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GUERRA IN SOMALIA

La crisi somala inizia con la guerra dell'Ogaden (1977-1978). L'URSS abbandona Siad Barre, l'OUA lo condanna e Carter gli rifiuta l'aiuto che gli aveva fatto sperare.
L'Italia, ex potenza coloniale, non si rende o non vuole rendersi conto né dell'intensità della rivolta interna né della crudeltà della repressione. Per manovre di partito non coglie il significato della proposta del Manifesto, movimento di contestazione aclanico, e "punisce" Siad Barre privandolo della cooperazione universitaria, uno dei pochi luoghi di critica e di freno alla dittatura che impazzisce. Il 28 gennaio 1991 Mogadiscio insorge e Siad Barre è costretto alla fuga. Le etnie, coalizzate nella lotta a Siad Barre, si contendono le spoglie di un paese ormai disastrato, precipitandolo nell'anarchia. Il 1991 per la Somalia è l'anno dell'abbandono internazionale, della violenza distruttrice e della fame.


Nell'ottobre 1992, si dimette l'algerino Mohammed Sahnoun, rappresentante del segretario generale delle Nazioni Unite, Butros Ghali, per incompatibilità di vedute sulla crisi somala.

Le 14 fazioni in lotta si sono impegnate per "un disarmo completo e simultaneo nell'intero paese", entro 90 giorni, sotto la sorveglianza dell'UNITAF/UNOSOM e a risolvere i loro contenziosi con il dialogo. La ricomposizione politica e la ricostruzione della Somalia sono ripensate su basi regionali. Il Consiglio nazionale che reggerà il paese nei due anni di transizione è costituito da tre rappresentanti delle forze politico-religiose tradizionali per ciascuna delle 18 regioni (cinque per Mogadiscio) e da un rappresentante per ognuna delle diverse fazioni militari. Ogni struttura amministrativa regionale, per garantire la sicurezza, sarà affiancata da un corpo di polizia agli ordini del governo regionale.
Ora tocca all'ONU, invocata da Ali Madhi, dalle organizzazioni internazionali e dalle ONG, vegliare e obbligare i firmatari al rispetto degli accordi, garantendo la massima neutralità. Tocca all'ONU coinvolgere nel processo di pace Kenya ed Etiopia, preoccupate dal proliferare di armi nella regione. 

Tocca all'ONU interessare i paesi arabi moderati per impedire che le pressioni fondamentaliste dell'associazione saudita El Ittihad e quelle integraliste di ispirazione iraniana, esportate dal regime di Khartum, inneschino nuovi conflitti nel nord, nell'Ogaden e a sud, al confine con il Kenya.


Oggi, l'indipendenza dell'Eritrea, sancita dal referendum, diventa esempio e garanzia. Se la stabilità della regione, se l'aiuto estero sono indispensabili, pace e ricostruzione sono però nelle mani dei somali. Nei convegni di Roma e di Parigi, gli intellettuali si incoraggiano a ritornare in Somalia per sottrarre il processo di pace ai <signori della guerra>, per educare la popolazione a un sentire nazionale. La Somalia attende il contributo responsabile degli esuli, di intellettuali e tecnici, di persone disposte a correre l'avventura della ricostruzione del paese usando entità nazionali.


Mentre sull'immane dramma della Somalia (cf. Morire a Mogadishu, Diario di Hassan Osman Ahmed), pur nel groviglio di reticenze e responsabilità interne ed esterne, appare una speranza di pace, in Liberia, in Togo, in Camerun, in Zaire la prepotenza di ingerenze esterne ripropone il copione somalo.

Fonte: Africa e Mediterraneo

 

 

 

 

 

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