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VERTICE OMC A SEATTLE: LE MILLE ANIME DI SEATTLE

 

Da internet a Seattle (di Giuseppe Caravita)

Il diluvio di server commerciali, la corsa frenetica all'oro di Internet, la vendita e rivendita di identità di consumo in rete, le caselle postali violate da insulsi messaggi, la macchina di un Web visto come un gigantesco supermercato a prezzi superscontati: tutto ciò ha preso il sopravvento, a poco a poco, sui progetti dei sognatori della prima metà degli anni Novanta centrati su una fioritura dal basso della Rete, sulla capacità di usare un mezzo finalmente aperto, globale e bidirezionale per dare voce ai silenziosi, per metterli in comunicazione, per unirli e migliorare la loro vita.

Il maggiore difensore civico attuale, ovvero il vecchio buon Ralph Nader fa pubblicare, sul suo sito (Public Citizen, www.citizen.org) nel 1997 un documento lungo, ostico e, soprattutto, segreto. Si chiama Mai (Multilateral Agreement on Investments). E' stato stilato, dopo anni di faticose (e volutamente riservate) trattative prima nell'Ocse e poi nella Wto (World Trade Organisation). E' una bozza di accordo tra 29 paesi, industrializzati e in via di sviluppo, in faticosissima discussione dal 1995 che, in pratica, mira a rimuovere quante più barriere possibili per le multinazionali, il loro accesso ai mercati e alle risorse (lavoro, ambiente) su base globale.

In apparenza un passo avanti, e solo abbozzato, nella formazione di un mercato mondiale. In apparenza un'altra di quelle super-complicate trattative che da decenni impegnano i vari round prima del Gatt, poi del Wto e si trascinano nei bizantinismi tecnici delle istituzioni internazionali.

In apparenza. Nel frattempo c'è stato il caso di Bophal, delle denunce per il supersfruttamento del lavoro dei bambini (di cui sono accusate varie multinazionali, tra cui la Nike), la prospettiva delle prime sperimentazioni delle culture transgeniche che a molti (tanti, in primis il sociologo e attivista Jeremy Rifkin) fanno una maledetta paura (e hanno già prodotto qualche "incidente") . Il Mai viene (e non a torto) presentato su Internet come il documento politico che consente tutto questo, che dà mano libera alle multinazionali, che pone la loro creatura di comando, il Wto, come un "centro di governo dell'economia mondiale non eletto da nessuno, autonominato dai potenti della terra, al di fuori delle regole democratiche" secondo Public Citizen. "E' la dittatura dei mercati sul mondo", gli fa eco Ignazio Ramonet, sulle colonne di "Le Monde Diplomatique", punto di riferimento per la sinistra radicale europea.

Fin qui le solite critiche, i soliti attacchi radicali degli eterni minoritari che non si rassegnano ad accettare il verbo del "pensiero unico" (come loro lo chiamano), ovvero della ricetta che, per quasi tutto il mondo, è divenuta la medicina base applicata dai governi: liberalizzare, privatizzare, sviluppare i mercati. Da anni cresce intorno a questa triade il malumore, prima di pochi (e divisi) fuori dal coro, poi, progressivamente, di molti, dotati di un nuovo e imprevisto canale di espressione.

Intorno a Public Citizen, così, comincia a svilupparsi, su Internet, la grande discussione della sinistra (e non-sinistra) radicale e ambientalista mondiale che durerà, in pratica, tre anni. Si formano spontaneamente liste di discussione, casi e testimonianze vengono portate in rete, si aggregano a macchia d'olio gruppi di attivisti di ogni parte del mondo, nascono siti Web di controinformazione sui danni ambientali, sulla protezione della biodiversità (la necessità di preservare gli ecosistemi, anche culturali e sociali), sulla critica al pensiero unico e le sue possibili, più o meno fantasiose (ma anche queste hanno i loro diritti), alternative.

Una inchiesta comparsa sull'ultimo numero di gennaio dell'Economist dà alcuni interessanti cifre sul fenomeno "forte", strutturale, che vi sta sotto. Non ci sono solo discussioni e parole sulla rete. C'è un reticolo fittissimo di oltre 29 mila Ngo a raggio internazionale (Non governmental organisations, organizzazioni non governative) secondo stime dell'Onu. Ma queste sono solo la punta di un iceberg che, se esteso alle piccole Ngo nazionali supera la cifra di 2 milioni solo negli Usa. E' un intricato ecosistema di gruppi spontanei, formatesi spontaneamente negli anni 80 e 90 e che si occupano di tutto, praticamente di ogni problema sociale, economico, culturale che interessi il pianeta, o anche piccolissime nicchie di esso.

E' il "terzo settore" (altrimenti detto volontariato) che coinvolge e occupa stabilmente milioni di attivisti, che mobilita risorse private e pubbliche. Che, nei paesi del terzo mondo e nelle zone di crisi (basti pensare a quanto avvenuto recentemente in Kossovo) è divenuta l'autentica longa manus operativa dei governi. Una generazione di "cittadini del pianeta" che ormai ha acquisito un ruolo politico più rilevante sul campo e nei fatti che nelle rappresentanze istituzionali.

