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IL CONCETTO DI USURA NEL TEMPO

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IL CONCETTO DI USURA NEL TEMPO 

Fonte: tesi di laurea discussa alla Facoltà di Giurisprudenza di Napoli dalla dottoressa Daniela Capone (Virgilio Mail ) sul tema: "Profili dell’usura e della polemica antiebraica nel Rinascimento. Il mercante di Venezia di Shakespeare". 

Poche parole hanno assunto, nel corso dei secoli, significati [1] così diversi, per non dire antitetici, come il termine "usura". L'etimo latino del vocabolo, che deriva in ultima istanza dal verbo "utor" (usare).

Infatti, in origine, con il termine usura si designava il frutto del denaro dato in prestito, senza che la parola implicasse significati indegni o moralmente riprovevoli. In seguito, col diffondersi del fenomeno della crescente esosità dei prestatori di denaro, l'uso della parola fu ristretto ad indicare quei prestiti che comportavano una eccessiva gravosità dell'impegno finanziario del debitore.

 

Con il termine usura ci si riferisce alla riscossione da parte di chi presta denaro in operazioni che non debbono dar luogo ad interesse: per questo motivo usura e interesse non sono sinonimi perché l'usura ha luogo laddove non vi è produzione o trasformazione materiale di beni concreti.

Da sempre dunque, il problema della liceità dell’usura, di denaro o altro oggetto fungibile, ha continuamente intrigato filosofi, teologi, moralisti e perfino poeti: tra i pensatori nemici dell’usura ricordiamo Platone, Aristotele, San Tommaso d’Aquino e Karl Marx.

In ogni tempo, la questione dell’usura ha impegnato a fondo le menti dei legislatori di vari Paesi: per esempio, già nel II millennio a.C. il codice di Hammurabi, composto di quasi trecento norme giuridiche, figura anche il tema dell’interesse.

Nella Grecia antica, filosofi e pensatori di grande rilievo, quali Platone e Aristotele, non si discostarono troppo da una valutazione negativa del carattere dell’usura, anche se nella società in cui vivevano la proprietà privata della terra, un alto grado di divisione del lavoro, il commercio (soprattutto marittimo) e l’uso della moneta erano fenomeni già esistenti.

Ma la vera e propria trattazione del concetto di usura avviene nella Bibbia, nel Deuterenomio, dove compaiono precetti contro chi pratica l’usura nei confronti del proprio fratello. Il Deuterenomio formò uno dei cardini dell’etica basata sulla fratellanza di sangue delle comunità ebraiche: in esso si statuiva la solidarietà del mishpaha (clan) e l’esclusione del nokri (lo straniero) dai privilegi e dagli obblighi della comunità; inoltre proibiva all’ebreo di ritrarre qualunque neshek (interesse) dal proprio fratello, rendendolo lecito, invece, nei confronti del nokri [2].

Per tutto il Medioevo, qualsiasi forma di pagamento di interessi su somme di denaro date e ricevute in prestito, fu considerata usuraia, e pertanto, condannata dalla Chiesa come peccaminosa e vietata dalle leggi dello Stato come reato; quanto alla possibilità ad esercitare l’usura nei confronti dello straniero, questo avveniva da parte ebraica nei confronti dei cristiani, ma non nel senso inverso, poiché i cristiani medievali non hanno considerato gli ebrei come stranieri [3].

Il filosofo e teologo che ebbe maggiore impatto sul pensiero etico-economico nella Chiesa nel Medioevo, e che esercitò l’enorme influsso sui pensatori religiosi e laici che lo seguirono, fu San Tommaso d’Aquino (1225-1274) che considerava ogni forma di usura da condannare come innaturale e quindi peccaminosa.

Nelle sue riflessioni sull’usura San Tommaso attribuisce al peccato dell’avarizia la causa di tale pratica; mentre la società civile e le leggi positive non condannano l’usura per opportunità politiche ed economiche, le leggi ecclesiastiche non possono tollerare nessuna forma permissiva verso le attività usuraie.

Con l’evoluzione dei traffici e con lo sviluppo di una nuova società mercantile di tipo capitalistico, l’accezione del termine usura venne restringendosi, fino a indicare la richiesta e la corresponsione di tassi esorbitanti applicati ai prestiti in denaro, laddove un tasso moderato viene solitamente chiamato interesse.

