N.37
di
Giano.
Pace,
ambiente
e
problemi
globali.
Gennaio-aprile
2001
Se
si
considerano
le
stime
di
alcuni
indicatori
del
livello
di
internazionalizzazione
dell’attività
economica
nella
Belle
Époque,
come
il
peso
del
commercio
internazionale
sul
Pil
oppure
il
valore
dell’investimento
estero,
mi
sembra
veramente
difficile
considerare
la
globalizzazione
come
qualcosa
di
assolutamente
inedito
e
l’annuncio,
nel
bene
o
nel
male,
di
un
mondo
radicalmente
nuovo.
Piuttosto,
dal
punto
di
vista
economico,
bisognerebbe
parlare
di
ri–globalizzazione
dopo
il
picco
toccato
prima
del
1914,
la
de–globalizzazione
successiva
al
1929
e
la
"perdita",
per
il
capitalismo,
della
Russia,
della
Cina
e
dell’Europa
centro–orientale.
Ora
sembra
che
la
tecnologia
della
comunicazione
abbia
trasformato
il
pianeta
in
un
villaggio
globale.
Ma
la
straordinaria
compressione
dello
spazio
e
del
tempo
sociali
realizzata
dal
radiotelegrafo,
dal
telefono,
dall’automobile,
dall’aereo,
a
cavallo
tra
il
XIX
e
il
XX
secolo
costituì
una
discontinuità
ben
più
radicale
rispetto
alla
"rivoluzione
di
Internet".
Non
sembra
un
caso
che
sia
stata
concomitante
alla
più
straordinaria
rivoluzione
scientifica
ed
espressiva
degli
ultimi
secoli.
Poniamoci
dal
punto
di
vista
dei
colonizzati.
Perché
pensare
che
il
mondo
sia
oggi
più
globale
che
nel
1890
o
nel
1914?
Non
era
forse
il
loro
intero
mondo
sociale
e
culturale
invaso
e
destabilizzato
dall’esterno,
ed
oggetto
di
contesa
di
forze
che
potremmo
dire
globali?
Non
erano
forse
i
colonizzati
trascinati
nel
vortice
del
mercato
globale?
E
della
prima
guerra
mondiale?
Le
sanzioni
economiche
e
politiche
imposte
alla
Cina
dall’insieme
delle
potenze
"occidentali"
e
dal
Giappone
dopo
la
rivolta
dei
Boxers
non
ricordano
eventi
recenti
dell’epoca
globale?
E
gli
stessi
conflitti
inter–imperialisti,
o
la
rivoluzione
russa,
non
evocano
l’emergere
di
una
dimensione
mondiale
della
politica
e
dell’economia?
Un
qualcosa
che
comprende
e
supera
la
bilancia
del
potere
tra
le
potenze
e
le
rivalità
nazionali?
Con
ciò
non
intendo
dire
che
nulla
è
cambiato
sotto
il
sole,
anzi.
Bastano
gli
arsenali
nucleari
e
le
profonde
ed
estese
trasformazioni
sociali
nei
territori
ex
coloniali
a
marcare
una
discontinuità
"secolare"
tra
le
due
metà
del
XX
secolo.
Dare
profondità
storica
alla
discussione
sulla
globalizzazione
è
essenziale
non
solo
per
"raffreddare"
certi
entusiasmi,
o
certe
tendenze
depressive.
Si
tratta
anche
di
curare
una
miopia
che
potrebbe
causare
disorientamento
qualora
dovesse
verificarsi
la
reversibilità
dei
processi
di
liberalizzazione
e
deregolamentazione
finanziaria,
che
sono
il
cuore
della
tesi
della
pretesa
globalizzazione
economica.
Del
resto
la
deregolamentazione
non
è
un
puro
vuoto
di
regolamentazione.
È
piuttosto
una
diversa
regolamentazione.
Qualcosa
da
tener
presente
per
comprendere
le
origini
del
fenomeno,
i
vincoli
ma
anche
le
responsabilità
e
capacità,
differenziali,
di
intervento
degli
Stati.
