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PRIMA
PARTE
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da
"Le Monde Diplomatique",
ottobre
2001
Un bilancio terribile. Circa 7000
vittime, tra morti e dispersi. Il più cruento attentato terroristico della
storia, il più furioso attacco contro il territorio che gli Stati uniti abbiano
subito dalla loro nascita. Eppure, l'immensa emozione che suscita questo abietto
attentato non può dissimulare i legittimi interrogativi sollevati dalla
risposta in corso. Se l'attuale pericolo terroristico è assai diffuso e deve
essere combattutto in modo costante e quotidiano, è lecito scatenare una
guerra? E contro chi? Contro gli ex "combattenti della libertà"
afghani e Osama bin Laden, addestrati nelle migliori scuole della Cia? Contro i
taliban, giunti al potere grazie agli Stati uniti e ai loro alleati pakistani?
Contro l'Iraq, già martoriato da undici anni di embargo? Contro il mondo
musulmano o contro l'islam, indicato da alcuni come il nuovo nemico? Nel 1989,
il crollo del muro di Berlino offriva la possibilità di costruire un ordine
internazionale più equo. La volontà degli Stati uniti di plasmarlo da soli, di
definirne in modo unilaterale i contorni e le regole, gli stessi eccessi della
loro potenza hanno contribuito a rendere il mondo in cui viviamo più
pericoloso. Trascorso un decennio, la storia è destinata forse a ripetersi?
di Steven C.
Clemons*
"Dio ha permesso ai nemici
dell'America di infliggerci ciò che probabilmente ci siamo meritati". Ecco
come hanno reagito agli attentati che hanno colpito gli Stati uniti l'11
settembre scorso due influenti "tele-predicatori", Jerry Falwell e Pat
Robinson (1) alleati decisivi per la vittoria elettorale di George W. Bush.
Falwell è arrivato a dire: "Sono stati i pagani, gli abortisti, le
femministe, i gay, le lesbiche e l'Aclu (2), con i loro tentativi di
secolarizzare l'America, a favorire questo evento! Lo dico puntando il dito
contro di loro!" Una reazione del genere dimostra che il fanatismo non è
monopolio di una particolare religione. Ma tutto ciò non intacca l'opinione
generale: la maggioranza degli americani esige una pronta vendetta contro i
responsabili dell'attacco terroristico, mentre solo una piccola minoranza tenta
di comprenderne la cause.
Quali sono le condizioni all'origine di
questa aggressione, la più grave mai perpetrata sul territorio americano dal
1812 ad oggi? Indubbiamente gli americani, accecati dal trionfalismo del
dopo-guerra fredda, non hanno compreso la vera natura dei nuovi rapporti
internazionali.
Il crescente divario tra
l'autocompiacimento degli Stati uniti e il giudizio delle altre nazioni del
mondo ha impedito a questo paese di adattarsi alla nuova realtà. Anziché
smantellare, dopo la scomparsa dell'Unione sovietica, una sovrastruttura
imperiale estremamente costosa e tutto sommato poco efficiente, gli Stati uniti
hanno fatto di tutto per mantenere e consolidare il proprio primato.
In questo senso, gli attentati dell'11
settembre non costituiscono un evento anomalo a sé stante, ma riflettono le
tensioni dovute ai mutamenti in atto nel sistema mondiale, così come
all'incapacità di Washington di fare i conti con le realtà politiche e
istituzionali di una nuova era. Per diversi anni, la rivalità Usa-Urss ha fatto
comodo alle élites politiche e militari americane. In un mondo in cui i
parametri erano chiari e i comportamenti prevedibili, gli Stati uniti hanno
puntato su un sistema di sicurezza basato su armamenti e sistemi di intelligence
sempre più sofisticati e costosi. Questa stessa politica è stata portata
avanti dal Pentagono anche dopo la fine della guerra fredda, come dimostra il
progetto di militarizzazione dello spazio contro un nemico per ora inesistente.
