La
Stampa,
22
maggio
2002
di
Jean-Paul
Ngoupandé,
ex
primo
ministro
della
Repubblica
Centrafricana,
deputato
dell'opposizione
in
esilio
Il
discredito
che
colpisce
gli
africani
non
ha
l'eguale
nella
storia
contemporanea
dell'umanità.
Durante
i
secoli
della
tratta
dei
negri,
eravamo
senza
alcun
dubbio
delle
vittime.
Oggi
siamo
noi
stessi
i
principali
becchini
del
nostro
presente
e
del
nostro
futuro.
Alla
fine
dell'era
coloniale
disponevamo
di
apparati
statali
certo
embrionali,
ma
che
avevano
il
grande
merito
di
assolvere
efficacemente
i
compiti
elementari
che
erano
stati
loro
affidati:
sicurezza,
sanità
pubblica,
sistema
scolastico
nazionale,
manutenzione
delle
vie
di
comunicazione. Oggi
nella
maggior
parte
dei
nostri
paesi
gli
Stati
sono
liquefatti:
le
guardie
pretoriane
e
le
milizie
politico-etniche
hanno
soppiantato
l'esercito,
la
polizia
e
la
gendarmeria,
che
si
sono
ridotte
a
ombra
di
se
stesse.
L'insicurezza
è
generalizzata,
le
nostre
strade
e
le
vie
delle
nostre
città
sono
ridotte
alla
condizione
di
bassifondi.
La
tragedia
dell'Aids
ci
ricorda
drammaticamente
che
con
amministrazioni
efficienti
e
responsabili
avremmo
potuto
arginare
questo
flagello
nella
fase
iniziale.
Invece
più
di
venti
milioni
di
africani,
in
maggioranza
giovani
e
quadri
altamente
addestrati,
sono
già
stati
strappati
alla
vita,
vittime
delle
tergiversazioni
dei
nostri
Stati
e
di
un
clima
sociale
deleterio
e
frivolo
in
cui
si
è
dissolto
il
senso
della
responsabilità
individuale
e
collettiva.
Le
crisi
politico-militari
e
le
violenze
di
ogni
specie,
l'impoverimento
degli
Stati
presi
in
ostaggio
da
consorterie
predatrici,
la
propensione
dei
dirigenti
a
preoccuparsi
essenzialmente
della
loro
sicurezza
e
dei
mezzi
per
conservare
il
potere:
tutto
questo
ha
condotto
un
po'
dappertutto
al
naufragio
di
un
settore
così
decisivo
per
il
presente
e
il
futuro
come
quello
dell'istruzione.
L'insicurezza
e
il
disordine
generalizzato,
la
criminalizzazione
strisciante
di
Stati
sempre
più
controllati
da
sistemi
mafiosi,
le
goffaggini
amministrative
e
l'assenza
di
regole
trasparenti
-
tutti
fenomeni
generati
da
una
corruzione
endemica
-
fanno
sì
che
gli
investitori
privati
non
si
affollino
certo
alle
nostre
porte.
E
anche
i
donatori
pubblici
ci
considerano
ormai
pozzi
senza
fondo
e
casi
di
accanimento
terapeutico.
Colonialismo
falso
alibi
Più
di
quarant'anni
dopo
l'ondata
indipendentista
degli
anni
Sessanta,
non
possiamo
più
continuare
a
imputare
la
responsabilità
esclusiva
delle
nostre
disgrazie
al
colonialismo,
al
neocolonialismo
delle
grandi
potenze,
ai
Bianchi,
agli
uomini
d'affari
stranieri,
e
chi
più
ne
ha
più
ne
metta.
Occorre
che
accettiamo
finalmente
la
realtà:
i
principali
colpevoli
siamo
noi.
Lo
slittamento
dei
nostri
paesi
verso
la
violenza,
il
lassismo
nella
gestione
degli
affari
pubblici,
il
saccheggio
su
grande
scala,
il
rifiuto
del
riconoscimento
reciproco
da
parte
di
etnie
e
regioni:
tutto
questo
ha
cause
prevalentemente
endogene.
Ammetterlo
sarà
il
punto
di
partenza
della
presa
di
coscienza,
e
dunque
della
saggezza.
Mi
si
potrà
obiettare
che
questo
significa
liquidare
troppo
facilmente
le
responsabilità
del
mondo
esterno.
Ma
sono
quarant'anni
che
non
facciamo
altro
(soprattutto
noi,
gli
intellettuali)
che
lanciare
accuse
di
questo
tipo.
