n.
37
di
Giano.
Pace,
ambiente
e
problemi
globali.
Gennaio
-
aprile
2001
Introduzione
Ringrazio
coloro
che
mi
hanno
preceduto
per
la
qualità
delle
loro
relazioni,
ma
anche
per
la
quantità
degli
interrogativi
e
degli
stimoli.
Debbo
dichiarare
subito,
anche
perché
il
discorso
che
farò
apparirà
probabilmente
molto
più
discontinuista
di
quelli
di
stamattina,
che
mi
trovo
d’accordo
pressoché
su
tutto
quello
che
è
stato
detto
sia
da
Michele
Nobile
sia
da
Maria
Turchetto.
Però,
facendo
un
po’
l’avvocato
del
diavolo,
ritengo
quasi
naturale
che
le
loro
relazioni
suscitino
anche
una
serie
di
dubbi
o
addirittura
di
critiche.
In
un
certo
senso
la
mia
relazione
sarà
un
tentativo
di
rispondere
a
queste
critiche.
Però
è
indubbio
che
le
due
relazioni,
in
particolare
quella
di
Michele
Nobile,
possano
essere
lette
all’insegna
di
una
sorta
di
continuismo
nella
visione
della
globalizzazione
attuale,
quasi
che
essa
non
facesse
altro
che
inverare
un
carattere
permanente,
la
natura
mondiale
del
capitale:
è
un
fraintendimento,
ed
un
rischio,
che
si
è
dovuto
correre,
forzatamente,
in
quanto
nella
seconda
metà
degli
anni
’90
l’urgenza
sia
teorica
che
politica
era
quella
di
contrastare
una
lettura
riduttiva
e
unilaterale
della
globalizzazione
come
salto
epocale
che
ci
avrebbe
fatto
entrare
in
un’era
che
sarebbe
stata
caratterizzata
dalla
fine
del
lavoro,
dalla
scomparsa
della
gestione
politica
dell’economia,
in
fondo
dalla
stessa
eutanasia
del
rapporto
capitalistico.
Credo
che
un
pericolo
simile
a
quello
di
Nobile
sia
quello
che
coraggiosamente
ha
deciso
di
correre
Maria
Turchetto.
La
stessa
metafora
da
lei
impiegata,
quella
del
ciclo
–
avanzata,
certo,
per
combattere
l’idea
antropomorfica
del
capitalismo
come
organismo
che
nasce,
si
sviluppa,
e
muore
–
in
qualche
modo
rimane
all’interno
di
una
sorta
di
metafora
biologica,
spostata
ovviamente
dall’individuo
essere
umano
alla
vicenda
naturale,
e
rischia
–
anche
se
Maria
Turchetto
stamattina
ha
dato
degli
spunti
per
mostrare
che
così
può
non
essere
–
di
sottovalutare
le
rotture
e
le
novità
nei
cicli
per
mettere
in
evidenza
invece
il
ripetersi
di
una
regolarità.
Un
intervento
stamattina
ha
in
fondo
detto
proprio
questo
quando
ha
osservato
che
dalle
relazioni
della
mattinata
emergerebbe
l’impressione
che
nulla
è
cambiato,
tutto
è
rimasto
com’era.
Questo
rischio,
peraltro,
si
è
sentito
di
meno
nella
relazione
di
Maria
Turchetto
perché
–
rispetto
a
Michele
Nobile
–
mi
pare
lei
abbia,
a
un
certo
punto,
spostato
l’accento
dalla
discussione
puramente
e
semplicemente
della
globalizzazione
alla
analisi
della
cosiddetta
"nuova
economia",
quindi
qualcosa
di
cui
si
è
cominciato
a
dibattere
alla
seconda
metà
degli
anni
’90.
Io
credo
che
in
effetti
questo
passaggio
sia
essenziale,
perché
mentre
condivido
le
critiche
di
Michele
Nobile
e
critiche
consimili
che
si
possono
fare
alla
letteratura
sulla
globalizzazione,
critiche
efficaci
e
necessarie,
sono
però
anche
convinto
che
esse
fotografino
lo
stato
del
dibattito
sulla
globalizzazione
quale
si
svolgeva
nella
prima
metà
degli
anni
’90.
