martedì,
20 gennaio 2004
La guerra
civile in Sudan è in corso ormai da 20 anni, e vede
opporsi il governo settentrionale di Karthoum ed i ribelli
del Sudan People's Liberation Army (SPLA), che rivendicano
l'indipendenza delle regioni meridionali del Paese.
Una delle
principali motivazioni di questa guerra (oltre a questioni
economiche e territoriali) è sicuramente la profonda
differenza etnica, sociale e religiosa esistente tra il
Nord nazionalista, arabo e islamico ed il Sud nero e
cristiano-animista, organizzato in strutture di stampo
prevalentemente tribale.
Tale
contrapposizione, portata alle estreme conseguenze da
rivalità etniche, aveva già condotto le parti a
combattersi in un primo conflitto che insanguinò il sud
Sudan dal 1955 al 1972, poco prima che i Paese
raggiungesse l'indipendenza dall'Inghilterra; le ostilità
ebbero inizio quando una guarnigione governativa dell'Equatoria
Corps si ammutinò e diede origine ad una lotta armata
contro Khartoum.
In
seguito, i guerriglieri si riorganizzarono e diedero vita
al gruppo Anya Nya, a sua volta accorpato ad altre fazioni
minori per formare l'SSLM (Southern Sudan Liberation
Movement), diretto da Joseph Lagu. Nel 1972 quest'ultimo
firmò la pace con l'allora dittatore sudanese Nimeiri, ad
Addis Abeba.
Agli
accordi seguì dunque un periodo di transizione
sostanzialmente pacifico, in cui gli Stati dell'Equatoria,
Bahr-el-Ghazal e Upper Nile raggiunsero un relativo grado
di autonomia.
Tuttavia,
la situazione precipitò nuovamente nove anni dopo: la
scintilla che scatenò il secondo conflitto ebbe luogo nel
maggio del 1983, quando Nimeiri decise di estendere la
Sharia (la legge islamica) anche alle popolazioni
cristiane del sud.
Anche stavolta diverse divisioni governative di stanza
nella regione si ammutinarono; una di esse, comandata da
John Garang (che aveva ricevuto un addestramento militare
negli USA) divenne il nucleo di base della guerriglia
dell'SPLA.
Successivamente
i ribelli iniziarono a ricevere finanziamenti da
amministrazioni o gruppi armati di Paesi vicini e lontani,
fra cui Uganda, Eritrea, Chad, Stati Uniti e Israele.
Da
allora, i due eserciti si sono fronteggiati senza sosta
fino a pochi mesi fa; i venti anni di guerra sono stati
segnati da combattimenti estremamente feroci, condotti
anche con armi "non convenzionali" (il regime è
stato più volte accusato dell'utilizzo dei gas letali).
Nel 1998 gli Usa hanno bombardato una fabbrica di armi
chimiche vicino alla capitale, accusando Khartoum di
fornire armi al terrorismo internazionale.
Il
conflitto, concentratosi quasi esclusivamente nel sud del
Paese, ha colpito in particolar modo la popolazione
civile, tra cui si registrano gran parte degli oltre due
milioni di vittime; inoltre, in centinaia di migliaia
hanno perso la vita a causa delle carestie e delle
epidemie connesse con la guerra, mentre altri quattro
milioni e mezzo di persone hanno dovuto abbandonare le
proprie case e rifugiarsi nei campi profughi locali o dei
Paesi confinanti (Uganda e Kenya in particolare).
Governo e
ribelli si sono resi responsabili di gravissime violazioni
dei diritti umani; per vent'anni l'aviazione ha bombardato
incessantemente i villaggi, colpendo case, scuole, edifici
pubblici, mercati e chiese. Le stragi di civili sono state
quasi quotidiane, come testimonia l'enorme numero di fosse
comuni rinvenute; inoltre, migliaia di persone,
soprattutto donne e bambini, sono state rapite e deportate
al nord come schiavi.