Dalla
considerazione
storica
si
può
derivare
la
tesi
che
il
capitalismo
ha
da
sempre
una
processualità
mondiale
ma
che
questa
è
il
prodotto
dell’articolazione
di
diversi
livelli
spaziali,
delle
contraddizioni,
delle
crisi
e
dei
conflitti
che
li
formano.
Se
il
mondiale
non
si
riduce
alla
giustapposizione
delle
entità
nazionali
non
per
questo
esso
assorbe
le
seconde
e
si
pone
come
un
dato
immediato
e
reificato.
All’interno
di
questa
problematica
emergeranno
i
mutevoli
vincoli
e
le
mutevoli
possibilità
degli
Stati,
la
gerarchia
del
potere
tra
essi,
le
differenze
indissociabili
dalla
natura
strutturale
dello
sviluppo
mondiale
del
capitalismo,
che
è
tanto
combinato
quanto
ineguale.
Il
che
significa
che
esiste
tanto
una
dinamica
d’insieme
quanto
una
specificità
territoriale
dei
capitalismi,
marcata
dalle
diversità
storiche,
dai
diversi
modi
di
rispondere
a
problemi
comuni,
mondiali,
dai
diversi
effetti
nazionali
di
misure
simili.
Sottolineo
il
fatto
che
l’intensità
del
processo
di
globalizzazione
può
essere
valutata
diversamente,
e
in
modo
opposto
si
può
intendere
la
direzione
del
processo
di
convergenza:
verso
l’alto
o
verso
il
basso,
verso
la
prosperità
e
la
democrazia
globali
o
la
miseria
e
il
dominio
globali.
Quali
che
possono
essere
le
differenze
all’interno
del
discorso
globalista,
e
sono
differenze
che
contano
ai
fini
politici,
ciò
che
giustifica
concettualmente
l’uso
specifico
della
parola
globalizzazione,
variamente
graduata
ed
articolata,
e
che
costituisce
la
ragione
delle
forti
e
contrastanti
emozioni
che
essa
suscita,
è
a
mio
parere
la
sintesi
tendenziale
di
interdipendenza
e
convergenza.
Il
nazionale
nel
mondiale
Aspetto
peculiare
e
decisivo
della
tesi
della
globalizzazione
è
quello
della
convergenza.
Un
mondo
globale
è
infatti
idealmente
e
normativamente
quello
in
cui
i
prezzi
per
lo
stesso
genere
di
prodotto
convergono
fino
all’identità
perché
non
esistono
più
barriere
al
libero
fluire
delle
merci,
dei
capitali
e
degli
uomini.
Il
mondo
globale
è
l’unico
marketplace
anche
perché
è
l’unità
globale
entro
cui
si
definisce
la
divisione
sociale
del
lavoro,
in
cui
convergono
i
comportamenti
degli
attori
economici,
ed
in
cui
si
stringono
alleanze
transnazionali.
Il
livello
mondiale
dell’economia
è
immediatamente
determinante.
I
rapporti
sociali
sono
immediatamente
mondializzati.
Gli
Stati
territoriali
non
sono
che
articolazioni
dell’istanza
del
"politico"
mondiale.
Nel
mondo
globalizzato
la
tecnologia
annulla
l’attrito
naturale
e
il
mercato
quello
sociale:
la
geografia
non
conta
più,
anzi
per
i
flussi
economici
lo
spazio
diviene
omogeneo
fino
ad
essere
irrilevante
perché
dominato
dall’accelerazione
del
tempo.
La
materia
sociale
d’altra
parte
sembra
perdere
consistenza:
l’impresa
si
de–territorializza,
il
capitale
si
fa
nomade.
Con
un’altra
ardita
capriola
nella
direzione
della
smaterializzazione
è
facile
che
il
lavoro
possa
finire,
almeno
nella
sua
forma
volgare
di
lavoro
dipendente,
fissato
da
e
a
qualcosa.
