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SECONDA
PARTE
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Dall’Italia preunitaria all’Italia fascista
L’esperienza francese costituisce il riferimento fondamentale per il
riordinamento dell’amministrazione in Italia ed in Francia la sostituzione del
monarca con il regime parlamentare non
cambia la concezione del potere che rimane centralizzato.
In Italia le costituzioni concesse nel 1847 e 1848
riprendono quelle francesi e abbozzano una forma di separazione dei poteri che
non da però una indipendenza al potere giudiziario; sono queste costituzioni
che contrappongono due forme di potere, quella del re e quella del Parlamento ma
tali costituzioni vengono spazzate via nel 1848 dall’intervento austriaco.
Tra queste costituzioni rimane in piedi solo lo Statuto
di Carlo Alberto che diventa la categoria di riferimento per gli altri Stati
nazionali. Nel processo di unificazione ha grande valore che lo Statuto una
volta emanato sia rimasto in piedi e che anche il modello amministrativo si sia
consolidato. Questa “piemontesizzazione” è figlia del fatto che il
regno sabaudo era l’unico che potesse avere una esportabilità nel resto della
penisola.
Dal punto di vista amministrativo nel regno
piemontese abbiamo una suddivisione del potere di tipo discendente, accentrativa
e di impronta francese. Il Piemonte come la Prussia era uno Stato cresciuto con
un’alta organizzazione militare e l’impiegato pubblico piemontese aveva un
alto senso di disciplina, obbedienza ed efficienza. Su questa base si aggiunge
il processo di razionalizzazione che avviene all’epoca di Cavour che è
l’autore di una incisiva riorganizzazione dell’amministrazione. Con le sue
leggi (leggi Cavour del 1853) il ministro piemontese fà dei ministeri il punto
di riferimento di tutto il processo amministrativo e pur avendo ricevuto
un’educazione liberale Cavour scelse il modello francese perché guardò al
Piemonte in un’ottica di tipo espansionistica.
Dopo gli
eventi che hanno portato l’Italia all’unità si impongono soprattutto due
tendenze sul come riordinare l’assetto del nuovo Stato:
1) la linea dell’innovazione
con cui si cerca di trovare delle situazioni nuove (linea dei liberali
cavouriani);
2) la linea conservatrice
che considera giusto aspettare un momento più opportuno per riorganizzare il
modello dello Stato proponendo di esportare in tutta Italia il modello
Piemontese.
Quello che prevale con
Ricasoli, successore di
Cavour, è il modello centralistico di tipo francese e si rinuncia ad uno sforzo
di confronto della nuova Italia con la sua storia, con una storia di
pluricentrismo di poteri che poteva essere recuperata. La conseguenza fu la
piemontesizzazione, la francesizzazione dell’apparato dello Stato.
In questo periodo assistiamo all’esportazione
della burocrazia piemontese sul territorio italiano e lo Stato italiano rafforza
le proprie competenze attraverso l’inserimento di molteplici competenze
(ingegneri, architetti, medici, statistici, geologi) che impediscono
all’amministrazione di chiudersi in una logica prettamente burocratica,
corporativa.
Questo processo non configura ancora quel ruolo di
compensazione che l’amministrazione assumerà successivamente. Mano a mano che
appare evidente che il problema dell’arretratezza, soprattutto del Meridione,
non è superabile diventa sempre più frequente da parte della classe politica
giolittiana l’uso della pubblica amministrazione come un mezzo di ammortamento
delle tensioni sociali. Il posto statale assunse un significato di compensazione
e l’impiegato statale si sente un privilegiato e quindi legato alla classe
politica da un rapporto di subordinazione.
L’impiego pubblico diventa un mezzo per
stabilizzare la società ed il numero degli impiegati pubblici cresce
enormemente e nel periodo giolittiano sono soprattutto due i fenomeni da
sottolineare: la meridionalizzazione e la sindacalizzazione
dell’amministrazione.
Per il ruolo di compensazione sociale svolto sono
sempre più i meridionali ad entrare nei ranghi della pubblica amministrazione e
questo ha un’influenza notevole sulla cultura della pubblica amministrazione.
Gli impiegati meridionali della pubblica amministrazione avevano una formazione
soprattutto filosofica, giuridica, umanistica e soppiantano il pragmatismo
piemontese con una cultura astratta. Laddove prima prevaleva il burocrate che si
formava sul campo adesso invece prevale la formazione scolastico/universitaria.
Con l’inizio del 1900 si va consolidando un
modello giuridico che è tutto impastato sulle scienze giuridiche positive in
cui è il diritto amministrativo a trionfare su tutte le altre discipline.
Nei concorsi pubblici la disciplina fondamentale è
quella del diritto amministrativo e la pubblica amministrazione proprio quando
diventa una forma di compensazione sociale diviene un corpo dominato da logiche
assolutamente corporative da cui deriva il grande mutamento dell’epoca: la
sindacalizzazione.
Con l’allargamento dei ranghi, la perdita di una
diretta finalizzazione del posto si crea da parte degli impiegati pubblici un
movimento per ottenere una serie di garanzie e consolidare soprattutto dal punto
di vista giuridico il proprio ruolo.
