Fonte:
tesi di laurea discussa
alla Facoltà di Giurisprudenza di Napoli dalla dottoressa
Daniela Capone (
) sul
tema: "Profili dell’usura e della polemica
antiebraica nel Rinascimento. Il
mercante di Venezia di Shakespeare".
Nel
corso del XV secolo si assiste in Italia alla nascita di
un nuovo istituto di credito al consumo, il cosiddetto
“Monte di Pietà”. La locuzione, che traduce il latino
“Mons Pietatis” , indica “monte”, nel senso
economico di cumulo, fondo di valute, adibito a beneficio
dei bisognosi, per fini di misericordia; in sostanza, ci
si sforza di applicare un rimedio all’usura, di trovarne
una nuova fonte di difesa in grado di garantire gli strati
più deboli della società.
Ai
primi del Cinquecento la chiesa cattolica per la prima
volta si pronunciava con un certo possibilismo sul
problema dei prestiti di denaro a interesse. Il Pontefice
Leone X pur confermando la condanna generale dell’usura,
autorizzava il pagamento di piccole somme per le spese di
gestione dei Monti di Pietà.
Verso
la fine del Settecento, la Rivoluzione francese segna la
fine di un’epoca, tanto in politica quanto in economia e
l’Assemblea Nazionale del 1789, riconosciuta dal re
Luigi XVI e proclamatasi in Costituente, deliberò la
soppressione del regime feudale e la dichiarazione dei
diritti dell’uomo e del cittadino; fra le varie libertà
proclamate, c’era anche la libertà del commercio e del
credito.
Ai
primi dell’Ottocento, il codice napoleonico riconosceva
l’autonomia dell’iniziativa privata in campo
economico, garantendo il diritto di proprietà e
concedendo, all’articolo 1905, la facoltà di
“stipulare interessi per il semplice prestito di denaro,
di derrate o di altra cosa mobile”.
Anche
la Chiesa cattolica, da allora in poi, di norma non
avrebbe più condannato l’interesse finanziario in
genere, ma si sarebbe limitata alla sola condanna dei
tassi usurari .
Note