L’interno
e
l’esterno
perdono
senso
e
quindi
i
poteri
di
intervento
economico
e
sociale
di
tutti
gli
Stati
sono
strutturalmente
ed
irrevocabilmente
indeboliti,
tendenzialmente
obsolescenti.
Essi
non
possono
che
sforzarsi
di
fungere
da
magneti
dei
capitali
cosmopoliti.
Nelle
versioni
più
moderate
gli
Stati
dovrebbero
valorizzare
quei
fattori
di
produzione
che
sono
meno
mobili:
le
competenze
della
forza
lavoro,
la
ricerca
tecnologica
e
scientifica,
le
tecniche
gestionali,
organizzative
e
di
marketing,
i
rapporti
collaborativi
tra
forza
lavoro
e
management.
A
questo
punto
i
discorsi
sulla
globalizzazione
e
sulla
ristrutturazione
postfordista
si
congiungono.
La
globalizzazione
sembra
costituire
l’inveramento
dei
tanti
post–qualcosa
fioriti
da
due
decenni
a
questa
parte
e
che,
in
quanto
post,
difettavano
di
vita
propria.
La
globalizzazione
ne
è,
per
così
dire,
la
base
materiale
positiva,
ciò
che
permette
di
dare
un
senso
od
una
ragione,
in
quanto
compressione
ed
alterazione
delle
usuali
coordinate
spazio–temporali
e
sociali,
anche
alle
più
spinte
allucinazioni
postmoderne.
In
effetti
però
questo
mondo
levigatissimo
e
ridotto
all’unica
dimensione
del
mercato
e
dei
contratti
più
che
postmoderno
è
la
proiezione
su
scala
mondiale
dello
spazio
neoclassico
dell’economia
nazionale.
Il
concetto
di
globalizzazione
semplifica
la
complessità
dello
spazio
sociale.
Ma
rende
anche
più
difficile
articolare
gli
elementi
reali
di
continuità
e
di
discontinuità
nel
tempo.
Metodologicamente
l’insistenza
sulla
novità
epocale
implica
un
prima
caratterizzato
dalla
prevalenza
del
nazionale
e
dell’inter–nazionale
ed
un
dopo
in
cui
prevale
il
globale.
L’equivalente
marxista
della
proiezione
globale
del
neoclassicismo
è
l’idea
che
il
"capitale
sociale"
si
definisca
ora
direttamente
su
scala
mondiale,
ovvero
che
lo
spazio
della
riproduzione
allargata
del
capitale
abbia
luogo
immediatamente
sulla
scala
globale,
da
intendersi
come
"una
rete
del
capitale
nella
sua
collettività
e
come
tutto
indiviso
che
lo
comprende
totalmente
e
che
fornisce
una
significativa
struttura
storica
per
il
capitale
individuale
(...)
Noi
semplicemente
neghiamo
che
qualsiasi
tutto
socioeconomico
possa
essere
ridotto
solo
alla
relazione
delle
sue
parti
componenti"
(Cyrus
Bina,
1997,
pag.
47).
In
termini
rigorosamente
marxiani
la
globalizzazione
del
capitale
sociale
comporta
la
costituzione
di
un
prezzo
di
produzione
globale,
sulla
base
del
tempo
di
lavoro
socialmente
necessario
per
la
produzione
di
ogni
merce,
e
la
tendenza
globale
alla
perequazione
del
saggio
di
profitto,
sulla
base
di
una
mobilità
quasi
assoluta
del
capitale
in
tutte
le
sue
forme.
Mi
sembra
ovvio
che
si
costituisca
anche
un
valore
mondiale
della
forza–lavoro
se
"il
compito
più
importante
del
capitale
sociale
è
il
deprezzamento
della
forza
lavoro
su
scala
mondiale".
Il
punto
è
che
con
questa
logica
la
distribuzione
territoriale
delle
forze
di
produzione
dovrebbe
diventare
più
omogenea.
E
il
sottosviluppo
gradualmente
sparire;
almeno
è
ragionevole
pensare
che
possano
crescere
il
potere
contrattuale
e
il
valore
della
forza
lavoro
nei
paesi
sottosviluppati.