Con lo Statuto giuridico degli impiegati
vengono elaborate una serie di novità che rimarranno delle costanti: divisione
delle categorie amministrative, adozione di criteri fissi per l’avanzamento di
carriera (merito ed anzianità) concessione di un certo grado di associazione.
Si innesca un meccanismo di rivendicazione
sindacale all’interno della pubblica amministrazione e la massa di impiegati
dequalificati, sindacalizzati e mal pagati rappresenta nel dopoguerra un
importante serbatoio di consensi per il fascismo che da una parte si propone
come il ripristinatore dello Stato attraverso un riordino della pubblica
amministrazione, dall’altra parte adotta una strategia liberale facendo
intendere che è disposto a sfoltire la pubblica amministrazione.
Dal fascismo al periodo repubblicano
Uno dei principali motivi di instabilità politica nell’immediato
dopoguerra è dovuto ad un marcato accentramento che si riscontra nella volontà
da parte del fascismo di difendere gli impiegati accentrando la divisione
gerarchica e privilegiando così i vecchi burocrati.
Il fascismo inoltre crea nuovi enti pubblici (IMI,
IRI, ecc.) e continua a gonfiare i ranghi della pubblica amministrazione e a
spostare gli impiegati migliori dai vecchi ai nuovi enti.
Dopo il crollo del fascismo l’apparato della
pubblica amministrazione che si era legato a doppio filo col regime di Mussolini
si trova ad essere uno dei principali imputati e viene considerato dagli
antifascisti la spina dorsale del regime. Si crea il clima delle epurazioni,
vengono istituite commissioni che dovrebbero colpire quelli maggiormente
responsabili ma tutto si risolve in una sanatoria generale. In questo scenario
la democrazia cristiana si eleva al grado di massimo difensore della pubblica
amministrazione. Questo esito della commedia dell’epurazione psicologicamente
non ricostruisce un rapporto sano tra la burocrazia e lo stato e resta nella
burocrazia un sentimento misto di colpa e di rivalsa verso la classe politica.
Il
burocrate trova nei partiti, soprattutto nella democrazia cristiana, validi
protettori e nella maggioranza del governo oltre che nell’opposizione lo
scontento dei pubblici impiegati non trova orecchie sorde. Negli anni ’50
inizia una nuova fase di interventismo statale, si ereditano dal fascismo enti
ed uffici e si viene a consolidare il potere all’interno della pubblica
amministrazione. In questo periodo fallisce ogni tentativo di modernizzazione
dello Stato e naufraga ogni sforzo dello Stato di dotarsi di un amministrazione
che proceda con scioltezza tra i vari settori. I dipendenti continuano a
crescere e questi incrementi dipesero anche dal tentativo non riuscito di non
assumere gli avventizi (coloro che pur entrando come precari diventano impiegati
statali a tutti gli effetti dopo un certo periodo di tempo). Nonostante gli
incentivi e i diritti requisiti per la riscattabilità della pensione, non si
produssero gli esiti sperati e la malattia di cui anche oggi soffre al pubblica
amministrazione, l’elefantiasi, divenne ancora più grave. Negli anni ’50
aumenta enormemente la spesa per le retribuzioni e diminuisce l’investimento
nella produttività e la pubblica amministrazione rimane un mondo arretrato.
L’unico frutto della stagione del centro-sinistra è l’istituzione della contrattazione
nella disputa tra i sindacati e il governo per tutti gli impiegati pubblici di
rango inferiore. In realtà il risultato ottenuto si traduce in una presenza
incontrastata dei sindacati nelle fasce inferiori e di una minore autonomia in
quelle superiori. A questo si aggiunge una nuova stagione di rivendicazione
sociale che rappresenta un ulteriore aggravio sulla già pesante situazione
della spesa pubblica. Le uniche riforme che si sono avute nella pubblica
amministrazione si sono verificate nello scorso decennio a partire dal 1990. Le
grandi spinte innovative a cui abbiamo assistito nel 1990 con la legge 142
sul riordino delle autonomie locali, con la legge 241 sul procedimento
amministrativo e con la legge 223 sul sistema radiotelevisivo pubblico e
privato rimangono ancora oggi i punti di riferimento della pubblica
amministrazione. Il contenuto della trasparenza amministrativa può
essere individuato in quelle norme dell’ordinamento che regolano: la partecipazione
al procedimento amministrativo con le relative forme di controllo, l’accesso
alle informazioni che riguardano tutte le attività svolte dalle
amministrazioni e le forme di comunicazione tra amministrazione e cittadini.
Con il decreto 29/93 viene introdotto l’obbligo di istituire apposite
strutture per l’informazione ai cittadini ed è al fine di garantire la piena
attuazione della legge 241/90 che vengono creati gli Uffici di relazione con
il pubblico (URP). Gli URP sono chiamati a provvedere al servizio
all’utenza per i diritti di partecipazione e alla formulazione di proposte per
il miglioramento dell’informazione relativa agli atti e allo stato dei
procedimenti.