema non produce solo enormi ricchezze ma anche grandi povertà. 

Il panorama teorico occidentale è oggi dominato dai seguenti due paradigmi portanti:

- il liberalismo economico ritiene essenziale la libera iniziativa individuale per il funzionamento di un sistema economico, poiché gli interessi dei singoli si armonizzano nel mercato tramite la libera concorrenza e il libero scambio, portando alle condizioni di massimo benessere generale;

- il neocomunitarismo è una tendenza di pensiero politico affermatosi negli Usa a partire dagli anni ’70 che invoca il ritorno alla comunità come veicolo di valori condivisi per rafforzare i legami sociali che mettono in relazione gli individui tra loro e si oppone al liberalismo di cui critica l’individualismo come teoria sociale.  

 

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