Troppo
bello
per
essere
vero.
In
effetti
mi
pare
che
le
transnazionali
e
gli
speculatori
perderebbero
la
loro
ragion
d’essere:
essi
infatti
necessitano
della
differenziazione
territoriale.
Se
invece
si
tiene
fermo
l’ineguale
sviluppo
del
capitalismo
su
scala
mondiale
bisogna
rinunciare
al
"capitale
sociale"
globale.
Con
diversa
argomentazione
anche
la
world–systems
analysis
pone
l’economia–mondo
come
un
dato
immediato,
sia
dal
punto
di
vista
della
genesi
che
del
suo
funzionamento.
In
questo
caso
però
è
la
partecipazione
al
mercato
mondiale
delle
merci,
e
non
il
rapporto
di
lavoro
salariato,
a
determinare
il
carattere
capitalistico
di
una
formazione
sociale.
Ma
la
produzione
di
merci
non
è
peculiarità
esclusiva
del
capitalismo
né
il
capitale
ha
mai
disdegnato
di
utilizzare
le
merci
prodotte
in
modo
non
capitalistico,
benché
questo
commercio
tra
modi
di
produzione
diversi
determini
critici
effetti
di
trasformazione,
ma
anche
di
conservazione,
dei
rapporti
sociali.
La
tripartizione
geo–sociale
dell’economia–mondo
in
centro,
periferie
e
semiperiferie
fa
della
world–systems
analysis
una
teoria
critica
del
capitalismo,
ma
sulla
base
di
una
concezione
che
non
permette
di
comprendere
le
ragioni
fondamentali
né
del
dinamismo
dei
rapporti
di
produzione,
né
delle
contraddittorie
trasformazioni
della
sua
organizzazione
territoriale.
L’idea
di
Gunder
Frank
che
l’economia–mondo
abbia
non
500
ma
5000
anni
è
paradossale
ma
teoricamente
coerente.
Il
capitale,
specialmente
quello
produttivo
ma
non
solo
esso,
non
è
affatto
libero
di
muoversi
come
un
puro
spirito.
L’investimento
è
immobilizzato
e
vincolato
ad
una
serie
di
caratteristiche,
non
immutabili,
di
quello
spazio
sociale,
locale
e
nazionale.
Non
tutti
gli
investimenti
sono
immobilizzati
allo
stesso
modo,
ovviamente:
ma
c’è
sempre
un
costo
nel
cambio
di
localizzazione.
Ascesa
e
declino
di
città
e
regioni
in
questo
senso
sono
il
risultato
dei
vincoli
esercitati
sul
capitale
e
delle
possibilità
aperte
dallo
spazio
sociale
almeno
quanto
della
libertà
di
investire
altrove.
Ma
le
possibilità
del
nuovo
investimento
sono
relativamente
limitate:
fattori
di
mercato,
produttivi
e
relativi
alla
ricerca
le
restringono.
Non
si
comprenderebbe
altrimenti
perché
oltre
l’
80%
dell’investimento
diretto
estero
e
la
maggior
parte
del
commercio
mondiale
avvengano
tra
paesi
a
capitalismo
avanzato.
Oppure
perché,
nonostante
la
"globalizzazione
finanziaria",
l’investimento
sia
strettamente
dipendente
dal
risparmio
nazionale;
o
perché
la
maggior
parte
dei
titoli
detenuti
sia
nazionale.
La
dissociazione
tra
produzione
e
consumo
ha
in
effetti
dei
limiti
stretti.
La
minaccia
della
delocalizzazione
è
un’arma
la
cui
forza
dipende
prima
di
tutto
dai
livelli
di
disoccupazione
e
dal
clima
politico
pro–business,
ma
non
è
generalizzabile.
Si
può
smontare
il
mito
della
transnazionalizzazione
del
capitale
considerando
diverse
ricerche
che
portano
sempre
agli
stessi
risultati:
per
le
maggiori
società
multinazionali
la
maggior
parte
delle
attività,
dei
dipendenti,
del
top
management,
della
R&S,
della
proprietà
del
capitale
e
spesso
anche
delle
vendite,
sono
nazionali.