L'SPLA ha
arruolato, spesso con la forza, un gran numero di bambini
tra le sue milizie; inoltre i ribelli sono stati accusati
di esercitare un opprimente monopolio sugli aiuti
umanitari (che sovente sono stati negati alla popolazione,
aggravando maggiormente il problema della fame e della
carestia).
Negli
ultimi anni il tentativo di controllo dei giacimenti
petroliferi e delle altre risorse dei territori
meridionali ha preso il sopravvento su ogni altra
questione, diventando così il vero motivo della guerra.
Le enormi
ricchezze del sud - fra cui, oltre al petrolio, anche
acqua, terreni coltivabili, bestiame, minerali, che non si
trovano nel nord principalmente desertico - rappresentano
da sempre un fortissimo richiamo per la classe dirigente
(dal 1989 sotto la guida di Omar Hassan al-Bashir), ed ai
grandi amministratori e proprietari terrieri ad essa
legati; ad aggravare la situazione si è aggiunto
l'intervento di influenti multinazionali petrolifere
straniere, che hanno fomentato la campagna di guerra di
Khartoum per tentare di conquistare quante più "aree
produttive" a sud.
Si è così
instaurato un circolo vizioso, attraverso cui il regime ha
utilizzato gran parte dei ricavi dell' "oro
nero" per acquistare armi sempre più distruttive, e
prendere il controllo di un numero sempre maggiore di
giacimenti.
Centinaia
di migliaia di civili sono stati così scacciati o uccisi
unicamente per il fatto di abitare nei pressi di campi
petroliferi, e talvolta, secondo numerose denunce di
osservatori indipendenti, le multinazionali non hanno
esitato a scatenare i propri eserciti privati sulla
popolazione. La canadese Talisman Energy, ora ritiratasi
dal Paese, ha ricevuto durissime accuse a riguardo, ma
certamente non è stata l'unico caso.
Solo lo
scorso anno sono stati compiuti importanti passi avanti
sul piano diplomatico, dopo due decenni di indifferenza da
parte della comunità internazionale. Sono stati infatti
aperti i colloqui di pace in Kenya che, fra alterni e
discontinui risultati, hanno portato ad un
cessate-il-fuoco che dovrebbe preludere ad una pace
definitiva: per cui, dopo sei anni di
"transizione", il sud del Paese dovrà
raggiungere una larga autonomia da Khartoum, insieme
all'autodeterminazione ed all'utilizzo di una consistente
percentuale delle risorse naturali locali.
Le
trattative sono supportate dall'IGAD (Inter-Governmental
Authority for Developement), che abbraccia diversi Paesi
confinanti, oltre anche agli USA.
Proprio l'intervento del governo americano, anche se non
certamente mirato per questioni umanitarie, è stato
determinante nel raggiungimento di una intesa di massima:
Washington ha infatti promesso enormi finanziamenti alle
parti in cambio di un accordo di pace, che dovrebbe
portare ad un significativo aumento della produzione di
petrolio.
Mentre a
sud, nonostante la tregua abbia subito numerose
violazioni, sembra faticosamente aprirsi uno spiraglio di
pace, nuovi timori sorgono per le crescenti violenze nella
provincia del Darfur, regione desertica situata nel
nord-ovest del Paese, ed abitata per lo più da tribù
islamico-animiste nomadi.
Negli
ultimi anni quest'area è stata al centro di una campagna
di repressione da parte del regime, che ha cercato di
stabilirne il controllo utilizzando il pugno di ferro,
tramite rastrellamenti, arresti e condanne a morte di
oppositori, oltre ad abusi sulla popolazione civile da
parte dell'esercito stesso o di squadre paramilitari.
A partire
dalla fine di febbraio alcune delle etnie locali più
rappresentate (fra cui i Fur e i Masalit), a quanto pare
sostenute dall'SPLA e da altri Paesi stranieri, hanno
cominciato una campagna di lotta armata contro il governo,
che a sua volta ha reagito rifiutando qualsiasi soluzione
negoziale e replicando agli attacchi.
Fonte:
www.warnews.it

