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PRIMA
PARTE
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da
"Le
Monde Diplomatique", luglio 2001
Nel
giugno scorso, il presidente americano George W. Bush, in Europa per la sua
prima visita ufficiale all'estero, ha deliberatamente scelto di non fermarsi a
Londra, né a Parigi, né a Berlino. Da qualche mese, le relazioni tra le due
sponde dell'Atlantico si sono raffreddate: marcato disaccordo sulla pena di
morte e sulla politica ambientale (protocollo di Kyoto), tiepido disaccordo sul
rilancio da parte dell'amministrazione repubblicana di una iniziativa di
"difesa" strategica che rimetterebbe in causa i trattati di disarmo
conclusi con Mosca. Ma la defezione di un senatore ha fatto perdere ai
repubblicani la strettissima maggioranza di cui potevano disporre in questa
assemblea, che svolge un ruolo importante nella definizione della politica
estera. Su un punto, tuttavia, tutti sembrano d'accordo: mentre le spese
pubbliche americane subiranno presto il contraccolpo del rallentamento della
crescita e del gigantesco taglio fiscale approvato a giugno, il bilancio
militare continuerà inesorabilmente ad aumentare.
dal
nostro inviato speciale PHILIP S. GOLUB
"Siamo
al centro", proclamava il senatore Jesse Helms nel 1996, "e al centro
dobbiamo restare (...) Gli Stati uniti devono guidare il mondo, tenendo alta la
fiaccola morale, politica e militare del diritto e della forza, e proporsi come
esempio a tutti i popoli della terra (1)" Pochi anni dopo, il
neo-conservatore Charles Krauthammer scriveva, con altrettanta immodestia:
"L'America scavalca il mondo come un gigante (...) Da quando Roma distrusse
Cartagine, nessun'altra grande potenza si è innalzata al culmine cui siamo
giunti noi (2)". Il "momento unipolare", diceva profetico, durerà
"almeno un'altra generazione".
E,
proiettandosi ancora più in là nel futuro, un altro autore ha potuto
affermare: "Il XVIII secolo è stato francese, il XIX inglese ed il XX
americano. Il prossimo sarà un altro secolo americano (3)".
Questi
inni trionfali ci danno la misura dell'euforia imperiale che dilaga nella destra
americana dopo la fine della guerra fredda, e della distanza immane che ci
separa dagli anni '80, quando autori del calibro di Paul Kennedy credevano di
intravedere i segni strutturali di un appannamento dell'egemonia americana.
Ma,
invece di rallentare il passo, gli Stati uniti a partire dal 1991 occupano una
posizione unica, senza precedenti nella storia moderna. A differenza dell'impero
britannico che, alla fine del XIX secolo, doveva affrontare l'ascesa del rivale
prussiano, gli Usa non vedono di fronte a sé nessun avversario strategico in
grado di rimettere in discussione i grandi equilibri planetari in un futuro
prevedibile. Come se non bastasse, i loro principali concorrenti economici,
europei e giapponesi, sono anche i loro alleati strategici.
Sul
piano politico, gli Usa hanno visto ampliarsi la sfera della loro sovranità ed
aumentare i loro margini di manovra. Sul piano economico, sono sempre loro a
stabilire le regole, le norme ed i vincoli del sistema internazionale (4).
Conservare
questo status quo favorevole è dal 1991 l'obiettivo precipuo e costante della
politica estera americana. Una finalità che si coniuga in vario modo, secondo
il carattere alternativamente più o meno cooperativo, più o meno coercitivo
delle iniziative della Casa bianca. L'amministrazione Clinton aveva privilegiato
la diplomazia economica e, entro certi limiti, la cooperazione multilaterale,
mentre la nuova amministrazione si rivela sensibile alla tentazione della forza
e dell'azione unilaterale di allargare sempre più i confini dell'egemonia
americana.
Al
potere da appena sei mesi, George W. Bush e la sua squadra di governo hanno
irrigidito notevolmente le relazioni bilaterali con la Cina; rimesso in
discussione il trattato Abm del 1972 con la loro decisione di mettere a punto il
sistema di difesa antimissile Nmd; annunciato la loro intenzione di
militarizzare lo spazio; bocciato il protocollo di Kyoto sull'ambiente; silurato
il lavoro dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse)
sul controllo dei paradisi fiscali; fatto capire senza tante perifrasi che, nel
contenzioso con l'Unione europea sulla fiscalità offshore delle imprese
americane, sono pronti a sfidare le decisioni dell'Organizzazione mondiale del
commercio (Omc) e del suo braccio disciplinare (Ord), l'Ufficio per la
composizione delle controversie, qualora venissero comminate sanzioni a loro
danno (5). Infine, l'amministrazione Bush si sta adoperando per dare scacco alla
Corte penale internazionale (Cpi) che aveva ricevuto dopo lunghe esitazioni
l'adesione del presidente Clinton (6).
Un
giorno dopo l'altro, si allunga la lista di questi "atti piromani",
secondo la felice espressione coniata da Stanley Hoffman, della Harvard
University: atti che manifestano la volontà costante di privilegiare l'azione
unilaterale, ed il concomitante rifiuto dell'eventualità che i trattati
multilaterali ed il diritto internazionale possano circoscrivere, per quanto
marginalmente, la sovranità degli Stati uniti. Al punto che John Bolton, da
poco nominato assistente di Colin Powell agli Affari esteri, avrebbe affermato
in privato che "il diritto internazionale non esiste".
Occorre
fare un passo indietro, per comprendere questa deriva verso l'unilateralismo.
Dopo lo smembramento dell'Unione sovietica, gli Stati uniti potevano scegliere
fra numerose grandi opzioni strategiche.