Il
problema
è
che
oggi
gli
accusati
non
prestano
più
la
minima
attenzione
alle
nostre
requisitorie,
le
quali,
sia
detto
per
inciso,
sono
discretamente
invecchiate,
perché
il
mondo
di
cui
parliamo
non
è
più
il
loro.
Al
di
là
del
Mediterraneo
e
dell'Atlantico,
le
nostre
lamentele,
il
nostro
gesticolare
non
interessano
più
a
nessuno.
La
mia
paura
è
in
verità
che
ci
stiamo
sbagliando
di
pianeta.
Dopo
la
fine
del
conflitto
ideologico
tra
Est
e
Ovest,
gli
africani
non
costituiscono
più
una
posta
da
guadagnare
o
da
perdere,
perché
non
pesano
più
nella
nuova
competizione,
quella
della
conquista
di
mercati
in
espansione.
L'1,5
per
cento
degli
scambi
commerciali
mondiali
(e
il
40
per
cento
di
quest'1,5
riguarda
il
paese
di
Mandela):
ecco
ciò
che
rappresenta
l'Africa
subsahariana
sul
nuovo
scacchiere
del
nostro
pianeta.
In
altre
parole,
noi
non
siamo
niente,
e
non
abbiamo
voce
in
capitolo.
Non
è
difficile
rendersene
conto,
per
poco
che
si
presti
attenzione
alle
preoccupazioni
dei
grandi
decisori,
ai
flussi
commerciali
e
ai
centri
d'interesse
dei
media.
In
questo
inizio
del
terzo
millennio,
esiste
dunque
per
noi
un'urgenza
assoluta:
è
indispensabile
che
riflettiamo
su
che
cosa
noi,
in
prima
persona,
dobbiamo
fare
per
voltare
le
spalle
alla
logica
dell'autodistruzione,
per
tentare
di
reinserirci
nell'economia
mondiale
e
per
cercare
a
ogni
costo
di
farla
finita
con
la
marginalizzazione.
Il
primo
segno
che
attendono
da
noi
i
rari
uomini
di
buona
volontà
che
si
esprimono
ancora
in
favore
dell'Africa
è
che
cominciamo
finalmente
a
denunciare
la
radice
della
malattia
africana:
noi
stessi,
in
altre
parole
i
nostri
dirigenti,
le
nostre
élites,
e
anche
le
nostre
popolazioni,
la
cui
rassegnazione
talvolta
disarmante
lascia
il
campo
libero
ai
signori
della
guerra
e
offre
un
margine
di
manovra
ai
governi
tribalisti
e
prevaricatori.
Un
principio
di
visibilità
della
nostra
presa
di
coscienza
deporrebbe
a
nostro
favore
e
incoraggerebbe
coloro
i
quali
ritengono
che
non
è
ragionevole
cancellare
dal
gioco
mondiale
più
di
700
milioni
di
africani
subsahariani.
In
questo
infatti
consiste
l'altra
faccia
del
dibattito
sull'Africa:
nel
senso
che
bisogna
dare
all'afro-pessimismo
radicale.
Col
pretesto
che
esistono
impedimenti
che
sono
alimentati
dagli
stessi
africani,
e
che
creano
problemi
apparentemente
insolubili,
il
punto
di
vista
sempre
più
diffuso
nei
paesi
sviluppati
è
che
si
deve
ignorare
una
volta
per
tutte
il
continente
nero,
rivelatosi
congenitamente
incapace
di
farsi
carico
di
se
stesso.
Dunque
basta
con
l'Africa,
essa
è
perduta
per
lo
sviluppo,
a
tal
punto
che
diventa
problematica
persino
l'assistenza
umanitaria,
l'unica
cosa
che
sia
ancora
possibile
fare
nel
nostro
continente.
Incredibile
miopia!
L'Africa
è
contigua
all'Europa:
lo
stretto
di
Gibilterra
misura
una
quindicina
di
chilometri,
e
circa
200
chilometri
separano
il
Capo
Bon
dalla
Sicilia.
La
decomposizione
di
un
continente
così
vicino
non
può
non
porre
dei
problemi
a
nord
del
Mediterraneo.
L'11
settembre
2001
c'insegna
che
l'interdipendenza
è
più
che
mai
la
regola
sul
nostro
pianeta,
e
che
i
problemi
sono
molto
più
condivisi
di
quanto
generalmente
si
pensi.
Non
esistono
più
compartimenti
stagni.
