L’INDIA,
PAESE
INSERITO
NEI
PROCESSI
DEL
MERCATO
GLOBALE
MA
FRENATO
DALLA
MISERIA,
METAFORA
DI
UNA
GLOBALIZZAZIONE
PROFONDAMENTE
SQUILIBRATA.
E’
QUANTO
EMERGE
NEL
IV
WORLD
SOCIAL
FORUM
A
BOMBAY
-
A
cura
di
Amedeo
Lomonaco
-
*********
18
gennaio.
=
75
mila
delegati
provenienti
da
almeno
130
Paesi
e
un’affluenza
di
oltre
mezzo
milione
di
persone.
Sono
questi
i
dati
più
significativi
del
IV
World
Social
Forum
che
si
sta
svolgendo
per
la
prima
volta
a
Bombay,
dopo
le
tre
precedenti
edizioni
a
Porto
Alegre,
in
Brasile.
Nato
sull’onda
delle
grandi
manifestazioni
tenutesi
a
Seattle
nel
1999,
questo
appuntamento
sta
suscitando
grande
interesse
soprattutto
per
la
partecipazione
di
dirigenti
politici,
premi
Nobel,
scienziati
e
religiosi.
Dal
Social
Forum
emerge
la
paradossale
situazione
dell’India,
Paese
inserito
nei
processi
del
mercato
globale
ma
anche
lacerato
dalla
miseria.
All’incontro,
che
intende
tracciare
una
linea
alternativa
al
liberismo
dei
Paesi
più
industrializzati
analizzando
limiti
e
potenzialità
della
globalizzazione,
ha
preso
parte
anche
una
delegazione
internazionale
di
gesuiti.
Sul
significato
di
questa
presenza
al
Social
Forum,
ascoltiamo
padre
Daniele
Friggeri,
raggiunto
telefonicamente,
a
Bombay,
da
Fabio
Colagrande:
R.
–
Questo
gruppo,
composto
da
25
membri
che
provengono
da
14
Paesi
diversi,
fa
parte
di
una
delegazione
molto
più
grande
nella
quale
sono
compresi
gesuiti
indiani
e
tutta
una
serie
di
persone
coinvolte
all’interno
dei
lavori
dell’Apostolato
sociale
della
Compagnia
in
India.
La
presenza
in
un
Social
Forum
da
parte
della
Compagnia
risponde,
soprattutto,
ad
un
desiderio
di
mettersi
in
ascolto
di
quelle
persone
che
spesso
sono
escluse
dai
vantaggi
della
globalizzazione.
D.
–
Uno
dei
leader
no
global,
il
francese
José
Bové,
ha
molto
criticato
il
governo
indiano,
colpevole,
secondo
lui,
di
non
aiutare
la
casta
dei
Dahlit,
i
cui
diritti
sono
spesso
derisi.
Quale
predominanza
assume
questo
aspetto
nel
World
Social
Forum
di
quest’anno?
R.
–
Sono
moltissimi
i
Dahlit
presenti
e
credo
che
questo
Social
Forum
è
soprattutto
loro.
Quello
che
li
caratterizza
è
di
essere
portatori
di
un’identità.
Questo
è
un
segno
importante
per
i
loro
diritti
ed
anche
per
l’India
stessa.
Per
i
Dahlit
significa
scoprirsi
e
mostrarsi
nella
loro
identità.
*********
Lo
sviluppo
sostenibile,
l’esigenza
di
distribuire
equamente
le
risorse
del
pianeta
e
la
difesa
delle
identità
locali
sono
alcuni
dei
temi
al
centro
del
Forum
che
in
India
sembra
sottolineare,
in
modo
ancora
più
evidente,
lo
stridente
contrasto
tra
il
progresso
tecnologico
ed
il
dramma
della
miseria.
Proprio
su
questo
squilibrio
ascoltiamo
Stefano
Femminis,
giornalista
della
rivista
gesuita
“Popoli”:
*********
R.