Semplificando,
possiamo ridurle a tre. In primo luogo, privilegiare la cooperazione ed il
multilateralismo in una prospettiva di cogestione di un sistema mondiale in via
di multipolarizzazione e di pacificazione (fra gli stati principali). In secondo
luogo, adottare una politica classica di equilibrio delle forze, ispirandosi
all'esempio della Gran Bretagna nell'Europa del XIX secolo. Infine, perpetuare
l'unipolarità attuando una "strategia di primato", secondo i desideri
del senatore Helms e dei suoi amici. Le prime due opzioni consentono alcune
possibilità combinatorie, come si è visto dall'attento dosaggio di
cooperazione e di vincoli introdotto fin dal 1989 nella gestione delle relazioni
bilaterali con la Cina. Ma la grammatica della forza e dei vincoli non lascia
alternative alla terza opzione strategica.
La
cosiddetta "strategia di primato" è stata elaborata dal Pentagono nel
1992 in un documento riservato, Defense Policy Guidance 1992-1994 (Dpg). Scritto
a quattro mani da Paul Wolfowitz e I. Lewis Libby, oggi segretario aggiunto alla
difesa l'uno e consigliere per la sicurezza del vicepresidente Dick Cheney
l'altro, il documento esortava decisamente a "impedire a qualsiasi potenza
ostile il dominio di regioni le cui risorse le consentirebbero di accedere allo
status di grande potenza", a "dissuadere i paesi industriali avanzati
da qualsiasi tentativo che miri a contestare la nostra leadership o a ribaltare
l'ordine politico ed economico costituito" e a "impedire l'ascesa di
un futuro concorrente globale (7)". Tutte queste raccomandazioni sono state
scritte all'apice del "momento unipolare", poco dopo il crollo dell'Urss
e la guerra contro l'Iraq.
È
un dettaglio storico significativo, perché la guerra del Golfo ha avuto un peso
decisivo nella rimobilitazione delle forze armate americane. Ha giustificato
anni di bilanci militari elevati e legittimato la continuità nell'esistenza
dell'arcipelago militare planetario degli Stati uniti, la rete mondiale delle
loro forze armate, contro quegli "stati canaglia" in grado di
minacciare gli equilibri strategici regionali. Nel febbraio 1991 Cheney, allora
segretario alla difesa, considerava la guerra del Golfo la "prefigurazione
tipica del genere di conflitto che potremmo conoscere nella nuova era [...].
Oltre che nel sud-ovest asiatico, abbiamo interessi importanti in Europa, in
Asia, nel Pacifico, in America latina e in America centrale. Dobbiamo
configurare le nostre linee politiche e le nostre forze in modo tale da essere
dissuasive o comunque sconfiggere rapidamente simili minacce regionali future
(8)".
A
ben guardare, quindi, la guerra (del Golfo) ha salvato un Pentagono ed un
complesso militare-industriale fortemente preoccupati di fronte alla prospettiva
di una vasta smobilitazione, in seguito alla scomparsa dell'Unione sovietica.
Ma, come hanno osservato all'epoca Robert Tucker e David Hendrickson,
"dimostrando che la potenza militare conservava inalterata tutta la sua
importanza nelle relazioni fra Stati", tale guerra è stata anche
"percepita negli Stati uniti come un duro colpo, forse un colpo mortale,
inferto alla concezione di un mondo multipolare". Già concorrenti
economici scarsamente autonomi, tedeschi e giapponesi durante il conflitto si
erano rivelati "più che mai subalterni rispetto alla potenza militare
americana" (9).
La
"strategia di primato" è stata accantonata durante la presidenza
Clinton, che ha privilegiato il consolidamento degli interessi nazionali tramite
le istituzioni multilaterali (dominate dagli Stati uniti, sia detto per inciso)
e l'attuazione di una strategia internazionalista liberale imperniata sulla
globalizzazione - con un certo successo, a giudicare dai risultati ottenuti.
La
smobilitazione di Clinton Se È vero che, a partire dal 1945, tutti i capi di
Stato americani, da Harry Truman a George Bush (padre) sono stati
"presidenti di guerra", come li definiva lo storico Ronald Steel,
Clinton aveva invece la possibilità di agire diversamente. Ed effettivamente
durante la sua presidenza il centro di gravità del potere si è spostato, in
qualche misura, dagli apparati di sicurezza nazionale verso il Ministero delle
finanze ed il nuovo Consiglio di sicurezza economica alla Casa bianca. I grandi
finanzieri come Robert Rubin si sono imposti sulla scena politica mondiale,
orchestrando la globalizzazione e gestendone le crisi. D'altronde, il presidente
aveva annunziato già nel 1992, prima ancora della sua investitura, che la
liberalizzazione economica e gli scambi commerciali sarebbero stati in futuro
gli strumenti privilegiati della diplomazia americana. Una scelta che si è
concretizzata negli accordi di libero scambio stipulati col Messico ed il Canada
nel 1993, la ratifica dell'Omc nel 1994, la liberalizzazione finanziaria
nell'est asiatico e la politica di engagement con la Cina e la Russia.
Era
una scelta logica privilegiare il fattore economico rispetto a quello
strategico: se lo scontro bipolare aveva giustificato quarant'anni di
mobilitazione militare, la sua scomparsa creava le premesse per un
capovolgimento delle priorità. Le forme d'intervento dello Stato dovevano
modificarsi, per accompagnare e valorizzare appieno l'apertura della Cina, lo
sviluppo folgorante delle economie emergenti nell'est asiatico, e la fase di
transizione nell'Europa centrale e orientale.
Lo
Stato di sicurezza nazionale doveva in qualche modo cedere il passo allo
"Stato globalizzatore".