In
occasione
del
vertice
che
ha
organizzato
a
Dakar
il
17
ottobre
dello
scorso
anno,
e
che
purtroppo
non
ha
mobilitato
molti
dirigenti
africani,
il
presidente
Aboulaye
Wade
ha
osservato,
con
una
formula
azzeccatissima,
che
l'Africa
è
diventata
un
grande
imbuto
per
cui
passa
ogni
sorta
di
traffici
illeciti.
Basta
osservare
la
«sicurezza»
nei
nostri
aeroporti
e
alle
nostre
frontiere
terrestri
e
marittime,
la
facilità
con
cui
stranieri
poco
raccomandabili
possono
procurarsi
i
nostri
passaporti
diplomatici,
accompagnati
da
valigie
altrettanto
«diplomatiche»
che
servono
a
far
passare
sottobanco
diamanti,
oro,
valuta
(anche
falsa),
droga
e
ogni
specie
di
refurtiva. Dunque
nulla
da
obiettare
quando
i
nostri
amici
francesi
ci
interpellano
con
franchezza
sullo
sgretolamento
dei
nostri
paesi,
di
cui
siamo
i
principali
responsabili.
È
bene
che
non
abbiamo
paura
di
dirci
la
verità
in
faccia.
Il
complesso
del
colonizzatore
non
ha
più
ragion
d'essere:
l'amicizia
deve
ormai
nutrirsi
di
verità,
comprese
le
verità
sgradevoli.
I
peggiori
per
noi
sono
quelli
che
giocano
a
lisciarci
il
pelo.
La
pacca
sulla
spalla
è
certo
un
gesto
amichevole,
a
condizione
però
che
non
ci
rafforzi
nell'idea
infantile
secondo
la
quale
siamo
le
gentili
e
innocenti
vittime
di
un
complotto
internazionale
contro
l'Africa.
Non
devono
adularci.
Quanto
a
noi,
guadagneremo
in
credibilità
a
partire
dal
momento
in
cui
saremo
capaci
di
guardarci
allo
specchio,
riconoscendo
finalmente
che
tutto
quel
che
ci
accade
è
innanzitutto
colpa
nostra.
Saremo
allora
più
credibili
quando
diremo
a
tutti
coloro
che
considerano
l'Africa
un
continente
perduto
che
hanno
torto.
Non
vogliamo
aiuti
a
pioggia
Essa
è
certo
in
panne,
ma
decretare
la
sua
definitiva
uscita
di
scena
non
risolve
nessun
problema.
Tra
la
condiscendenza,
che
significa
disprezzo
e
riduzione
a
uno
stato
infantile,
e
l'abbandono
mascherato,
che
è
una
forma
della
politica
dello
struzzo,
c'è
posto
per
un
esame
responsabile
della
crisi
africana.
Un
esame
del
genere
non
può
non
cominciare
prendendo
le
distanze
dai
luoghi
comuni,
e
in
particolare
dalle
generalizzazioni
frettolose
e
dalle
conclusioni
radicali.
L'Africa
è
un
continente.
È
il
primo,
elementare
punto
che
occorre
ricordare.
Su
53
Stati,
ce
ne
devono
pur
essere
due,
tre
o
quattro
disposti
a
imboccare
la
via
della
serietà.
Solo
un'osservazione
attenta
e
non
dogmatica
permetterà
di
individuarli.
E
una
volta
trovatili,
l'interesse
dell'Africa,
dell'Europa
e
del
mondo
esige
che
siano
risolutamente
sostenuti,
rinunciando
a
quella
politica
dei
finanziamenti
a
pioggia
che
non
ha
mai
avviato
un
ciclo
di
sviluppo.
Un
appoggio
deciso
e
massiccio
accordato
a
paesi
che
abbiano
chiaramente
manifestato
la
loro
volontà
di
uscire
dall'impasse
mediante
la
serietà
e
il
lavoro
duro
servirebbe
da
contro-esempio
per
i
cattivi
amministratori.
E´
d'altronde
ciò
che
aveva
preconizzato
il
presidente
Mitterrand
in
occasione
del
XVI
vertice
che
nel
1990
riunì
i
capi
di
Stato
africani
e
quello
francese.
Erik
Orsenna
era
al
suo
fianco,
e
si
dice
fosse
la
forza
ispiratrice
dietro
l'ormai
celebre
discorso
di
La
Baule.
Da
questo
punto
di
vista,
un'eccessiva
concentrazione
dell'attenzione
sui
signori
della
guerra
è
un'altra
trappola
in
cui
il
continente
rischia
di
cadere.
Oggi,
per
attirare
l'attenzione
della
comunità
internazionale
è
meglio
essere
un
capo
ribelle
o
un
presidente
sovvertitore
che
non
un
amministratore
serio
e
discreto.