In
genere
emerge
un
quadro
di
regionalizzazione
più
che
di
globalizzazione
indifferenziata.
Anche
le
modalità
operative
delle
multinazionali
risultano
essere
significativamente
differenziate
secondo
linee
nazionali
tipiche.
Come
significativamente
differenziati
restano
le
tendenze
della
ricerca
ed
i
sistemi
nazionali
di
innovazione.
Due
studiosi
olandesi,
Winfried
Ruigrock
e
Rob
van
Tulder,
hanno
analizzato
le
diverse
dimensioni
ed
i
diversi
attori
costituenti
i
"complessi
industriali",
le
diverse
strategie
di
internazionalizzazione
e
di
ristrutturazione
dipendenti
dal
contesto
d’insieme,
ed
anche
le
possibili
preferenze
delle
multinazionali
per
le
politiche
commerciali.
Favorevoli
all’abbattimento
delle
barriere
commerciali
ed
all’approccio
multilaterale
sono
le
imprese
"cacciavite"
e
con
divisione
globale
del
lavoro;
ma
per
quelle
che
perseguono
le
strategie
dominanti
della
divisione
regionale
del
lavoro
(in
uno
solo
dei
blocchi
della
triade)
o
diadica
(in
due
blocchi)
o
della
glocalizzazione
il
discorso
è
diverso.
In
poche
parole
questo
significa
che
i
capitali
sono
"presi"
in
reti
di
relazioni
e
di
vincoli
sociali
che
li
condizionano
territorialmente.
Questo
non
solo
contro
la
loro
volontà:
i
vincoli
sono
anche
possibilità
di
alleanze
e
di
sostegno.
Sono
rapporti
finanziari
tra
imprese,
specialmente
in
certi
sistemi
come
quello
tedesco
e
giapponese,
e
con
istituti
di
credito.
Con
le
agenzie
statali.
Con
i
sindacati
anche:
a
volte
fastidiosi
ma
più
spesso
necessari
per
il
controllo
della
forza
lavoro.
Il
mondiale
nel
nazionale
Seguiamo
ancora
un’altra
linea,
molto
diversa,
di
ragionamento,
questa
volta
per
evidenziare
non
il
nazionale
nel
mondiale
ma
il
mondiale
nel
nazionale.
Per
criticare
un
diverso
tipo
di
unilateralismo.
In
vista
del
fatto
che
il
concetto
di
globalizzazione
come
rottura
epocale,
e
le
strategie
di
ristrutturazione
economica
ad
esso
coerenti,
richiedono
una
interpretazione
della
golden
age
che
enfatizza
la
dimensione
nazionale
e
"keynesiana".
Spesso,
e
specialmente
a
sinistra,
quest’epoca
viene
definita
fordista.
Alla
scuola,
essenzialmente
francese,
detta
della
regolazione
si
deve
la
più
sofisticata
e
feconda
elaborazione
teorica
della
categoria
del
"fordismo".
Molto
sinteticamente,
in
quanto
regime
di
accumulazione
il
fordismo
è
caratterizzato
dalla
crescita
proporzionale
della
produzione
standardizzata
con
metodi
tayloristici
e
del
consumo
di
massa
poco
differenziato,
e
dall’equilibrio
tra
dipartimento
di
produzione
di
beni
di
consumo
e
dipartimento
di
produzione
di
beni
capitale.
In
quanto
modo
di
regolazione
monopolistica
il
fordismo
sovrappone
al
"libero"
gioco
della
domanda
e
dell’offerta
la
contrattazione
collettiva,
che
permette
la
crescita
proporzionale
dei
salari
reali
e
della
produttività,
l’amministrazione
dei
prezzi
da
parte
delle
grandi
imprese,
l’importanza
dei
trasferimenti
e
dei
consumi
statali,
la
regolamentazione
e
"nazionalizzazione"
dei
sistemi
finanziari.
[...]