La
caratteristica che accomuna tutti questi saggi, pietre
miliari per l'informazione ecologista degli ultimi due
decenni, è una grossa capacità comunicativa che riesce a
sintetizzare problemi epocali nella loro duplice rilevanza
tecno-scientifica e filosofica.
L'oggetto
dell'ultima fatica di Rifkin è la manipolazione
genetica e, senza ombra di dubbio, la capacità
raggiunta dalla ricerca scientifica, unita
all'applicazione tecnologica, in questo ambito, apre degli
scenari di portata inusitata per il destino dell'umanità.
La nuova scienza genetica, che sta emergendo dagli
asettici laboratori dei paesi industrializzati, solleva
domande inquietanti. Riprogrammare i codici genetici della
vita -ad esempio- non rischia di interrompere milioni di
anni di sviluppo evolutivo? E la creazione artificiale
della vita, non implica la fine del mondo naturale? Non
sussiste il rischio di diventare alieni in un mondo
popolato da creature clonate, chimeriche e transgeniche?
La creazione, la produzione di massa e il rilascio su
vasta scala nell'ambiente naturale di migliaia di forme di
vita manipolate geneticamente non causeranno un danno
irreversibile alla biosfera, facendo dell'inquinamento
genetico una minaccia per il pianeta ancora più
grave e imprevedibile dell'inquinamento nucleare e
chimico? Che conseguenze avrebbe ridurre la varietà
genetica del mondo naturale allo stato di proprietà
intellettuale brevettata sotto il controllo commerciale di
voraci multinazionali? Che influsso avrà sulle
convinzioni comuni più profonde la prassi di brevettare
la vita? Che cosa significherà essere uomini in un
mondo dove i bambini vengono progettati geneticamente e
alterati in utero, naturale o artificiale, e dove le
persone vengono identificate, stereotipate e discriminate
in base al loro genotipo?
Bene,
sappiate che tutto ciò non è la quarta di copertina di
un intrigante romanzo di fantascienza, ma è il
potenziale, in parte già in atto, del livello raggiunto
dalla civiltà industriale nella manipolazione della vita
naturale. Il matrimonio fra computer
e genetica, negli ultimi dieci anni, è uno degli
avvenimenti dominanti della nostra era e promette di
apportare trasformazioni radicali più di qualsiasi
rivoluzione tecnologica della nostra storia.
Qualche zelante studioso di storia potrebbe argomentare
che gli esseri umani hanno cercato di
"manipolare" il mondo biologico fin dalle prime
forme di agricoltura nei primordi del neolitico ma, se la
motivazione che sta dietro l'ingegneria genetica è, in un
certo senso, remota, la tecnologia rappresenta qualcosa di
qualitativamente nuovo e originario. Per più di dieci
millenni l'umanità ha addomesticato, generato, incrociato
animali e piante ma, nella lunga storia di queste pratiche
ci si è limitati ai vincoli naturali posti dai confini di
specie. Gli animali ibridi (ad esempio i muli) sono
solitamente sterili, e gli ibridi delle piante non
tramandano tutti i propri tratti. L'ingegneria genetica
supera le costrizioni imposte dalla natura e,
oltrepassando la specie, interviene direttamente sui geni
con implicazioni semplicemente imprevedibili. Le nuove
tecnologie consentono di ridurre ogni forma di vita a
materiale chimico manipolabile deformando i concetti di
natura e le nostre relazioni con essa.
Con
l'inedita capacità di identificare, immagazzinare e
manipolare il programma chimico degli organismi viventi si
realizza l'incubo prometeico più recondito del
"progresso": divenire gli ingegneri della vita
stessa. Riprogrammare i codici genetici degli organismi
viventi soddisfa i desideri e i bisogni sociali ed
economici celebrando il divorzio più irreversibile tra la
cultura e la natura. Siamo di fronte ad una seconda
genesi, sintetica, rispondente ai requisiti
dell'efficienza produttiva e la competizione
scientifico-commerciale.
L'ingegneria genetica rappresenta lo "strumento
finale" di una concezione strumentale e
utilitaristica della tecnologia. Estende i poteri
dell'umanità sopra le forze della natura come
nessun'altra tecnologia ha mai fatto precedentemente nella
storia, forse con la sola eccezione dell'energia atomica,
che può essere considerata l'estrema espressione dell'era
della pirotecnologia.
Ora, spostandoci da un rapporto pirotecnologico con la
natura a un rapporto biotecnologico con la stessa, emerge
una nuova metafora concettuale coniata da Rifkin.
Parafrasando l'alchimia, avremo l'algenia
che caratterizzerà l'era biotech.