Anche
a
me
è
capitato
di
organizzare
nel
1997
un
convegno
all’Università
di
Bergamo,
di
cui
è
stato
pubblicato
poi
l’anno
dopo
il
volume
degli
atti,
prima
in
italiano
poi
in
inglese
(cfr.
Il
lavoro
di
domani.
Globalizzazione
finanziaria,
ristrutturazione
del
capitale
e
mutamenti
della
produzione,
a
cura
di
Riccardo
Bellofiore,
Pisa,
Bfs,
1998;
Global
Money,
Capital
Restructuring
and
the
Changing
Patterns
of
Labour,
Riccardo
Bellofiore
ed.,
Edward
Elgar,
Cheltenham
UK,
1999),
dove
tutto
sommato
–
potete
verificarlo
voi
stessi
andando
a
leggere
il
libro
–
gli
autori
delle
relazioni
al
convegno
e
io
come
curatore
abbiamo
cercato
di
effettuare
una
operazione
che
in
qualche
modo
voleva
proprio
contestare
la
tesi
discontinuista
nella
sua
versione
’forte’,
la
tesi
della
globalizzazione
come
novità
epocale
senza
precedenti,
con
argomenti
talora
molto
simili
a
quelli
che
qui
sono
stati
ripresi
da
Michele
Nobile.
Ma
la
nuova
economia
americana
e
tutta
la
discussione
che
ne
è
seguita
nella
seconda
metà
degli
anni
’90
secondo
me
hanno
spostato
il
centro
del
dibattito,
sia
sul
terreno
dei
fatti,
dell’evoluzione
concreta
del
capitalismo,
sia
su
quello
dei
temi
più
di
fondo
e
di
lungo
periodo
al
centro
del
dibattito.
Faccio
solo
un
esempio,
per
intenderci:
la
discussione
sulla
globalizzazione
come
è
stata
impostata
in
Italia,
grosso
modo
nei
primi
anni
’90,
metà
degli
anni
’90,
era
incentrata
su
una
sequenza
che
era
sostanzialmente
questa:
globalizzazione
–
post–fordismo
–
fine
del
lavoro.
Viceversa,
con
la
discussione
sulla
nuova
economia
è
diventata
sempre
più
significativa
l’indagine
su
un
capitalismo
che
viene
talora
definito
un
esempio
di
’economia
dell’informazione’,
talora
viene
ribattezzato
’capitalismo
cognitivo’,
un
capitalismo
dove
sempre
più
rilievo
hanno
le
nuove
tecniche
di
management
che
si
pretendono
più
’umanistiche’
e
’amichevoli’
nei
confronti
dei
lavoratori.
Quello
che
è
certo,
e
che
voglio
sottolineare,
è
che
di
fine
del
lavoro
si
parla
sempre
meno;
anzi,
all’opposto,
ormai
capita
di
leggere
sempre
più
spesso
dell’approssimarsi
di
un
nuovo
pieno
impiego,
in
forme
e
con
implicazioni
diverse
in
paesi
diversi
–
che
so,
gli
Stati
Uniti
o
la
Francia.
Io
mi
situerò
nella
discussione
aperta
dalla
Turchetto
questa
mattina
soprattutto
facendo
riferimento
alla
discussione
sulla
globalizzazione,
in
relazione
alla
problematica
della
nuova
economia,
quindi
guardando
agli
anni
più
recenti,
alle
dinamiche,
grosso
modo,
dalla
metà
degli
anni
’90
in
poi,
e
cercando
di
capire,
all’interno
di
questa
nuova
realtà,
di
questo
nuovo
dibattito
sul
capitalismo,
quale
sia
il
ruolo
dello
Stato.
Il
ruolo
effettivo
e
il
ruolo
potenziale
dello
Stato.
Anticipo
per
sommi
capi
la
tesi
principale.
Per
il
capitalismo
che
abbiamo
di
fronte
la
metafora
che
io
adotterei
non
è,
a
stretto
rigore,
la
stessa
metafora
proposta
da
Maria
Turchetto,
quella
del
ciclo,
ma
piuttosto
quella
di
una
spirale,
di
una
spirale
che
si
avvita
su
se
stessa,
e
dove
quindi
alla
continuità
e
alla
ripetizione
si
affiancano
la
discontinuità
e
la
novità,
con
riferimento
alla
stessa
dinamica
strettamente
economica.
