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LO STATO E LA METAMORFOSI DELLA GLOBALIZZAZIONE (RICCARDO BELLOFIORE)

n. 37 di Giano. Pace, ambiente e problemi globali. Gennaio - aprile 2001 

Introduzione

Ringrazio coloro che mi hanno preceduto per la qualità delle loro relazioni, ma anche per la quantità degli interrogativi e degli stimoli. Debbo dichiarare subito, anche perché il discorso che farò apparirà probabilmente molto più discontinuista di quelli di stamattina, che mi trovo d’accordo pressoché su tutto quello che è stato detto sia da Michele Nobile sia da Maria Turchetto. Però, facendo un po’ l’avvocato del diavolo, ritengo quasi naturale che le loro relazioni suscitino anche una serie di dubbi o addirittura di critiche.
In un certo senso la mia relazione sarà un tentativo di rispondere a queste critiche. Però è indubbio che le due relazioni, in particolare quella di Michele Nobile, possano essere lette all’insegna di una sorta di continuismo nella visione della globalizzazione attuale, quasi che essa non facesse altro che inverare un carattere permanente, la natura mondiale del capitale: è un fraintendimento, ed un rischio, che si è dovuto correre, forzatamente, in quanto nella seconda metà degli anni ’90 l’urgenza sia teorica che politica era quella di contrastare una lettura riduttiva e unilaterale della globalizzazione come salto epocale che ci avrebbe fatto entrare in un’era che sarebbe stata caratterizzata dalla fine del lavoro, dalla scomparsa della gestione politica dell’economia, in fondo dalla stessa eutanasia del rapporto capitalistico.


Credo che un pericolo simile a quello di Nobile sia quello che coraggiosamente ha deciso di correre Maria Turchetto. La stessa metafora da lei impiegata, quella del ciclo – avanzata, certo, per combattere l’idea antropomorfica del capitalismo come organismo che nasce, si sviluppa, e muore – in qualche modo rimane all’interno di una sorta di metafora biologica, spostata ovviamente dall’individuo essere umano alla vicenda naturale, e rischia – anche se Maria Turchetto stamattina ha dato degli spunti per mostrare che così può non essere – di sottovalutare le rotture e le novità nei cicli per mettere in evidenza invece il ripetersi di una regolarità.
Un intervento stamattina ha in fondo detto proprio questo quando ha osservato che dalle relazioni della mattinata emergerebbe l’impressione che nulla è cambiato, tutto è rimasto com’era. Questo rischio, peraltro, si è sentito di meno nella relazione di Maria Turchetto perché – rispetto a Michele Nobile – mi pare lei abbia, a un certo punto, spostato l’accento dalla discussione puramente e semplicemente della globalizzazione alla analisi della cosiddetta "nuova economia", quindi qualcosa di cui si è cominciato a dibattere alla seconda metà degli anni ’90. Io credo che in effetti questo passaggio sia essenziale, perché mentre condivido le critiche di Michele Nobile e critiche consimili che si possono fare alla letteratura sulla globalizzazione, critiche efficaci e necessarie, sono però anche convinto che esse fotografino lo stato del dibattito sulla globalizzazione quale si svolgeva nella prima metà degli anni ’90.


Anche a me è capitato di organizzare nel 1997 un convegno all’Università di Bergamo, di cui è stato pubblicato poi l’anno dopo il volume degli atti, prima in italiano poi in inglese (cfr. Il lavoro di domani. Globalizzazione finanziaria, ristrutturazione del capitale e mutamenti della produzione, a cura di Riccardo Bellofiore, Pisa, Bfs, 1998; Global Money, Capital Restructuring and the Changing Patterns of Labour, Riccardo Bellofiore ed., Edward Elgar, Cheltenham UK, 1999), dove tutto sommato – potete verificarlo voi stessi andando a leggere il libro – gli autori delle relazioni al convegno e io come curatore abbiamo cercato di effettuare una operazione che in qualche modo voleva proprio contestare la tesi discontinuista nella sua versione ’forte’, la tesi della globalizzazione come novità epocale senza precedenti, con argomenti talora molto simili a quelli che qui sono stati ripresi da Michele Nobile. Ma la nuova economia americana e tutta la discussione che ne è seguita nella seconda metà degli anni ’90 secondo me hanno spostato il centro del dibattito, sia sul terreno dei fatti, dell’evoluzione concreta del capitalismo, sia su quello dei temi più di fondo e di lungo periodo al centro del dibattito.