Un algenista non considera il mondo vivente come dato, ma
una realtà in potenza. A questo riguardo, l'algenista
non pensa a un organismo come a una entità
distinta e separata, ma piuttosto come a una serie di
rapporti transitori posti in un contesto antropocentrico
in movimento, pronto a diventare altro. Per l'algenista,
forzando la divisione cellulare che, non a caso, limita
l'interscambio con l'esterno alla sua sopravvivenza, i
confini di specie sono semplici etichette biologiche di
ingredienti atti a mescolarsi per l'esito strumentale
dell'uomo. Lo scopo finale dell'algenista, taumaturgo del
DNA, è quello di costruire l'organismo perfetto, lo
"stato aureo" dell'efficienza artificiale quale
strumento della società del divenire.
I
nuovi strumenti dell'ingegneria genetica sono
implicitamente degli strumenti eugenetici. Ogniqualvolta
il DNA ricombinante, la fusione cellulare e altre tecniche
similari vengono usate per "migliorare" i tratti
genetici di un microbo, di una pianta, di un animale o di
un essere umano, sorge una considerazione eugenetica nel
processo stesso. Nei laboratori di buona parte del mondo,
i biologi molecolari operano scelte quotidiane a proposito
di quale gene alterare, inserire o eliminare dal codice
genetico di varie specie. Tutte queste sono decisioni
eugenetiche emancipatesi nichilisticamente da qualsivoglia
considerazione etica o morale. Ogni volta che viene
realizzato un mutamento genetico di questo tipo, gli
scienziati, le multinazionali o lo Stato stanno
implicitamente, se non esplicitamente, prendendo decisioni
su quali siano i "geni sbagliati" che devono
essere alterati o eliminati e i "geni giusti" da
inserire o preservare. Questo è esattamente il concetto
base dell'eugenetica: l'ingegneria
genetica è una tecnica pensata al fine di migliorare il
patrimonio genetico degli organismi per mezzo della
manipolazione del loro codice genetico.
Al
posto degli slogan sulla purezza razziale, i nuovi
eugenisti parlano più pragmaticamente di un'economia più
efficiente e di una migliore e confortevole qualità della
vita. In realtà è solo un adattamento culturale del
medesimo presupposto positivista che animava la
"vecchia" eugenetica totalitaria. La nuova
eugenetica è presentata ai nostri occhi non come una
sinistra possibilità, ma come un dono sociale ed
economico, trovando sostegno potentissimo nelle forze di
mercato e nelle "necessita" dei consumatori,.
Nel
corso della storia le forme del potere hanno sempre
tentato di vincolare il futuro degli altri, spesso
riuscendoci. Oggi però, potremmo essere vicini
all'esercizio del potere nella sua forma più perfetta:
controllare le vite future di generazioni non ancora nate,
manipolando i loro processi biologici, rendendole ostaggio
del "progetto" delle loro vite, di cui non sono
gli autori.
Il secolo della biotecnologia promette di completare il
viaggio iniziato da Francis Bacon e compagni grazie al
"perfezionamento" sia della natura dell'uomo,
sia della natura in generale, in nome del
"progresso".. Chi avrebbe il coraggio di opporsi
alla manipolazione genetica delle piante e degli animali
per nutrire un mondo affamato? Chi obietterebbe alla
manipolazione delle nuove forme di energia biologica per
rimpiazzare la diminuzione delle riserve di combustibili
fossili? Chi protesterebbe contro l'introduzione di nuovi
microbi per eliminare le scorie tossiche e le altre forme
di inquinamento chimico? Chi rifiuterebbe degli interventi
genetici per eliminare malattie invalidanti?
In questo contesto sembra intuitivo affermare che la
rivoluzione biotecnologica inciderà sostanzialmente sulle
forme dell'economia e della società mondiale, ma non di
meno avrà un impatto ugualmente significativo
sull'ambiente della Terra. A tale proposito non è
esagerato supporre che le biotecnologie inaugurano il più
radicale esperimento mai effettuato sulle forme di vita
terrestri e sugli ecosistemi. Rifkin ci aiuta a immaginare
cosa implica il trasferimento di geni tra specie viventi
senza alcuna affinità fra loro o addirittura attraverso i
confini della biologia (piante, animali ed esseri umani)
che creano centinaia di forme di vita totalmente nuove
ottenute in un istante rispetto ai tempi lentissimi
dell'evoluzione. E quindi, la propagazione dei cloni, la
produzione di massa di un numero illimitato di repliche,
la loro liberazione nella biosfera che permette loro di
propagarsi, mutarsi, proliferare e migrare colonizzando la
terra, l'acqua e l'aria.
Sono
le fondamenta di una torre di Babele biologica che si
innalza a diffondere il caos nell'intero mondo
biologico, sommergendo l'antico linguaggio emanazionistico
dell'evoluzione.
