Avvenire,
27
agosto
2001
Anche
se
sembra
a
molti
un
esercizio
polemico
superato,
c'è
ancora
tanta
gente
che
scrive
e
parla
accusando
la
cultura
cattolica
di
essere
un
freno
alla
modernizzazione
dell'universo
mondo
ed
in
particolare
del
nostro
avventurato
Paese:
nemica
cioè
della
ricerca
scientifica
come
della
globalizzazione,
della
libertà
individuale
come
della
finanza
internazionale.
Di
fronte
a
queste
accuse,
invero,
ci
sentiamo
ingiustamente
maltrattati,
mentre
sarebbe
più
corretto
capire
i
nostri
difetti
reali,
che
sono
di
eccessiva
modestia.
In
altre
parole,
in
questo
passaggio
di
secolo
la
cultura
cattolica
ha
sbagliato
nel
collocarsi
in
una
posizione
di
difesa
mentre
avrebbe
tutti
i
titoli
per
essere
il
grande
soggetto
planetario
che
traghetta
il
mondo
verso
un
avvenire
completamente
diverso
dal
passato
e
tutto
da
costruire.
Vorrei
a
questo
proposito
richiamare
almeno
quattro
campi
di
impegno.
Si
parla
tanto
di
globalizzazione
e
di
governo
mondiale
dell'economia,
dell'ambiente,
della
politica,
si
attui
esso
nel
G8
o
nelle
Nazioni
Unite;
e
gli
stessi
cattolici
cedono
alla
tentazione
di
schierarsi,
affannandosi
a
parlare
bene
o
male
dei
valori
che
sono
in
gioco
nel
prossimo
vertice
di
Genova
e
le
relative
contestazioni.
Nessuno
ha
coscienza
che
al
momento
non
c'è
alcuna
cultura,
come
la
cattolica,
che
abbia
esperienza,
respiro,
struttura
organizzativa
planetaria;
se
avessimo
coraggio
questa
formidabile
accumulazione
potrebbe
fornire
un
contributo
profondo
alla
globalizzazione,
dando
messaggi
anche
profetici,
come
solo
un
soggetto
di
scala
planetaria
oggi
è
in
grado
di
elaborare.
Un
secondo
campo
di
grande
opportunità
è
quello,
speculare
alla
globalizzazione,
del
rispetto
e
della
valorizzazione
delle
culture
locali.
Certo
per
secoli
anche
noi
cattolici
siamo
stati
imperialisti
e
abbiamo
fatto
«proseliti»,
talvolta
anche
con
la
forza;
ma
oggi
la
Chiesa
(pensiamo
ai
discorsi
del
Papa
in
Ucraina)
è
l'unico
soggetto
planetario
che
cerca
di
combinare
insieme
rispetto
delle
culture
locali
da
un
lato
ed
elaborazione
di
un
carisma
unitario
dall'altro.
È
proprio
certo
che
questo
impegno
a
combinare
con
equilibrio
verticalità
planetaria
ed
orizzontalità
territoriale
non
sia
utile
al
mondo
moderno
con
ben
altro
spessore
che
le
avventure
basche,
padane,
carinziane?
Ma
c'è
un
terzo
campo
di
applicazione
e
sfida
per
la
cultura
cattolica.
Non
vi
è
dubbio
che
nelle
nazioni
più
sviluppate
del
mondo
(quelle
che
costituiscono
la
punta
della
freccia
dello
sviluppo
planetario)
divampi
una
crisi
di
senso,
di
significato
nella
vita.
La
crescita
della
soggettività
(l'inflazione
dell'Io)
è
un
processo
che
ha
esaurito
la
propria
spinta
propulsiva
e
che
lascia
i
singoli
prigionieri
di
se
stessi
e
delle
proprie
emozioni;
mentre
resta
del
tutto
inevaso
il
problema
del
riconoscimento
«dell'altro»,
dell'accettazione
degli
altri,
e
della
riscoperta
della
reciprocità.
E
qui
l'antica
cultura
giudaico-cristiana
(penso
solo
al
peso
che
per
l'Occidente
hanno
Lévinas
e
Girard)
ha
molto
da
dire,
certo
più
di
quanto
abbiano
da
suggerire
le
tante
sub-culture
legate
ad
una
soggettività
ridotta
ormai
ad
emozione
quasi
da
soap
opera.
E
c'è
almeno
un
quarto
campo
in
cui
la
cultura
cattolica
avrebbe
grande
ruolo,
se
volesse:
la
crescita
nel
mondo
moderno
della
dimensione
immateriale.
La
quale
non
è
solo
finanza,
software
e
comunicazione,
è
anche
e
specialmente
rapporto
umano,
condivisione
di
senso
della
vita,
crescita
culturale
e
interculturale,
riconoscimento
del
mistero
più
o
meno
religioso.
E
questo
immateriale
più
vasto
è
sempre
stato
dominio
non
solo
delle
religioni
(dei
loro
miti
e
riti)
ma
anche
e
specialmente
della
Chiesa,
e
ne
ha
fatto
il
soggetto
di
impulso
e
motivazione,
nei
secoli,
di
ogni
società
storicamente
determinata.
E
la
cosa
può
valere
anche
per
il
futuro.
Con
tutte
le
cose
quindi
che
avremmo
da
dire,
noi
cattolici,
quanto
meno
nei
quattro
campi
indicati
(lo
sviluppo
planetario,
difesa
e
valorizzazione
delle
tradizioni
locali,
il
significato
della
vita
e
della
storia,
il
valore
dell'immateriale)
non
è
quasi
paradossale
che
si
sia
a
difesa,
quasi
arroccati
su
un
passato
che
fra
l'altro
non
è
mai
stato
strutturalmente
nostro?
La
nostra
cultura
è
in
fondo
oggi
la
più
attrezzata
per
traghettare
le
società
moderne
verso
il
futuro,
su
cui
nessuno
per
fortuna
detiene
il
brevetto
progettuale;
l'unica
che
ha
e
può
camminare
su
lunghe
derive
con
senso
della
storia
e
speranza
di
futuro.
Solo
che
voglia
assumersi
un
tale
ruolo,
al
di
là
delle
troppe
e
generiche
retoriche
sul
terzo
millennio.
Viene
in
mente
al
riguardo
l'antico
mito
di
Enea,
con
la
storia
(Anchise)
sulle
spalle
e
il
futuro
(Ascanio)
per
mano.
È
un'icona
paterna,
me
ne
rendo
conto,
difficile
quindi
da
digerire
per
una
Chiesa
propensa
a
essere
più
femminea
e
materna
che
paterna.
Ma
nel
riscoprire
un
carisma
paterno
sta
la
sfida
vera
che
anche
al
nostro
interno
dobbiamo
affrontare,
se
vogliamo
far
fruttare
i
talenti
che
abbiamo
accumulato
nel
corso
dei
secoli
e
di
cui,
vedi
caso,
il
mondo
moderno
fa
sottilmente
domanda.