–
Su
questo
tema
dello
squilibrio,
che
in
questa
città
è
così
evidente,
si
è
tenuta
una
Conferenza
molto
interessante
su
“Terra,
acqua
e
sovranità
alimentare”,
dove
è
stato
citato
un
dato
emblematico
riferito
non
solo
all’India:
attualmente
ci
sono
30
milioni
di
contadini
che
usano
un
trattore
ed
oltre
un
miliardo
e
200
milioni
di
contadini
che,
invece,
lavorano
usando
soltanto
le
mani.
Questo
è
un
dato
significativo
delle
attuali
dinamiche
della
globalizzazione
e,
allo
stesso
tempo,
delle
difficili
condizioni
dell’India.
*********
21
gennaio.
=
Si
avvia
alla
chiusura
il
World
Social
Forum
di
Bombay
dove
i
temi
dominanti
sono
stati
la
contestazione
politica
al
presidente
statunitense
Bush
e
la
lotta
alle
discriminazioni
e
alle
ingiustizie
sociali.
I
no
global
si
sono
infatti
accorti
che
soprattutto
in
Asia
esiste
una
miriade
di
movimenti
sociali
che
lottano
per
le
cause
più
disparate:
dalla
casta
degli
intoccabili
indiani
ai
rifugiati
del
Buthan,
dai
pacifisti
pakistani
alle
vittime
di
Bhopal.
E
ognuno
con
un’idea
diversa
su
come
costruire
“quell’altro
mondo
possibile”,
in
alternativa
a
quello
che
si
riunisce
a
Davos
per
il
Forum
economico
mondiale.
Stefano
Leszczynski
ha
chiesto
a
Cecilia
Brighi,
capo
delegazione
della
Cisl
al
Social
Forum
indiano,
un
bilancio
dell’evento.
**********
R.
–
Buona
parte
delle
organizzazioni
non
governative,
sindacali,
dei
movimenti
che
sono
arrivati
qui
a
Bombay
hanno
scoperto
un
pezzo
di
mondo
di
cui
non
erano
assolutamente
a
conoscenza,
cioè
il
mondo
degli
emarginati,
il
mondo
dei
poveri,
il
mondo
dei
discriminati
che
il
mondo
asiatico,
il
mondo
fatto
di
tanti
Paesi
senza
democrazia,
fatto
di
Paesi
con
popoli
senza
diritti,
con
cittadini
esclusi
per
motivi
di
casta,
per
motivi
religiosi,
per
motivi
etnici...
Questa
credo
che
sia
una
grande
scoperta
per
il
popolo
di
Porto
Alegre,
che
era
un
popolo
molto
politicizzato,
in
parte
anche
con
un
approccio
molto
ideologico...
D.
–
Anche
per
il
mondo
sindacale,
quindi,
è
una
presa
di
coscienza
molto
forte…
R.
–
Soprattutto
per
noi,
l’impatto
con
questo
mondo
così
complesso,
così
difficile,
deve
farci
riflettere
sul
fatto
che
non
dobbiamo
limitarci
ad
organizzare
il
lavoro
dipendente
o
anche
il
lavoro
flessibilizzato
che
vediamo
in
Italia,
ma
che
c’è
un
pezzo
di
mondo
del
lavoro
che
assolutamente
non
siamo
fino
ad
oggi
riusciti
a
raggiungere
o
che
non
abbiamo
visto
o
capito.
E
credo
che
questa
cosa
abbia
colpito
un
po’
tutti
noi.
D.
–
Si
chiude
il
World
Social
Forum
di
Bombay,
si
apre
invece
un
altro
Forum,
quello
economico
mondiale
a
Davos,
in
Svizzera.
Quali
le
riflessioni
su
questa
coincidenza?
R.
–
Da
Bombay
esce
con
forza
una
richiesta
pressante
innanzitutto
perché
i
governi
e
le
istituzioni
si
impegnino
per
la
pace,
ora.
Si
è
chiesto,
sul
tema
dell’economia,
che
si
ripensino
profondamente
le
dinamiche
economiche
mettendo
il
lavoro
dignitoso
al
primo
posto;
cioè,
di
rivedere
profondamente
questo
mondo
che
ha
come
obiettivo
principale
il
profitto
e
la
competizione,
per
riportare
invece
ad
una
nuova
dimensione
che
è
quella
della
solidarietà
e
della
cooperazione.
Quindi,
un’economia
volta
all’equità.
**********