Una
spirale,
dunque,
che
a
un
tempo
è
aperta
e
definisce
un
processo
contraddittorio,
e
potenzialmente
produttivo
di
crisi
gravi.
All’interno
di
questa
metafora
si
può
dire
che
negli
anni
più
recenti
–
e
questa
sarà,
appunto,
la
mia
tesi
generale
–
è
senz’altro
vero
quello
che
ha
detto
la
Turchetto,
cioè
che
più
che
di
crisi
e
tanto
meno
di
estinzione
dello
Stato,
dello
Stato–nazione,
si
deve
parlare
semmai
di
modifica
delle
sue
funzioni.
Ma
io
andrei
addirittura
più
in
là:
certamente
ci
sono
delle
funzioni
che
per
il
momento
si
possono
definire
obsolete,
ma
spesso
non
sono
quelle
di
cui
più
si
parla,
perché
in
realtà
il
capitalismo
ad
ogni
nuova
forma
dell’accumulazione,
ad
ogni
nuovo
ciclo
della
valorizzazione,
non
dimentica
mai
le
forme
di
regolazione
politica
ereditate
dal
passato,
ma
le
inserisce
in
un
contesto
di
’interventismo’
diverso.
Penso
anzi
che
si
possa
parlare
addirittura
di
un
approfondimento
della
qualità
dell’intervento
statale,
quindi,
paradossalmente
e
in
contrasto
con
il
senso
comune,
in
questa
fase
ci
troveremmo
a
sperimentare
una
estensione
della
regolazione
di
mercato,
alla
quale
si
accompagna
un
diverso
governo
politico
dell’accumulazione
e
della
sua
crisi.
Le
contraddizioni
della
’globalizzazione’
Cerco
in
primo
luogo
di
presentarvi
velocemente
alcune
osservazioni
–
che
potranno
apparire,
come
sono
in
verità,
impressionistiche,
per
non
annoiarvi
con
una
discussione
sistematica
che
mi
ruberebbe
troppo
tempo
–
su
quelle
che
credo
siano
discontinuità
rilevanti
e
radicali
della
globalizzazione
attuale,
quella
degli
anni
’90,
che
vede
gli
Stati
Uniti
riprendere
in
mano
fermamente
una
egemonia,
sia
pure
contestata:
ma
questa
forma
della
globalizzazione
del
decennio
che
si
è
appena
chiuso
viene
preparata
da
una
lunga
transizione,
e
forse
la
data
di
partenza
più
significativa,
senz’altro
quella
che
più
spesso
viene
convenzionalmente
indicata,
è
quella
che
rimanda
al
triennio
1979–1982.
La
mia
tesi,
che
non
è
certo
una
tesi
originale,
e
che
non
di
meno
è
non
poco
controversa,
è
che
in
realtà
la
crisi
del
fordismo
ha
la
sua
radice
principale
nel
conflitto
sociale
degli
anni
’60
il
quale,
per
quel
che
attiene
al
conflitto
industriale
e
nella
produzione,
raggiunge
la
sua
acme
sostanzialmente
tra
il
1968–’69
e
il
1973.
Segue
una
risposta
capitalistica
molto
articolata,
sia
sul
terreno
della
fabbrica
intesa
in
senso
lato,
sia
sul
terreno
della
politica
economica:
dentro
questa
risposta
c’è,
in
posizione
dominante
e
determinante,
una
forte
iniziativa
tecnologica
che
investe
sia
la
grande
che
la
piccola
impresa;
c’è
lo
svolgersi
di
un
processo
acutamente
inflazionistico,
di
un
processo
di
decentramento;
a
tutto
ciò
si
sovrapppongono
le
due
crisi
del
petrolio.
La
svolta
su
scala
globale
nella
politica
economica,
con
un
generale
e
proclamato
abbandono
dell’ispirazione
keynesiana,
si
dà
comunque
alla
fine
degli
anni
’70:
ed
è
in
questa
svolta,
che
è
poi
la
svolta
di
Reagan
e
della
Tatcher,
che
si
mette
avanti,
e
viene
per
così
dire
accettata
da
molte
parti
come
se
fosse
rappresentativa
di
una
realtà
indiscutibile,
l’affermazione
ideologica
della
creazione
di
uno
Stato
liberale
puro.