Faccio solo un esempio, per intenderci: la discussione sulla globalizzazione come è stata impostata in Italia, grosso modo nei primi anni ’90, metà degli anni ’90, era incentrata su una sequenza che era sostanzialmente questa: globalizzazione – post–fordismo – fine del lavoro. Viceversa, con la discussione sulla nuova economia è diventata sempre più significativa l’indagine su un capitalismo che viene talora definito un esempio di ’economia dell’informazione’, talora viene ribattezzato ’capitalismo cognitivo’, un capitalismo dove sempre più rilievo hanno le nuove tecniche di management che si pretendono più ’umanistiche’ e ’amichevoli’ nei confronti dei lavoratori. Quello che è certo, e che voglio sottolineare, è che di fine del lavoro si parla sempre meno; anzi, all’opposto, ormai capita di leggere sempre più spesso dell’approssimarsi di un nuovo pieno impiego, in forme e con implicazioni diverse in paesi diversi – che so, gli Stati Uniti o la Francia.


Io mi situerò nella discussione aperta dalla Turchetto questa mattina soprattutto facendo riferimento alla discussione sulla globalizzazione, in relazione alla problematica della nuova economia, quindi guardando agli anni più recenti, alle dinamiche, grosso modo, dalla metà degli anni ’90 in poi, e cercando di capire, all’interno di questa nuova realtà, di questo nuovo dibattito sul capitalismo, quale sia il ruolo dello Stato. Il ruolo effettivo e il ruolo potenziale dello Stato.
Anticipo per sommi capi la tesi principale. Per il capitalismo che abbiamo di fronte la metafora che io adotterei non è, a stretto rigore, la stessa metafora proposta da Maria Turchetto, quella del ciclo, ma piuttosto quella di una spirale, di una spirale che si avvita su se stessa, e dove quindi alla continuità e alla ripetizione si affiancano la discontinuità e la novità, con riferimento alla stessa dinamica strettamente economica. Una spirale, dunque, che a un tempo è aperta e definisce un processo contraddittorio, e potenzialmente produttivo di crisi gravi. All’interno di questa metafora si può dire che negli anni più recenti – e questa sarà, appunto, la mia tesi generale – è senz’altro vero quello che ha detto la Turchetto, cioè che più che di crisi e tanto meno di estinzione dello Stato, dello Stato–nazione, si deve parlare semmai di modifica delle sue funzioni. Ma io andrei addirittura più in là: certamente ci sono delle funzioni che per il momento si possono definire obsolete, ma spesso non sono quelle di cui più si parla, perché in realtà il capitalismo ad ogni nuova forma dell’accumulazione, ad ogni nuovo ciclo della valorizzazione, non dimentica mai le forme di regolazione politica ereditate dal passato, ma le inserisce in un contesto di ’interventismo’ diverso. Penso anzi che si possa parlare addirittura di un approfondimento della qualità dell’intervento statale, quindi, paradossalmente e in contrasto con il senso comune, in questa fase ci troveremmo a sperimentare una estensione della regolazione di mercato, alla quale si accompagna un diverso governo politico dell’accumulazione e della sua crisi.

