"SI GLOBAL" DELL'ALTRO MONDO (GEROLAMO FAZZINI) |
FONTE: Avvenire, 15/03/2005
Sorpresa: aumentano le voci favorevoli alla globalizzazione, purché «umana» e governata,e provengono sempre più dai Paesi del Sud L’economista Bhagwati: la mondialità è già buona, anche se può migliorare De Soto (Perù): i poveri hanno capitali nascosti da far fruttare.
Immaginate un pompiere alle prese con un idrante attivato di colpo: l'acqua fuoriesce con potenza ma, in assenza di una persona in grado di pilotarla, non porta i risultati sperati. Sostituite le istituzioni politiche al pompiere, l'economia attuale all'acqua e la povertà all'incendio e avrete un'idea del pensiero di Jagdish Bhagwati. Elogio della globalizzazione è il titolo dell'ultima opera (da poco tradotta in Italia per i tipi di Laterza) di questo economista indiano, tra i più eminenti al mondo, negli anni scorsi consigliere speciale alle Nazioni Unite. La tesi-chiave di Bhagwati è che, in un mondo in cui ingiustizie e squilibri sono sotto
gli occhi di tutti, la globalizzazione faccia parte della soluzione e non del problema, nella misura in cui essa viene governata. Perché «la globalizzazione è una cosa buona, ma non abbastanza», come recita il titolo del terzo capitolo. «La globalizzazione ha già un volto umano», sostiene provocatoriamente Bhagwati, anche se - ammette - «possiamo farlo diventare ancora più gradevole». Attenzione, però, a non far passare lo studioso come un fondamentalista del mercato.
La crescita di un Paese - precisa Bhagwati - non dev'essere «una strategia passiva del tipo trickle-down, cioè goccia a goccia per alleviare la situazione dei poveri», bensì una strategia attiva. Ma sbaglia chi punta solo sulla crescita economica. In un saggio del lontano 1958 lo studioso aveva già parlato della «crescita che impoverisce» (quando la politica economica di un Paese non è lungimirante): oggi Bhagwati ha buon gioco a rispolverare quel vecchio testo per mettersi al riparo dalle critiche di chi lo dipinge come un sostenitore acritico del mercato senza regole. Non è affatto così. Nelle pagine del documentatissimo volume,
l'interessato difende gli scambi commerciali come motore di sviluppo, ma è assai prudente (quando non fortemente critico) sulla liberalizzazione dei capitali. Operazione estremamente più rischiosa, come egli denuncia analizzando il catastrofico caso russo.
Laddove - spiega - si è voluto spalancare un Paese alla globalizzazione con la stessa ruvidezza di chi apre una porta con un calcione, salvo poi ricevere una spinta violenta di segno opposto. Pagine caustiche, condite con un'ironia anglosassone, Bhagwati le riserva ai critici della globalizzazione condizionati da stereotipi e schematismi. Attacca il «troppo facile assioma» secondo il quale «se il capitalismo ha prosperato e la globalizzazione economica è cresciuta, mentre certi mali sociali si sono aggravati, i primi due fenomeni devono aver causato il terzo». Al contrario, dimostra grande considerazione per le Ong che si oppongono alla
globalizzazione sulla base di approfondite analisi e contestazioni non violente. Lavoro minorile, emancipazione della donna, ruolo delle multinazionali, conseguenze ambientali, influssi sulla cultura: in Elogio della globalizzazione l'autore non si sottrae a nessuno di questi nodi problematici. Con una convinzione: «Per riuscire a rendere più incisivi e duraturi gli effetti fondamentalmente benefici della globalizzazione è necessario gestirla con oculatezza, altrimenti può diventare pericolosa».
Quella di Bhagwati è una delle voci favorevoli alla globalizzazione (pur «temperata»), che si affianca a quelle dei critici più severi (tra questi l'egiziano Samir Amin, l'indonesiano Martin Khor e il filippino Walden Bello), diventati altrettanti punti di riferimento del vasto arcipelago new global. A differenza di questi ultimi, Bhagwati & C. sono decisamente più possibilisti circa le potenzialità che una «globalizzazione governata» offre allo sviluppo dei Paesi poveri. Il nome più noto è quello di Amartya Sen, indiano di nascita ma cresciuto in Occidente. Sen è il teorico dell'Indice di sviluppo umano (Isu) elaborato dall'agenzia
Onu per lo sviluppo, basato sulla media ponderata di indicatori quali reddito pro capite, speranza di vita alla nascita e tasso di alfabetizzazione degli adulti. Nei suoi testi Sen propone un'analisi economica che mette al centro l'essere umano e il suo bisogno di espressione a tutti i livelli; la sua idea di sviluppo, infatti, prevede come centrale la dimensione della libertà e dei diritti umani.
Analoghe preoccupazioni sono al centro della riflessione di Partha Dasgupta, economista anch'egli di origine indiana, docente all'università di Cambridge. Cosciente che il ciclone-globalizzazione opera in diverse direzioni (economica, culturale, ambientale…) Dasgupta propone una revisione radicale dei parametri del benessere di una nazione, convinto com'è che il Pil pro capite non colga in profondità la complessità dei fattori in gioco. Elementi come la salute della popolazione, i diritti civili e politici o l'impatto delle attività umane sull'ambiente sono decisivi - sostiene Dasgupta - non meno che i dati economici «puri». Hernando De
Soto è un altro degli economisti più originali del momento. Nato in Perù, cresciuto a Ginevra, De Soto lavora a Lima. Nei Paesi «sottosviluppati» - è la rivoluzionaria analisi contenuta nel suo Il mistero del capitale - la ricchezza esiste, ma non è documentata e dunque non si traduce in sviluppo.
Secondo i suoi calcoli i 4 miliardi di abitanti più indigenti della Terra, in realtà, possiedono un capitale non documentato di oltre 9,3 trilioni di dollari. Se costoro acquistassero la capacità di scambiare e produrre ricchezza, verrebbero incluse nel circuito virtuoso della crescita economica, diventando protagoniste - anziché vittime - della globalizzazione. La sfida, allora, consiste nel dare cittadinanza effettiva, strumenti giuridici adeguati e garantire le necessarie coordinate sociali e politiche perché tale «ricchezza nascosta» venga alla luce e dia frutto. Ma ai teorici che vorrebbero esportare il liberismo tout court De Soto manda
a dire: «Le leggi prodotte nelle università o nei ministeri, senza radici nella cultura che devono servire, sono destinate a fallire».
Gerolamo Fazzini, Avvenire 15/03/2005
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