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PRIMA
PARTE
-
Senso
del
relativismo
Sono
state
spese
gigantesche
quantità
di
parole,
e
altre
ne
saranno
spese,
sulla
questione
occidentale
che
è
prepotentemente
balzata
in
primo
piano
a
causa
dell’immane
tragedia
americana.
Era
una
questione
latente,
di
tanto
in
tanto
portata
alla
ribalta,
ma
sempre
in
tono
minore,
da
questo
o
da
quell’episodio
dell’accidentata
vicenda
internazionale.
Non
si
ascoltavano
da
un
pezzo
espressioni
come
scontro
di
civiltà,
guerra
di
religione,
crociate,
o,
come
accade
nella
naïveté
di
Berlusconi,
superiorità
della
nostra
cultura
e
della
nostra
società
rispetto
ad
altre
evidentemente
inferiori.
A
prescindere
da
queste
esternazioni,
il
terreno
è,
come
si
sa,
molto
scivoloso
ed
aspro,
e
porta
quasi
inevitabilmente
verso
generalizzazioni
e
qualunquismi,
che,
ad
onta
del
buon
livello
di
scolarizzazione,
neanche
gli
opinionisti
più
accreditati
e
gettonati
riescono
ad
evitare
del
tutto.
Il
discorso
di
Angelo
Panebianco
sul
relativismo
è
sotto
un
certo
aspetto
tautologico:
i
nostri
valori
sono
i
nostri
valori,
come
i
valori
degli
altri
sono
i
loro
valori.
Se
però
viene
presentato
come
il
tarlo
roditore
dell’Occidente,
nato
dal
suo
interno,
contrastarlo
significa
proporlo
infine
come
universalismo.
In
altri
termini,
i
valori
occidentali,
se
e
nella
misura
in
cui
sfuggono
al
relativismo,
devono
ambire
a
elevarsi
o
estendersi
verso
una
dignità
non
più
relativa,
ma
assoluta,
ossia
universalistica.
Per
inciso,
bisognerebbe
osservare
-
e
ciò
aumenta
la
tautologia
-
che
ogni
cultura
è
cosmogonica
e
cosmologica
e
perciò
gode
del
suo
interno
universalismo
e
della
sua
superiorità.
L’esaltazione
oltre
misura
del
proprio
universalismo
-
che
messo
insieme
a
quello
degli
altri
cade
irreparabilmente
nel
relativismo
-
è
l’anticamera
della
guerra.
Muove
decisamente
in
quella
direzione
l’appassionata
corrispondenza
di
Oriana
Fallaci
da
New
York,
pubblicata
dal
Corriere
della
Sera.
Invocare
la
superiorità
della
propria
cultura
è
importante,
in
questi
casi,
per
mobilitare
gli
animi,
rinsaldarli
nelle
loro
fedi,
corroborarli
nella
loro
saldezza
interna,
raccoglierli
a
milioni
in
una
sola
comunità.
Ma
questa
retorica
è
già
un’arma
brandita,
forse
la
più
potente;
precede
e
accompagna
la
dichiarazione
di
guerra
vera
e
propria.
I
valori
dell’Occidente
Come
è
a
tutti
noto,
il
tema
del
relativismo
è
stato
già
affrontato
dallo
storicismo
tedesco;
e
Dilthey,
Windelband,
Rickert
hanno
prodotto
elaborazioni
tuttora
importanti
in
merito.
Accanto
a
loro
e
dopo
di
loro
c’è
Max
Weber,
la
cui
lezione
problematica
è
straordinariamente
attuale.
Le
società
democratiche
si
reggono
sul
consenso
esplicito
ed
implicito
-
che
è
proporzionalmente
il
più
consistente
-
ma
hanno
anche
bisogno
di
alimentare
costantemente
tale
consenso
per
la
fluidità
dei
valori
professati;
che
portano
peraltro
alla
organizzazione
del
consenso
e
del
dissenso
in
partiti,
ossia
in
parti
che
sono
divise
dal
fatto
che
non
sono
d’accordo
o
completamente
d’accordo
su
molte
cose.