Le contraddizioni della ’globalizzazione’

Cerco in primo luogo di presentarvi velocemente alcune osservazioni – che potranno apparire, come sono in verità, impressionistiche, per non annoiarvi con una discussione sistematica che mi ruberebbe troppo tempo – su quelle che credo siano discontinuità rilevanti e radicali della globalizzazione attuale, quella degli anni ’90, che vede gli Stati Uniti riprendere in mano fermamente una egemonia, sia pure contestata: ma questa forma della globalizzazione del decennio che si è appena chiuso viene preparata da una lunga transizione, e forse la data di partenza più significativa, senz’altro quella che più spesso viene convenzionalmente indicata, è quella che rimanda al triennio 1979–1982. La mia tesi, che non è certo una tesi originale, e che non di meno è non poco controversa, è che in realtà la crisi del fordismo ha la sua radice principale nel conflitto sociale degli anni ’60 il quale, per quel che attiene al conflitto industriale e nella produzione, raggiunge la sua acme sostanzialmente tra il 1968–’69 e il 1973. Segue una risposta capitalistica molto articolata, sia sul terreno della fabbrica intesa in senso lato, sia sul terreno della politica economica: dentro questa risposta c’è, in posizione dominante e determinante, una forte iniziativa tecnologica che investe sia la grande che la piccola impresa; c’è lo svolgersi di un processo acutamente inflazionistico, di un processo di decentramento; a tutto ciò si sovrapppongono le due crisi del petrolio.


La svolta su scala globale nella politica economica, con un generale e proclamato abbandono dell’ispirazione keynesiana, si dà comunque alla fine degli anni ’70: ed è in questa svolta, che è poi la svolta di Reagan e della Tatcher, che si mette avanti, e viene per così dire accettata da molte parti come se fosse rappresentativa di una realtà indiscutibile, l’affermazione ideologica della creazione di uno Stato liberale puro. Affermazione, se si vuole, vicina a ciò che la Thatcher davvero cerca di realizzare, mentre Reagan rapidamente prende un’altra strada (e qui è evidentemente rilevante il diverso peso, nei due vertici del capitalismo anglosassone, delle diverse frazioni del capitale dall’uno e dall’altro lato dell’Atlantico), tanto che talora è stato definito come il presidente più keynesiano della storia. Ebbene, questa svolta è effettivamente l’inizio di una fase nuova, di quello che è stato definito postfordismo nel senso della Turchetto, cioè in realtà di una lunga crisi del fordismo (questa, come si può vedere nel libro della BFS a cui facevo riferimento e anche in un articolo più ampio su "Vis–à–Vis" n. 7, 1999, è la stessa tesi di Alain Bihr in polemica implicita con Marco Revelli, polemica poi resa esplicita nella introduzione alla seconda edizione del suo libro, Dall’assalto al cielo all’alternativa. Oltre la crisi del movimento operaio europeo, Pisa, BFS, 1998: è veramente singolare che Revelli nel suo Oltre il Novecento, dove ancora una volta si proclama in sintonia con le argomentazioni di Bihr, non ne dia conto). Una fase intermedia, di passaggio, di squilibrio, non ancora la costruzione di un nuovo modello di accumulazione, di un nuovo sistema di regolazione. E in questo nuovo modello di accumulazione certamente sta un predominio della finanza.

Ora, qui forse mi differenzio dalle cose che ha detto Maria Turchetto, in parte già dagli anni ’70, ma sicuramente e in maniera indiscutibile negli anni ’80 e ’90, per varie ragioni che hanno a che vedere esattamente con le scelte attive di politica economica, a me pare si instauri nel capitalismo una forte tendenza stagnazionistica che investe gli altri due poli della triade che non sono gli Stati Uniti, cioè il Giappone e la Germania. In generale, da allora, il capitalismo è caratterizzato da accumulazione bassa e instabile. Questo direi che lo si può dimostrare fino alla metà degli anni ’90 senza troppa difficoltà. In questo sono in dissenso con una delle cose che sono state dette stamattina in cui si è parlato della nuova fase. Se ho capito bene si parlava – chi per questi anni (’80–’90), chi per gli ultimissimi anni (dal ’95 in poi) – di una supposta veloce ripresa dell’accumulazione, di accelerata dinamica della produttività, e così via. Per me invece l’intera storia del capitalismo – sicuramente fino al ’95; dopo, per ora, ci metto un punto interrogativo – sta dentro, come ho detto, una accumulazione a bassa velocità e instabile, in cui sono presenti forti tendenze stagnazionistiche. Tendenze che sono però battute da una contro–tendenza, di cui dirò fra un attimo.


