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SOCIAL FORUM IN INDIA (16/1/2004 - 21/1/2004)

L’INDIA, PAESE INSERITO NEI PROCESSI DEL MERCATO GLOBALE MA FRENATO DALLA MISERIA, METAFORA DI UNA GLOBALIZZAZIONE PROFONDAMENTE SQUILIBRATA. E’ QUANTO EMERGE NEL IV WORLD SOCIAL FORUM A BOMBAY

- A cura di Amedeo Lomonaco - 

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18 gennaio. = 75 mila delegati provenienti da almeno 130 Paesi e un’affluenza di oltre mezzo milione di persone. Sono questi i dati più significativi del IV World Social Forum che si sta svolgendo per la prima volta a Bombay, dopo le tre precedenti edizioni a Porto Alegre, in Brasile. Nato sull’onda delle grandi manifestazioni tenutesi a Seattle nel 1999, questo appuntamento sta suscitando grande interesse soprattutto per la partecipazione di dirigenti politici, premi Nobel, scienziati e religiosi.  Dal Social Forum emerge la paradossale situazione dell’India, Paese inserito nei processi del mercato globale ma anche lacerato dalla miseria. All’incontro, che intende tracciare una linea alternativa al liberismo dei Paesi più industrializzati analizzando limiti e potenzialità della globalizzazione, ha preso parte anche una delegazione internazionale di gesuiti. Sul significato di questa presenza al Social Forum, ascoltiamo padre Daniele Friggeri, raggiunto telefonicamente, a Bombay, da Fabio Colagrande: 

R. – Questo gruppo, composto da 25 membri che provengono da 14 Paesi diversi, fa parte di una delegazione molto più grande nella quale sono compresi gesuiti indiani e tutta una serie di persone coinvolte all’interno dei lavori dell’Apostolato sociale della Compagnia in India. La presenza in un Social Forum da parte della Compagnia risponde, soprattutto, ad un desiderio di mettersi in ascolto di quelle persone che spesso sono escluse dai vantaggi della globalizzazione.  

D. – Uno dei leader no global, il francese José Bové, ha molto criticato il governo indiano, colpevole, secondo lui, di non aiutare la casta dei Dahlit, i cui diritti sono spesso derisi. Quale predominanza assume questo aspetto nel World Social Forum di quest’anno? 

R. – Sono moltissimi i Dahlit presenti e credo che questo Social Forum è soprattutto loro. Quello che li caratterizza è di essere portatori di un’identità. Questo è un segno importante per i loro diritti ed anche per l’India stessa. Per i Dahlit significa scoprirsi e mostrarsi nella loro identità.

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Lo sviluppo sostenibile, l’esigenza di distribuire equamente le risorse del pianeta e la difesa delle identità locali sono alcuni dei temi al centro del Forum che in India sembra sottolineare, in modo ancora più evidente, lo stridente contrasto tra il progresso tecnologico ed il dramma della miseria. Proprio su questo squilibrio ascoltiamo Stefano Femminis, giornalista della rivista gesuita “Popoli”: 

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R. – Su questo tema dello squilibrio, che in questa città è così evidente, si è tenuta una Conferenza molto interessante su “Terra, acqua e sovranità alimentare”, dove è stato citato un dato emblematico riferito non solo all’India: attualmente ci sono 30 milioni di contadini che usano un trattore ed oltre un miliardo e 200 milioni di contadini che, invece, lavorano usando soltanto le mani. Questo è un dato significativo delle attuali dinamiche della globalizzazione e, allo stesso tempo, delle difficili condizioni dell’India.

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21 gennaio. = Si avvia alla chiusura il World Social Forum di Bombay dove i temi dominanti sono stati la contestazione politica al presidente statunitense Bush e la lotta alle discriminazioni e alle  ingiustizie sociali. I no global si sono infatti accorti che soprattutto in Asia esiste una miriade di movimenti sociali che lottano per le cause più disparate: dalla casta degli intoccabili indiani ai rifugiati del Buthan, dai pacifisti pakistani alle vittime di Bhopal. E ognuno con un’idea diversa su come costruire “quell’altro mondo possibile”, in alternativa a quello che si riunisce a Davos per il Forum economico mondiale. Stefano Leszczynski ha chiesto a Cecilia Brighi, capo delegazione della Cisl al Social Forum indiano, un bilancio dell’evento. 

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R. – Buona parte delle organizzazioni non governative, sindacali, dei movimenti che sono arrivati qui a Bombay hanno scoperto un pezzo di mondo di cui non erano assolutamente a conoscenza, cioè il mondo degli emarginati, il mondo dei poveri, il mondo dei discriminati che il mondo asiatico, il mondo fatto di tanti Paesi senza democrazia, fatto di Paesi con popoli senza diritti, con cittadini esclusi per motivi di casta, per motivi religiosi, per motivi etnici... Questa credo che sia una grande scoperta per il popolo di Porto Alegre, che era un popolo molto politicizzato, in parte anche con un approccio molto ideologico... 

D. – Anche per il mondo sindacale, quindi, è una presa di coscienza molto forte… 

R. – Soprattutto per noi, l’impatto con questo mondo così complesso, così difficile, deve farci riflettere sul fatto che non dobbiamo limitarci ad organizzare il lavoro dipendente o anche il lavoro flessibilizzato che vediamo in Italia, ma che c’è un pezzo di mondo del lavoro che assolutamente non siamo fino ad oggi riusciti a raggiungere o che non abbiamo visto o capito. E credo che questa cosa abbia colpito un po’ tutti noi. 

D. – Si chiude il World Social Forum di Bombay, si apre invece un altro Forum, quello economico mondiale a Davos, in Svizzera. Quali le riflessioni su questa coincidenza? 

R. – Da Bombay esce con forza una richiesta pressante innanzitutto perché i governi e le istituzioni si impegnino per la pace, ora. Si è chiesto, sul tema dell’economia, che si ripensino profondamente le dinamiche economiche mettendo il lavoro dignitoso al primo posto; cioè, di rivedere profondamente questo mondo che ha come obiettivo principale il profitto e la competizione, per riportare invece ad una nuova dimensione che è quella della solidarietà e della cooperazione. Quindi, un’economia volta all’equità.

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