Il
punto
diventa
allora
quello
della
convergenza
verso
valori
fondamentali:
che
non
è
mai
convergenza
di
tutti,
è
convergenza
della
maggioranza
e
talvolta,
come
si
dice,
della
stragrande
maggioranza.
Il
relativismo
incontra
così,
internamente,
il
fatto
democratico
del
pluralismo
dei
valori,
e
deve
registrare
all’esterno
una
situazione
di
pluralità
di
culture.
In
altri
termini
è
vicino
ad
essere
la
struttura
della
modernità,
come
indicava
Max
Weber.
Ciò
non
toglie
che
valori
comuni
possano
e
debbano
essere
individuati
e
coltivati,
con
un
supplemento
di
ricerca
e
di
determinazione.
La
posizione
di
Max
Weber
-
che
probabilmente
Panebianco
vedrebbe
come
la
quintessenza
del
relativismo
-
deve
essere
richiamata,
in
questa
vicenda,
perché
continua
ad
essere
molto
istruttiva.
Mentre
affermava
la
diversità
delle
condizioni
e
delle
culture,
egli
tuttavia
amava
la
sua
cultura
di
origine,
tedesca
ed
europea.
Ed
era,
a
suo
modo,
un
apologeta
dell’Occidente:
echeggia
spesso
nelle
sue
opere
l’espressione
Nur
der
Okzident,
solo
l’Occidente
è
riuscito
a
fare
questo
o
quello,
solo
in
Occidente
esiste
questo
o
quello,
in
particolare
solo
in
Occidente
ha
preso
forma
nel
tempo
un
tipo
di
razionalizzazione
del
mondo
che
non
ha
riscontro
altrove.
Nel
quadro
di
tale
razionalizzazione,
che
è
anche
disincanto
(Entzauberung),
Weber
indicava
le
grandi
conquiste
tecniche
in
tutti
i
campi,
anche
quello
dell’organizzazione
sociale,
e
solo
in
questo
senso
egli
prevedeva
l’uso
della
parola
progresso:
nei
termini
appunto
di
progresso
tecnico.
Non
era
affatto
d’accordo
sul
progresso
morale,
proprio
perché
sui
valori
e
sui
valori
ultimi
non
ha
presa
la
scienza
e
non
hanno
efficacia
i
canoni
tecnologici.
La
scienza
è
anzi
un
valore,
particolare
come
tutti
i
valori,
e
se
in
Occidente
è
stata
sollecitata
di
più,
lo
si
deve
alle
caratteristiche
uniche
del
suo
processo
di
socializzazione
generale,
della
sua
cultura.
Ed
è
ciò
che
fa
la
particolarità
dell’Occidente
rispetto
ad
altre
culture:
e
che
consente
di
ribadire,
ancora
una
volta
tautologicamente,
che
le
culture
sono
diverse
e
non
omologabili.
Globalizzazione
e
globalizzazioni
Intanto
è
avvenuto
un
fatto
nuovo
e
sconosciuto
fino
solo
a
qualche
decennio
fa,
sebbene
i
prodromi
fossero
annunciati
da
molto
tempo:
la
globalizzazione.
La
globalizazione
trascorre
da
una
parte
all’altra
dei
continenti,
sorvola
i
paesi,
amalgama
le
situazioni,
fa
del
mondo
un
melting
pot
che
gli
americani
conoscono
in
versione
più
modesta
e
più
organizzata.
La
globalizzazione
ha
compiuto
il
miracolo
del
trascendimento
senza
superamento.
In
altri
termini,
gli
uomini
sono
sempre
quelli
di
una
volta,
ma
il
canovaccio
della
loro
azione
è
il
mondo.
Il
villaggio
globale
di
cui
parlava
McLuhan
è
un
villaggio
apparente,
giocato
su
una
tecnologia,
quella
occidentale,
che
ha
il
limite
dell’apparenza
e
anche
quello
più
grave
dell’unilateralità
occidentale.
Sono
possibili
altre
globalizzazioni,
ma
non
ce
ne
accorgiamo,
essendo
la
nostra
la
più
naturale
per
noi.
Sono
possibili
altre
globalizzazioni
non
sottoposte
al
dio
della
tecnologia
e
insieme
al
demone
della
comunicazione.
E
possono
basarsi
su
altri
valori.