In questa situazione si determina una modifica radicale delle forme della concorrenza per tutte quelle merci che sono autenticamente internazionali e globali: certe parti del manifatturiero, certe parti dei servizi. Dentro questa concorrenza, che è ormai particolarmente aggressiva (qualcuno la definisce distruttiva) si confrontano diverse strategie capitalistiche. Una strategia è effettivamente la strategia di chi vuole globalizzare, cioè vuole localizzare il proprio processo produttivo diffondendolo ovunque nel mondo, e sfruttando le nuove tecnologie dell’informazione e dei trasporti per andarsi a prendere i fattori di produzione dove costano meno. Questa è la strategia della globalizzazione delle imprese, che però è, contro quello che leggete spesso, la tendenza in netta continuità lineare con il vecchio fordismo. C’è poi un’altra strategia, che è quella detta, con termine orrendo, si deve ammettere, della glocalizzazione, della localizzazione globale, che è invece legata alle nuove tecniche di organizzazione toyotistiche, mirata alla ricerca di qualità locali della forza–lavoro, non necessariamente dequalificate e a basso prezzo, di qualità locali dell’apparato produttivo, di qualità locali dell’amministrazione e dello Stato e così via; e che anche vuole andare a sfruttare i mercati locali, le eventuali politiche del cambio locale, le eventuali politiche competitive delle tasse e delle incentivazioni, e così via. Questa seconda è, senz’altro, una prima forte novità storica, alla quale si aggiunge poi (ma è probabilmente prima dal punto di vista logico e cronologico) la novità della globalizzazione finanziaria. È vero che se andiamo alla fine dell’800 vediamo dei valori, per alcuni Stati, di globalizzazione finanziaria che sono addirittura superiori a quelli attuali. Credo che però in questo caso l’impatto qualititativo della globalizzazione finanziaria di fine ’900, oltre che la sua estensione, siano incomparabile con quanto avvenuto a fine ’800/inizio’900.
In questo processo si verificano una serie di fatti, dimostrabili con ricorso ai dati, che elenco senza fornirvi in questo momento una spiegazione approfondita.

 Innanzi tutto, la dinamica della produttività decelera, non accelera. Anche a causa di questo la capacità di assorbire lavoratori aumenta, nel senso che l’occupazione aumenta a tassi di crescita del reddito più bassi di quelli dell’era fordista (sia detto tra parentesi: prendete l’Italia degli ultimi tre–quattro anni, questo è esattamente quello che è avvenuto). Ancora: la precarizzazione del lavoro nel mercato del lavoro aumenta, la flessibilità nell’uso della forza lavoro aumenta. La tendenza in questo processo di andare sempre più verso la regolazione di mercato all’interno delle stesse imprese, nelle relazioni tra unità produttive, quindi di considerare queste ultime dentro la stessa impresa quali unità di profitto autonome in competizione, diviene irresistibile. Dietro questo esito ci sta, tra le tante, una scelta politica maggiore, quella degli anni ’70, di Stati Uniti e Inghilterra principalmente, di liberalizzare senza freni i movimenti di capitale: scelta però che in quel momento conviene anche a Giappone e Germania, ma che senz’altro è tra le cause principali, se non la principale, di questa accumulazione a bassa velocità con i suoi effetti sul mercato del lavoro, di cui dicevo: è per questo insieme di fattori che lo spostamento dall’organizzazione al mercato, dal make al buy, come si ama dire oggi, si verifica, e che finisce con l’attivare una serie di modifiche rilevanti nello stesso processo di lavoro.

 

 

 

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