CONFERENZA
STAMPA SUL SUMMIT DI ROMA E TESTIMONIANZA DI UN
LIBANESE |
Per la Radio Vaticana, Amedeo
Lomonaco, 25 luglio 2006
E’
GIUNTA “L’ORA PER UN NUOVO MEDIO ORIENTE”: LO HA
DETTO IL SEGRETARIO DI STATO AMERICANO, CONDOLEEZZA RICE,
INCONTRANDO A GERUSALEMME IL PREMIER ISRAELIANO, EHUD
OLMERT, CHE ANNUNCIA MISURE PIÙ SEVERE CONTRO GLI HEZBOLLAH
Si
intensificano gli sforzi per un cessate-il-fuoco
in Libano, mentre sale a 390 il numero delle persone
uccise nel Paese dei Cedri dopo due settimane di conflitto
tra i soldati israeliani e gli Hezbollah.
I guerriglieri sciiti hanno lanciato stamani16 razzi su Haifa,
provocando il ferimento di almeno 25 persone. Il
governo israeliano ha annunciato, intanto, che gli aiuti
per la popolazione libanese arriveranno all’aeroporto
della capitale libanese. Da segnalare, poi, che a
Gerusalemme
si sono incontrati il segretario di Stato americano, Condoleezza
Rice, ed il premier
israeliano, Ehud Olmert.
Il servizio di Amedeo Lomonaco:
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Incontrando
il premier israeliano, Condoleezza
Rice ha detto che è arrivata
“l’ora per un nuovo Medio Oriente”. Per cambiare
pagina e gettare le fondamenta per una “pace duratura”
nella regione, bisogna trovare, secondo
la Rice
, una soluzione definitiva e non un accordo per una tregua
provvisoria. Bisogna impedire – ha sottolineato
la Rice
- che si torni alla
“precedente situazione”. Nella situazione attuale,
invece, non è ancora possibile per il premier israeliano
rinunciare alle azioni militari: Israele – ha precisato Olmert
invocando il diritto dello Stato ebraico all’autodifesa
- non esiterà ad adottare
“misure più severe” contro la guerriglia libanese.
Israele – ha aggiunto – è determinato a continuare la
sua lotta contro gli Hezbollah
e non contro il governo o il popolo libanese. Il primo
ministro ha anche ammesso che gli attacchi israeliani hanno
creato delle “difficoltà umanitarie” e ha
promesso la cooperazione del suo governo con gli Stati
Uniti per arrivare ad una soluzione. Ma le condizioni per
una tregua non sembrano ancora trovare un punto di
incontro tra Israele e Libano: Olmert
ha ribadito, stamani, che le condizioni israeliane sono il
dispiegamento dell’esercito libanese nel sud del Paese
ed il disarmo degli Hezbollah.
La Rice
ha chiesto, ieri, il rilascio dei
due soldati israeliani sequestrati dai guerriglieri
libanesi e il ritiro più a nord dei miliziani sciiti. Gli
Hezbollah insistono, invece,
per uno scambio di prigionieri. Il
presidente del Parlamento libanese, che ha respinto la
proposta della Rice
giudicandola “inaccettabile” ed “un pericolo per
l’unità del Libano”, aveva anche avanzato, ieri, un
pacchetto di proposte chiedendo il ritiro israeliano dalla
zona contesa delle Fattorie di Sheeba,
al confine fra Libano, Siria ed Israele. La
difficile situazione libanese e soprattutto la crisi nei
Territori palestinesi, dove stamani un nuovo raid
israeliano ha causato il ferimento di otto persone, è al
centro infine dell’incontro, iniziato poco fa a Ramallah,
tra Condoleezza Rice
ed il presidente palestinese, Abu
Mazen. Durante il colloquio,
la signora Rice ha detto che
la regione mediorientale “ha bisogno di una pace
sostenibile”.
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E
intanto a Roma si tiene oggi una conferenza stampa in
vista della Conferenza internazionale sul Libano, in
programma domani nella sede del Ministero degli Esteri.