Affermazione,
se
si
vuole,
vicina
a
ciò
che
la
Thatcher
davvero
cerca
di
realizzare,
mentre
Reagan
rapidamente
prende
un’altra
strada
(e
qui
è
evidentemente
rilevante
il
diverso
peso,
nei
due
vertici
del
capitalismo
anglosassone,
delle
diverse
frazioni
del
capitale
dall’uno
e
dall’altro
lato
dell’Atlantico),
tanto
che
talora
è
stato
definito
come
il
presidente
più
keynesiano
della
storia.
Ebbene,
questa
svolta
è
effettivamente
l’inizio
di
una
fase
nuova,
di
quello
che
è
stato
definito
postfordismo
nel
senso
della
Turchetto,
cioè
in
realtà
di
una
lunga
crisi
del
fordismo
(questa,
come
si
può
vedere
nel
libro
della
BFS
a
cui
facevo
riferimento
e
anche
in
un
articolo
più
ampio
su
"Vis–à–Vis"
n.
7,
1999,
è
la
stessa
tesi
di
Alain
Bihr
in
polemica
implicita
con
Marco
Revelli,
polemica
poi
resa
esplicita
nella
introduzione
alla
seconda
edizione
del
suo
libro,
Dall’assalto
al
cielo
all’alternativa.
Oltre
la
crisi
del
movimento
operaio
europeo,
Pisa,
BFS,
1998:
è
veramente
singolare
che
Revelli
nel
suo
Oltre
il
Novecento,
dove
ancora
una
volta
si
proclama
in
sintonia
con
le
argomentazioni
di
Bihr,
non
ne
dia
conto).
Una
fase
intermedia,
di
passaggio,
di
squilibrio,
non
ancora
la
costruzione
di
un
nuovo
modello
di
accumulazione,
di
un
nuovo
sistema
di
regolazione.
E
in
questo
nuovo
modello
di
accumulazione
certamente
sta
un
predominio
della
finanza.
Ora,
qui
forse
mi
differenzio
dalle
cose
che
ha
detto
Maria
Turchetto,
in
parte
già
dagli
anni
’70,
ma
sicuramente
e
in
maniera
indiscutibile
negli
anni
’80
e
’90,
per
varie
ragioni
che
hanno
a
che
vedere
esattamente
con
le
scelte
attive
di
politica
economica,
a
me
pare
si
instauri
nel
capitalismo
una
forte
tendenza
stagnazionistica
che
investe
gli
altri
due
poli
della
triade
che
non
sono
gli
Stati
Uniti,
cioè
il
Giappone
e
la
Germania.
In
generale,
da
allora,
il
capitalismo
è
caratterizzato
da
accumulazione
bassa
e
instabile.
Questo
direi
che
lo
si
può
dimostrare
fino
alla
metà
degli
anni
’90
senza
troppa
difficoltà.
In
questo
sono
in
dissenso
con
una
delle
cose
che
sono
state
dette
stamattina
in
cui
si
è
parlato
della
nuova
fase.
Se
ho
capito
bene
si
parlava
–
chi
per
questi
anni
(’80–’90),
chi
per
gli
ultimissimi
anni
(dal
’95
in
poi)
–
di
una
supposta
veloce
ripresa
dell’accumulazione,
di
accelerata
dinamica
della
produttività,
e
così
via.
Per
me
invece
l’intera
storia
del
capitalismo
–
sicuramente
fino
al
’95;
dopo,
per
ora,
ci
metto
un
punto
interrogativo
–
sta
dentro,
come
ho
detto,
una
accumulazione
a
bassa
velocità
e
instabile,
in
cui
sono
presenti
forti
tendenze
stagnazionistiche.
Tendenze
che
sono
però
battute
da
una
contro–tendenza,
di
cui
dirò
fra
un
attimo.
In
questa
situazione
si
determina
una
modifica
radicale
delle
forme
della
concorrenza
per
tutte
quelle
merci
che
sono
autenticamente
internazionali
e
globali:
certe
parti
del
manifatturiero,
certe
parti
dei
servizi.
Dentro
questa
concorrenza,
che
è
ormai
particolarmente
aggressiva
(qualcuno
la
definisce
distruttiva)
si
confrontano
diverse
strategie
capitalistiche.