Le
grandi
religioni
mondiali
hanno
sempre
perseguito
questo
traguardo:
quello
della
globalizzazione,
chiamata,
per
esempio
in
greco,
oikumene.
Ossia
comunanza
di
tutti
sulla
terra
in
virtù
del
medesimo
spirito.
I
monoteismi
sono
dogmatici
ed
ecumenici
e
in
quanto
tali
si
protendono
al
di
fuori
della
storia.
Al
confronto,
l’Olimpo
dei
greci
era
stupefacente
per
la
grande
capacità
di
oscillazione
tra
guerra
e
pace,
conflitto
e
armonia
tra
gli
dei
-
non
esaltante,
ma
certamente
suggestivo
per
le
illimitate
invenzioni
nell’arte
della
conciliazione
del
possibile.
È
troppo
poco
esplicativo
leggere
nella
globalizzazione
la
contrapposizione,
come
si
ripete,
del
globale
e
del
locale,
alla
quale
una
via
d’uscita
sarebbe
offerta
da
quel
glocale
che
oltre
ad
essere
un
orrore
linguistico
è
anche
un
errore
derivante
dalla
generalizzazione
del
proprio
punto
di
vista,
in
un
certo
senso
sempre
locale,
nonostante
il
globale:
il
presupposto
è
che
la
globalizzazione
è
una
forma
di
localizzazione,
essendo
stata
costruita
dall’Occidente
in
base
ai
suoi
valori.
Il
tema
in
discussione
oggi,
a
ben
vedere,
è
dunque
il
conflitto
tra
diverse
e
forse
opposte
tendenze
alla
globalizzazione,
lo
scontro
di
globalizzazioni.
La
lotta
tra
gli
dei,
mai
terminata
né
mai
sopita,
è
diventata
più
dura
perché
alcuni
dei,
trascinati
dal
loro
destino,
hanno
rotto
l’armistizio
e
tentato
colpi
di
mano
ai
danni
di
altri
dei.
La
reazione
non
si
è
fatta
attendere,
con
armi
che
non
sono
eguali
ma
che
mettono
anch’esse
in
luce
la
diversità
strutturale
degli
dei
in
lotta.
Tipi
di
relazione
sociale
Una
chiave
di
lettura
che
non
è
basata
sul
fattore
religioso
in
senso
stretto
giunge
dopotutto
ai
medesimi
approdi.
La
globalizzazione
ha
reso
quanto
mai
visibili
i
rischi
impliciti
nell’idea
di
società,
rispetto
alla
coerenza
anche
operativa
della
comunità.
Cosa
vogliamo
dire?
Quando
la
società
è
nata,
al
di
sopra
e
al
di
là
delle
singole
comunità
-
e
ciò
si
deve
ad
un
processo
abbastanza
rapido
che
affonda
le
radici
nelle
scoperte
geografiche,
nella
nascita
del
capitalismo,
nell’avanzata
nell’industrializzazione,
etc.
-
ovunque
ha
imposto
una
lievitazione
dei
rapporti
verso
l’astrazione
dalla
condizioni
locali.
Per
noi
è
possibile
andare
in
Cina
o
in
Giappone
e
per
i
cinesi
e
i
giapponesi
vale
la
stessa
cosa,
perché
ognuno
di
noi
o
di
loro
astrae,
ed
ha
innumerevoli
strumenti
per
farlo,
dalle
sostanze,
per
così
dire,
dalle
entità
determinanti
delle
culture
locali.
Non
ci
facciamo
né
giapponesi
né
cinesi
per
andare
in
Giappone
o
in
Cina,
né
ci
viene
richiesto.
Ciononostante
possiamo
intrattenere
rapporti
anche
intensi
con
il
giapponese
e
con
il
cinese.
Ma
sollevati
dall’esigenza
reciproca
di
socializzarci
definitivamente
all’una
o
all’altra
cultura,
partecipando
tuttavia
delle
possibilità
comunicative
offerte
da
ciascuna,
noi
siamo
entrati
nel
regno
della
società,
ma
siamo
entrati
anche
in
una
regione
opaca
percorsa
dal
rischio
della
società.