Ascoltiamo il nostro inviato alla Farnesina,
Giancarlo
La Vella
:
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“Ultime
ore per la messa a punto della Conferenza ospitata dal
Ministero degli Esteri italiano, a cui
tutta la comunità internazionale guarda con la speranza
che venga tracciata una via decisiva alla tregua in
Libano, obiettivo impellente dopo due settimane di
sanguinosi scontri. Primo fra tutti,
il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi
Annan, già arrivato stamane
nella capitale, prima di partire ha auspicato che
dall’incontro di Roma escano proposte concrete: in
pratica, un immediato cessate-il-fuoco e
l’organizzazione di una forza internazionale che vigili
e favorisca il mantenimento della pace. Grande
l’interesse per il vertice di domani: 500 i giornalisti
accreditati da tutto il mondo, anche sette cinesi, per
sapere cosa uscirà fuori dal
confronto tra i ministri degli Esteri di 15 Paesi, tra cui
Libano, Stati Uniti, Gran Bretagna, Arabia Saudita,
Giordania e l’Italia, Paese ospitante. Cinque gli
organismi multilaterali rappresentati: l’ONU, la Banca
Mondiale, l’Unione Europea presente con l’alto
responsabile per la Sicurezza, Solana,
la Commissione europea e la presidenza di turno
finlandese. La Conferenza, è stato detto nel briefing
odierno, non vuole essere un punto d’arrivo nella
difficile crisi mediorientale, ma un forum di dialogo e di
confronto per rilanciare ipotesi per una soluzione della
grave crisi in atto. Fondamentali i temi in agenda: la
crisi umanitaria e l’afflusso degli aiuti, la verifica
delle condizioni politiche per una possibile tregua e le
iniziative per il possibile raggiungimento e mantenimento
della pace. Infine, la ricostruzione delle aree colpite
dal conflitto. Allargamento, quindi, della visuale a tutta
l’area mediorientale, per una soluzione delle altre
crisi attraverso soluzioni stabili, condivise e
sostenibili. Insomma, da Roma non giungeranno risposte
definitive sul conflitto israelo-libanese,
ma di sicuro ci si attende la messa in moto di un processo
che porti quanto prima alla pace.
Dal
Ministero degli esteri italiano,
Giancarlo La Vella, Radio
Vaticana.
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E
in Libano, dove la situazione è sempre più critica,
aumenta il numero di quanti cercano di abbandonare il
Paese: dall’inizio delle operazioni militari israeliane,
sono più di centomila i cittadini libanesi che hanno
trovato rifugio in Siria e migliaia gli stranieri
rimpatriati nei rispettivi Paesi. Ascoltiamo al microfono
di Amedeo Lomonaco la testimonianza di Pascal,
libanese con cittadinanza italiana, arrivato la settimana
scorsa in Italia dopo un estenuante viaggio:
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R.
– Io ero un uomo adulto e solo; il viaggio è stato
stancante. C’erano nel mio gruppo donne sole con
bambini. Comunque, devo dire che l’ambasciata italiana
è stata molto tempestiva e molto efficiente, tra le prime
ad attivarsi. Il viaggio è stato faticoso: alle cinque
del mattino, siamo andati con un convoglio di autobus fino
al porto dove ci siamo imbarcati su una nave militare;
quindi, siamo arrivati a Cipro. Lì c’era l’unità di
crisi che ci aspettava. Poi, con dei voli civili ci hanno
portato a Roma. Il viaggio è durato 25 ore.
D.
– E quando sei partito, quale Libano hai lasciato?
R.
– Purtroppo, un Libano paralizzato, distrutto a livello
di infrastrutture. Per l’ennesima volta, i libanesi
pensavano che l’esperienza della guerra fosse un dramma
concluso. Pensavano che il Paese si stesse riprendendo ed,
invece, è scoppiato questo
nuovo conflitto.
D.
– A parte le posizioni specifiche degli israeliani e
degli Hezbollah, qual è la
percezione della popolazione libanese di questo conflitto?
R.
– C’è in Libano una unione,
anche se non c’è un consenso. Per quello che c’è
stato, sia da parte degli Hezbollah
sia da parte di Israele, non c’è il consenso della
popolazione. Però adesso, a livello umanitario, tutti i
libanesi sono uniti. Nella maggior parte, fino a due terzi
dei libanesi considerano non giusta l’azione degli Hezbollah
contro Israele.
D.
– Gli Hezbollah quale Libano
rappresentano?
R.
– Noi li consideriamo uno Stato dentro lo Stato: loro
hanno finanziamenti enormi, hanno un arsenale molto
più fornito di quello dell’esercito libanese.
Rifiutano, poi, di applicare l’Accordo di Taif,
in base al quale gli Hezbollah
devono consegnare le armi e lasciare il controllo del sud
del Libano all’esercito libanese. Si sono sempre
rifiutati, sostenendo che Israele occupava il Sud. Ma nel
2000, le forze israeliane hanno lasciato la parte
meridionale del Libano. Gli Hezbollah
hanno comunque mantenuto le armi e sono rimasti nel sud.
D.
– Cosa rappresenta la Siria, oggi, per i libanesi,
soprattutto in questa situazione di conflitto?
R.
– Due terzi della popolazione teme che
la Siria
possa tornare ed esercitare un’influenza ancora più
forte in Libano; c’è poi un terzo dei libanesi per i
quali questa ipotesi è una speranza: secondo i libanesi
pro siriani, il Libano senza
la Siria
non ha futuro. Per me, questo è sempre stato il problema
del Libano: molti pensano che noi libanesi non possiamo
raggiungere risultati importanti da soli e che dobbiamo
sempre appoggiarci a qualcuno al di fuori del Libano. E
questo, secondo me, è lo sbaglio.
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Per la Radio Vaticana, Amedeo
Lomonaco, 25 luglio 2006

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