Una
strategia
è
effettivamente
la
strategia
di
chi
vuole
globalizzare,
cioè
vuole
localizzare
il
proprio
processo
produttivo
diffondendolo
ovunque
nel
mondo,
e
sfruttando
le
nuove
tecnologie
dell’informazione
e
dei
trasporti
per
andarsi
a
prendere
i
fattori
di
produzione
dove
costano
meno.
Questa
è
la
strategia
della
globalizzazione
delle
imprese,
che
però
è,
contro
quello
che
leggete
spesso,
la
tendenza
in
netta
continuità
lineare
con
il
vecchio
fordismo.
C’è
poi
un’altra
strategia,
che
è
quella
detta,
con
termine
orrendo,
si
deve
ammettere,
della
glocalizzazione,
della
localizzazione
globale,
che
è
invece
legata
alle
nuove
tecniche
di
organizzazione
toyotistiche,
mirata
alla
ricerca
di
qualità
locali
della
forza–lavoro,
non
necessariamente
dequalificate
e
a
basso
prezzo,
di
qualità
locali
dell’apparato
produttivo,
di
qualità
locali
dell’amministrazione
e
dello
Stato
e
così
via;
e
che
anche
vuole
andare
a
sfruttare
i
mercati
locali,
le
eventuali
politiche
del
cambio
locale,
le
eventuali
politiche
competitive
delle
tasse
e
delle
incentivazioni,
e
così
via.
Questa
seconda
è,
senz’altro,
una
prima
forte
novità
storica,
alla
quale
si
aggiunge
poi
(ma
è
probabilmente
prima
dal
punto
di
vista
logico
e
cronologico)
la
novità
della
globalizzazione
finanziaria.
È
vero
che
se
andiamo
alla
fine
dell’800
vediamo
dei
valori,
per
alcuni
Stati,
di
globalizzazione
finanziaria
che
sono
addirittura
superiori
a
quelli
attuali.
Credo
che
però
in
questo
caso
l’impatto
qualititativo
della
globalizzazione
finanziaria
di
fine
’900,
oltre
che
la
sua
estensione,
siano
incomparabile
con
quanto
avvenuto
a
fine
’800/inizio’900.
In
questo
processo
si
verificano
una
serie
di
fatti,
dimostrabili
con
ricorso
ai
dati,
che
elenco
senza
fornirvi
in
questo
momento
una
spiegazione
approfondita.
Innanzi
tutto,
la
dinamica
della
produttività
decelera,
non
accelera.
Anche
a
causa
di
questo
la
capacità
di
assorbire
lavoratori
aumenta,
nel
senso
che
l’occupazione
aumenta
a
tassi
di
crescita
del
reddito
più
bassi
di
quelli
dell’era
fordista
(sia
detto
tra
parentesi:
prendete
l’Italia
degli
ultimi
tre–quattro
anni,
questo
è
esattamente
quello
che
è
avvenuto).
Ancora:
la
precarizzazione
del
lavoro
nel
mercato
del
lavoro
aumenta,
la
flessibilità
nell’uso
della
forza
lavoro
aumenta.
La
tendenza
in
questo
processo
di
andare
sempre
più
verso
la
regolazione
di
mercato
all’interno
delle
stesse
imprese,
nelle
relazioni
tra
unità
produttive,
quindi
di
considerare
queste
ultime
dentro
la
stessa
impresa
quali
unità
di
profitto
autonome
in
competizione,
diviene
irresistibile.
Dietro
questo
esito
ci
sta,
tra
le
tante,
una
scelta
politica
maggiore,
quella
degli
anni
’70,
di
Stati
Uniti
e
Inghilterra
principalmente,
di
liberalizzare
senza
freni
i
movimenti
di
capitale:
scelta
però
che
in
quel
momento
conviene
anche
a
Giappone
e
Germania,
ma
che
senz’altro
è
tra
le
cause
principali,
se
non
la
principale,
di
questa
accumulazione
a
bassa
velocità
con
i
suoi
effetti
sul
mercato
del
lavoro,
di
cui
dicevo:
è
per
questo
insieme
di
fattori
che
lo
spostamento
dall’organizzazione
al
mercato,
dal
make
al
buy,
come
si
ama
dire
oggi,
si
verifica,
e
che
finisce
con
l’attivare
una
serie
di
modifiche
rilevanti
nello
stesso
processo
di
lavoro.