Per diversi anni i generali americani, affiancati da una leadership politica
compiacente, hanno mentito sulla natura dei rischi per giustificare il
mantenimento e il finanziamento di strutture militari, basi estere e sistemi
organizzativi concepiti in funzione della guerra fredda. Ma a questo punto ci si
rende conto che la nuova corsa al riarmo spaziale e il progetto di difesa
antibalistica non corrispondono ai reali bisogni di sicurezza del paese.
Tutte le più serie analisi
sottolineano da tempo la crescente minaccia di attentati terroristici in
territorio americano. Il rapporto della Commissione legislativa Hart-Rudman,
pubblicato nel 1999, osserva ad esempio: "Piccoli stati o individui
organizzati in gruppi mafiosi o terroristici potranno impossessarsi di
tecnologia di estrema pericolosità senza alcun bisogno di forti investimenti
nel campo della ricerca scientifica o industriale (...). Probabilmente verranno
uccisi cittadini americani, forse anche in gran numero, sul loro stesso
territorio (3)". Ma i servizi di intelligence (Cia, Fbi e Nsa), non meno
del Pentagono, hanno preferito abbandonarsi alla forza d'inerzia e applicare i
modelli del passato ai progetti futuri. Nel frattempo Osama bin Laden - come
aveva già fatto Timothy McVeigh, l'americano di estrema destra autore
dell'attentato di Oklahoma City (168 morti) nell'aprile 1995 - ha saputo
sfruttare a proprio vantaggio la rivoluzione informatica.
Sia l'uno che l'altro hanno intuito che
i piccoli hanno capacità di azione potenzialmente immense, amplificate dalla
miopia dei grandi.
Giappone, da vassallo a creditore
Ossessionate dall'idea di potenza e dominio ereditata dalla guerra fredda, le
istituzioni americane hanno sviluppato la retorica dei cosiddetti "rogue
states" ("stati canaglia") preconizzando scudi di difesa
antibalistica. Ma perché mai i terroristi dovrebbero spendere le loro risorse
in attacchi balistici quando possono trasformare, come purtroppo abbiamo visto,
gli aerei di linea in efficacissimi strumenti di terrore? I fatti sembrano
dimostrare l'inadeguatezza delle costose e vistose sovrastrutture statunitensi
davanti alle nuove sfide mondiali, e la loro vulnerabilità alle nuove forme
della competizione politica. Ecco perché il Pentagono si rivela incapace di
gestire conflitti asimmetrici (si legga l'articolo alle pagine 8 e 9) come
quello che abbiamo visto esplodere in questi giorni.
Di fatto, i primi segnali di questa
inadeguatezza si sono manifestati assai prima della fine della guerra fredda e
della dissoluzione dell'Unione sovietica, nel 1991. Fin dai tempi della
presidenza di Ronald Reagan, l'escalation dei costi per il mantenimento
dell'apparato militare globale generavano un crescente disagio economico e
politico. Non si trattava soltanto delle ingenti somme spese per gli armamenti e
per le truppe. Ancora maggiore era il costo dei privilegi in materia di termini
di scambio offerti dall'America ai suoi alleati in Asia.
Per quanto riguarda in particolare il
Giappone, fin dall'inizio l'alleanza nippo-americana era fondata su un accordo
non certo fedele ai principi dell'economia di mercato, che garantiva a Tokyo un
accesso preferenziale e senza ostacoli ai mercati americani, in cambio
dell'autorizzazione a dispiegare truppe americane sul territorio giapponese: un
accordo dettato dai motivi di sicurezza di un impero preoccupato soprattutto dal
rischio di incursioni sovietiche. Il Giappone si era assoggettato a questo
vassallaggio, divenendo, secondo l'espressione del saggista Chalmers Johnson,
"uno stato satellite dell'America nell'Asia Orientale".