L'inquinamento genetico sta già muovendo i primi passi e
sembra pronto a diffondersi nel prossimo secolo,
distruggendo gli habitat, destabilizzando gli
ecosistemi e diminuendo le ultime riserve di varietà
biologiche sul pianeta. Questa nuovissima forma
d'inquinamento crea rischi imprevedibili per
molte specie vegetali ed animali, uomo compreso. Provate
solo a moltiplicare esponenzialmente l'episodio del così
detto morbo della "mucca pazza" -predisposto da
un'alimentazione carnivora contro natura dei bovini- per
capacitarvi dello strapuntino ecologico su cui siamo
relegati. Il potere di trasformare, ricostruire e
sfruttare la natura seguendo queste nuove strade
garantisce una sola cosa: la rivoluzione biotecnologica
lascerà sull'ambiente la sua inconfondibile impronta
digitalizzata al computer.
L'unione
delle scienze dell'informazione con le scienze della vita
-in altre parole dei computer con i geni- in una singola
rivoluzione tecnologica e commerciale, è il vero inizio
della nuova era biotech.
Il computer organizza le comunicazioni in un modo
originario che lo rende strumento ideale per gestire i
flussi dinamici e i processi interattivi che costituiscono
il mondo fluido dei geni, delle cellule, degli organi e
degli ecosistemi. Il modo in cui il computer è
organizzato, specialmente le reti complesse, rispecchia i
processi dei sistemi viventi, dove ognuna delle parti è
un nodo di una rete dinamica di relazioni che
continuamente perfeziona se stessa a ogni livello della
sua esistenza, conservando una presenza vivente. Per un
esperto di cibernetica, il feedback (cioè la
retroazione) e l'elaborazione delle informazioni, servono
da descrizione scientifica onnicomprensiva di come gli
organismi anticipano e di come rispondono ai cambiamenti
delle condizioni nel tempo. Un organismo vivente non è più
considerato come una forma permanente, ma piuttosto come
una rete di attività. Con questa nuova definizione della
vita, la filosofia del divenire sostituisce quella
dell'essere e, la vita e la mente, diventano ostaggio
della nozione di "elaborazione" del cambiamento.
Rifkin
ci avverte che ci stanno raccontando nuovamente la
Creazione, solo che, questa volta, ci viene data
un'immagine della natura tramite il computer, usando il
linguaggio della fisica, della chimica, della matematica e
delle scienze dell'informazione.
Con gli organismi viventi, esattamente come con i computer,
il potere dell'informazione e i limiti di tempo diventano
le considerazioni principali. Ogni successiva generazione
della crescente catena dell'evoluzione, proprio come ogni
nuova generazione di computer, è più complessa e più
abile nell'elaborare crescenti quantità di informazioni
in periodi di tempo più brevi. Riducendo la struttura
alla sua funzione, e la funzione a un flusso di
informazioni, la nuova cosmologia non percepisce più le
cose viventi come uccelli e api, volpi e galline, peschi e
mandorli, ma come grovigli di informazioni genetiche.
Tutti gli esseri vengono prosciugati della loro sostanza e
trasformati in messaggi astratti. La vita
diventa un codice da decifrare e, come potrebbe ogni cosa
vivente essere considerata sacra quando è solo un modo di
organizzare le informazioni?
Esiste
una via alternativa a tutto questo?
La questione può essere affrontata solo se si supera la
dicotomia strumentale tra favorevoli o contrari alla
scienza e alla tecnologia. Piuttosto, bisogna fare uno
sforzo di approfondimento e chiedersi quale tipo di
scienza e tecnologia può accompagnare il nuovo millennio.
Il
secolo della biotecnologia esautorerà giocoforza il
riduzionismo positivista, caratterizzato dalla
sequenzialità sincronica e dalla stretta causalità. A
quel punto sarà possibile l'affermarsi di nuovi paradigmi
interpretativi filosofico-scientifici ed epistemologici.
Già da ora si pensa in termini di sistemi autoregolati,
di omeostasi; la biologia più attenta parla di
"processo" più che di "costruzione" e
vede il gene, l'organismo, l'ecosistema e la biosfera come
un "organismo superintegrato", in cui la salute
di ogni parte dipende dal benessere dell'intero sistema.
Le
scienze analogiche unite alle interpretazioni olistiche
della realtà stanno aumentando in importanza e levatura,
proiettando nei più vasti campi una immagine della natura
come ragnatela priva di giunture fatta di miriadi di
rapporti simbiotici e di interdipendenze, tutti incastrati
in più grandi comunità biotiche che insieme formano un
singolo organismo vivente, la biosfera.
La cultura ecologica più profonda può sollecitare un
"grande mutamento" di prospettive e favorire
forme appropriate e consapevoli di tecnologia impostate
sulla relazione piuttosto che sulla dominazione,
basandosi sulla biodiversità e il mantenimento dei legami
di comunità.
Eduardo
Zarelli