Con lo sviluppo delle tecniche produttive, con l’intensificarsi delle comunicazioni e dei commerci, il panorama dell’Europa mutò profondamente: si sviluppò sempre di più un’economia di tipo mercantile in cui anche il denaro diventava una merce come le altre, una merce che aveva prezzo, un prezzo costituito dal tasso di interesse.

Al di là di tutte le proibizioni religiose o civili il prestito a interesse diventava sempre più un elemento insostituibile della vita economica; non a caso nacquero a Firenze, Venezia, Milano, Siena i primi grandi banchieri, specializzatisi nel fornire i capitali a compagnie mercantili e agli stessi sovrani in cambio di interessi o di appalti vantaggiosi.

Nel corso del XV secolo si assiste in Italia alla nascita di un nuovo istituto di credito al consumo, il cosiddetto “Monte di Pietà”. La locuzione, che traduce il latino “Mons Pietatis” , indica “monte”, nel senso economico di cumulo, fondo di valute, adibito a beneficio dei bisognosi, per fini di misericordia; in sostanza, ci si sforza di applicare un rimedio all’usura, di trovarne una nuova fonte di difesa in grado di garantire gli strati più deboli della società.

Ai primi del Cinquecento la chiesa cattolica per la prima volta si pronunciava con un certo possibilismo sul problema dei prestiti di denaro a interesse. Il Pontefice Leone X pur confermando la condanna generale dell’usura, autorizzava il pagamento di piccole somme per le spese di gestione dei Monti di Pietà.

Negli stessi decenni anche Martin Lutero (1483-1546), prende di mira l’ usura, attaccando tale pratica con la stessa risolutezza dei padri della Chiesa e dei papi. Anzi nei suoi due  Sermoni sull’usura  del 1519 e del 1520, Lutero non solo ribadisce che il prestito di denaro deve essere gratuito, ma, condanna anche  quel pagamento di un compenso  previsto e ammesso dal diritto  canonico.

Come se non bastasse, la messa in scena del Mercante di Venezia di Shakespeare ebbe in Inghilterra l’effetto di ravvivare ulteriormente le dispute dottrinali sull’usura: al nucleo ideale della commedia, il rapporto dell’uomo col denaro, la critica rivolse l’attenzione al tema dell’usura che si presentava come un importante problema sia economico che morale[4].

La discussione sulla liceità o meno dell’interesse finanziario continuò  all’inizio del secolo XVII. I mercantilisti, pur credendo nella produttività della moneta, erano in favore dell’accumulazione di capitale monetario, e perciò contrari all’esazione di interessi eccessivi. Nel 1625 Francesco Bacone, nel noto saggio sull’usura Of Usurie si pronuncia in favore dell’usura, fenomeno che il filosofo considera inevitabile e per questo da regolamentare attraverso le leggi; il completo rovesciamento della posizione aristotelica sull’usura avviene però nel Settecento a opera di uomini ‘moderni’ il cui pensiero è fortemente condizionato dalle nuove idee dell’Illuminismo: questi affrontarono problemi dell’economia politica e del commercio comprese le questioni relative all’interesse finanziario.

Verso la fine del Settecento, la Rivoluzione francese segna la fine di un’epoca, tanto in politica quanto in economia e l’Assemblea Nazionale del 1789, riconosciuta dal re Luigi XVI e proclamatasi in Costituente, deliberò la soppressione del regime feudale e la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino; fra le varie libertà proclamate, c’era anche la libertà del commercio e del credito.

Ai primi dell’Ottocento, il codice napoleonico riconosceva l’autonomia dell’iniziativa privata in campo economico, garantendo il diritto di proprietà e concedendo, all’articolo 1905, la facoltà di “stipulare interessi per il semplice prestito di denaro, di derrate o di altra cosa mobile”.

Anche la Chiesa cattolica, da allora in poi, di norma non avrebbe più condannato l’interesse finanziario in genere, ma si sarebbe limitata alla sola condanna dei tassi usurari [5]

Note

[1] Questi sono gli etimi e i significati della parola usura: usura, dal tardo latino usuria, che deriva dal latino usura, a sua volta da usus, participio passato di utor

[2] Benjamin Nelson, Usura e cristianesimo, Firenze 1967, pp. 19-20

[3] Jacques Le Goff, La borsa e la vita, , Roma 2001, pag. 16 

[4]  J. Wilders, Shakespeare - The Merchant of Venice: a selection of critical essays, Londra 1969,  pag. 17

[5] Cfr..M. Gelpi - F.Julien-Labruyère, Storia del credito al consumo, Bologna, 1994  p.135.

 

 

 

 

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