Fin dall'epoca degli accordi cosiddetti
del Plaza (4), nel settembre 1985, gli Stati uniti erano passati al primo posto
tra i paesi debitori, mentre il Giappone era in testa ai creditori. In seguito a
pressioni politiche, l'amministrazione Reagan orchestrò allora una massiccia
manipolazione dei tassi di cambio, svalutando fortemente il dollaro (del 50%
circa rispetto allo yen) per rilanciare l'economia americana in fase di
rallentamento. Ma questo intervento determinò nuovi e profondi squilibri,
provocando negli Stati uniti un'ondata di piena di investimenti finanziati dai
fondi giapponesi, il cui valore era raddoppiato repentinamente. In altri
termini, in nome della lotta contro l'impero sovietico, ossessione
dell'amministrazione Reagan, Washington ha compiuto scelte politiche che hanno
portato a una massiccia vendita di titoli americani, nonché a una cessione
della propria sovranità debitoria, a vantaggio di uno stato satellite che dal
canto suo ha visto formarsi un'immensa bolla finanziaria.
Quando si è constatato che il valore
del terreno sul quale sorge il palazzo imperiale di Tokyo aveva superato quello
dell'intero stato della California, è apparso chiaro che qualcosa non andava
nel funzionamento dei mercati. L'evento del settembre 1985 è stato il primo
shock, che ha dimostrato che il prezzo del mantenimento dell'impero americano
era diventato economicamente e politicamente insostenibile.
L'analisi della crisi finanziaria del
1997-1998 comporta considerazioni analoghe. Durante la guerra fredda, l'Unione
sovietica e gli Stati uniti avevano costretto il mondo a schierarsi dall'una o
dall'altra parte. Su entrambi i fronti si erano costituiti sistemi di scambio e
alleanze militari, e si era sviluppata una diplomazia volta a preservare le
rispettive sfere d'influenza. Dopo il crollo dell'Unione sovietica, per le
nazioni incluse nell'impero americano il rapporto costi-benefici ha subito un
drastico mutamento. Una volta eliminato il rivale strategico, gli Stati uniti,
sempre meno disposti a sostenere da soli i costi del loro impero, hanno rimesso
in discussione il sistema economico che essi stessi avevano costruito nel
dopoguerra. Negli anni '90 hanno imposto agli stati dell'Asia orientale una
deregulation generalizzata dei loro mercati finanziari; e hanno costretto questi
paesi, con la mediazione del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e delle altre
istituzioni di Bretton Woods, ad adottare il modello economico neo-liberista
voluto dal capitale americano come contropartita per i suoi investimenti.
Questa strategia, e non il
"capitalismo di connivenza" o un "malgoverno", come spesso
si è sentito dire, è stata la causa fondamentale della grave crisi asiatica
del 1997 (5). Il conseguente tracollo ha gettato nella povertà buona parte del
ceto medio, mentre gli investitori occidentali ne sono usciti indenni. Questo
"laissez-faire" degli Stati uniti nei riguardi di ex alleati come i
sud-coreani o i thailandesi sarebbe stato inconcepibile ai tempi della guerra
fredda, perché l'Unione sovietica non avrebbe mancato di trarne vantaggio.
Sul piano militare, la più chiara
dimostrazione del rifiuto o dell'incapacità di avviare una transizione verso un
qualcosa che non fosse una gestione imperiale è data dalla decisione del 1991
di schierare mezzo milione di soldati in Arabia Saudita. Secondo la storia
ufficiale della Terza Armata americana, "il regno dell'Arabia Saudita aveva
chiesto agli Stati uniti un'assistenza immediata contro la minaccia di missili
balistici [iracheni]. E l'esercito americano ha risposto immediatamente
all'appello distaccando, nell'ottobre 1991, due battaglioni di artiglieria
Patriot dislocati in Europa, e una brigata proveniente dal quartier
generale". Si trattava complessivamente di 7000 uomini, che avrebbero
dovuto essere stazionati in Arabia Saudita in misura temporanea, ma che ormai, a
dieci anni di distanza, possono considerarsi permanenti.