Sul
piano
della
reciproca
responsabilizzazione
sociale,
tutti
rimaniamo
ancorati
alle
nostre
culture
e
non
abbiamo
sufficiente
lealtà
nei
confronti
di
quell’apparato
che
ci
permette
la
comunicazione
intersocietaria.
Non
siamo
ancora
un’umanità
globale.
Nella
misura
in
cui
la
globalizzazione
ha
aumentato
il
livello
di
astrazione
delle
singole
società,
promettendo
una
sorta
di
società
globale,
ha
anche
sollevato
dalla
lealtà
a
tale
società.
Nella
globalizzazione
passa
di
tutto:
in
particolare
passa
tutto
quello
che
localmente
incontra
maggiori
filtri
e
spesso
divieti.
Si
potrebbe
andare
anche
oltre
e
affermare
che
l’ordine
della
globalizzazione
è
in
realtà
la
rappresentazione
del
khaos
mondiale,
che
non
diventa
kosmos
solo
perché
è
rappresentato,
benchè
la
rappresentazione
in
quanto
tale
inviti
a
supporre
la
presenza
di
un
nomos,
una
regola,
che
presiederebbe
al
mondo.
A
tutti
coloro
che
possono
muovere
forti
obiezioni
a
questo
modo
di
porre
la
questione,
forse
si
potrà
rispondere
con
un’espressione
del
lontano
(ma
non
troppo!)
Cristoforo
Colombo,
che
dopotutto
se
ne
intendeva:
il
mondo
è
poco.
Il
rischio
della
società
è
dunque
moltiplicato.
L’astrazione
della
società,
che
spinge
a
rapporti
umani
più
rarefatti
e,
secondo
la
dottrina,
utilitarsistici
e
non
di
valore,
diventa
virtualità:
la
società,
dal
punto
di
vista
della
globalizzazione,
diventa
una
società
virtuale,
con
elementi
di
intercambiabilità
delle
situazioni,
di
fungibilità
di
persone
e
cose,
di
percorribilità
e
permeabilità
assolute
che
documentano
di
questa
realtà-non
realtà.
Le
immagini
del
mondo,
per
riprendere
un’espresione
di
Heidegger,
diventano
veramente
immagini
del
mondo,
prive
di
realtà
e
il
confronto
con
la
realtà
può
finanche
essere
superfluo.
La
realtà
stessa
diventa
oscillazione
e
dissolvenza:
così
che
il
crollo
delle
due
torri
ha
alcunché
di
fatidico
e
di
irreale.
Anche
la
tragedia
diventa
impossibile
mentre
è
totalmente
concreta.
L’altra
implicazione
è
che
nella
comunità
della
comunicazione,
la
comunicazione
diventa
gioco
linguistico
in
cui,
andando
anche
oltre
il
dettato
di
Wittgenstein,
è
oltremodo
accresciuta
la
dose
di
casualità
e
di
avventura
del
gioco.
Nel
gioco
linguistico
non
c’è
solo
struttura,
c’è
la
contingenza,
che
può
anche
sorreggere,
alla
fine,
un
notevole
grado
di
gratuità
ed
innocuità
del
gioco.
Per
riassumere,
la
società
già
dalla
sua
costituzione
impone
l’azione
di
potenti
fattori
di
astrazione;
la
globalizzazione
esalta
questi
elementi
di
astrazione
e
li
porta
al
livello
della
equivalenza
tra
realtà
e
immagine
nell’ordine
(disordine!)
della
virtualità
del
mondo.
Un
immane
Als
ob,
come
se,
ben
al
di
là
della
versione
di
Vaihinger,
sorregge
la
confusione,
rendendola
metafisica.
La
domanda
successiva,
che
concerne
tutti,
è:
davvero
il
mondo
è
diventato
virtuale?
Bisogna
rispondere
di
no:
perché
al
di
sotto
della
globalizzazione
esistono
le
comunità,
anche
le
comunità
regionali
e
statuali.
Le
quali
partecipano
al
gioco
ma
rimangono
custodi
di
concreti
rapporti,
dove
le
lealtà
originarie
si
sviluppano
e
si
intersecano
nell’ordine
della
realtà
reale.
La
comunità
conserva
le
sue
passioni.
È,
se
si
vuole,
lo
scrigno
delle
passioni.