E che esibisce, in non pochi casi, dimensioni massicce (vi sono Ngo, come Ammnesty International o Us Charities che poco hanno da invidiare alle multinazionali, quanto a dimensioni, ramificazione globale e bilanci), ruolo politico (si pensi alla Comunità di S. Egidio, protagonista della pacificazione di un intero paese, il Mozambico), capacità di incidere su organismi come l'Onu, la Banca Mondiale (molti progetti di sostegno ai paesi in via di sviluppo passano per il vo sul volontariato), l'Unesco, l'Unicef.

Indirettamente (attraverso i propri attivisti) e poi, sempre più, direttamente le Ngo partecipano al grande dibattito in rete sul Mai, il Wto, il governo mondiale dell'economia e dell'ambiente. Praticamente tutte queste organizzazioni sono su Internet da anni. Tra le prime a dotarsi di siti Web, di posta elettronica e di comunità di rete, lo fanno, del resto, di necessità. Internet è praticamente, per molte di loro, l'unico strumento disponibile a basso costo per farsi conoscere, pubblicizzare le proprie campagne, promuovere la raccolta di fondi, coordinare attivisti e volontari, tenere i rapporti esterni.

La linea comune che emerge dalla grande discussione focalizza, in pratica, su un punto. La Wto prende decisioni che coinvolgono l'intero pianeta, ma non è un organismo democratico, elettivo, rappresentativo di tutte le parti in gioco. Un concetto, questo, che ripetono tutti gli appelli, tutti i manifesti, e che fa seguito alla de facto emarginazione delle maggiori Ngo dalla cruciale trattativa sul Mai operata a suo tempo dall'Ocse. E questo per un motivo preciso, dicono gli oppositori: il Mai, insieme al via libera alla produzione globale di alimenti transgenici, non era negoziabile in presenza di reali oppositori indipendenti, e non ricattabili governi di paesi in via di sviluppo quasi tutti pesanti debitori di quelli ricchi. E poi. perché il Mai implica gravissimi rischi ambientali, perché porta all'omologazione delle colture e delle culture.

Perché prefigura un mondo di multinazionali dominanti che replicano, come Mc Donald's (l'arcinemico di Jose Bovè, il leader contadino francese tra i protagonisti di Seattle), il proprio modello da New York a Kuala Lumpur. Il mondo merita - dicono- un governo globale democratico e partecipato che guidi una diversa e più equa globalizzazione. La società civile internazionale deve battersi per difendere la biodiversità (tema irrisolto del vertice di Rio sull'ambiente), intesa questa in senso ampio. Come sistema di tecnologie sicure, come equilibrio finanziario e produttivo, come localismi e rispetto del diverso, come scambio tra pari, tanto più fecondo quanto attivo dentro un sistema di comunicazioni il più possibile libero (e qui l'opposizione anche al controllo commerciale dei contenuti su Internet) a basso costo, nato dal basso, pubblico, organizzato e prodotto dai cittadini stessi.

Queste, per sommi capi e in modo grossolano, le idee chiave dell'anti-Wto. Idee piuttosto semplici, generali, di una sinistra mondiale che appare rigenerata fuori dalle vetuste ideologie e dagli apparati di partito, su una rete di attacco attivo ai problemi.

Differenziata in migliaia di soggetti singoli ma, proprio per questo, pronti a creare su Internet comunità trasversali, su temi caldi (ambiente, globalizzazione...), discuterli, arricchirli di proprie esperienze e punti di vista, farle proprie, e quindi alla fine più capace di unirsi e di agire assieme. Anche in alleanze che qualche anno fa sarebbero state giudicate del tutto improbabili.

Ed è proprio quello che succede dentro il "cyberspazio pubblico". Ognuno fa proprio, a modo suo, il sistema di obbiettivi generali della protesta. Gli ambientalisti sulla biodiversità, i consumeristi sui rischi del transgenico, i sindacalisti sulla crescente ineguaglianza insita nel neoliberismo squilibrato, selvaggio, senza contrappesi democratici e senza nuovo stato sociale. E, intorno a questa triade ambientalismo-consumerismo-sindacalismo si forma la "Coalition" anti-Wto.

In Europa raccoglie innanzitutto circuiti alternativi storici come Peacenet, ma anche ambientalisti di ogni paese (da GreenNet inglese ai Verdi italiani, francesi, tedeschi), attivisti di Altromercato, radicali di Attac (associazione francese per il sostegno alla Tobin Tax, ovvero alla tassazione delle transazioni finanziarie come nuovo mezzo di finanziamento del possibile nuovo welfare globale), centri sociali (spicca in Italia il network Isole nella Rete); gruppi radicali Usa, come la Ruckus Society, organizzatori di campi e di azioni dirette in stile Greenpeace. Sono solo esempi.

E' impossibile illustrare tutti i soggetti. E quantificare quanti partecipanti i cerchi concentrici della "lunga discussione" intorno al Mai e al Wto abbiano toccato nei tre anni. Di sicuro dietro ai 50mila effettivamente convenuti a Seattle (stima della polizia di Seattle, secondo gli organizzatori la cifra autentica sale a 85mila) se ne possono contare almeno dieci o cento volte tanti (che peraltro sono contemporaneamente scesi a manifestare nei giorni del Wto in numerose città dei paesi industriali).

Nelle settimane precedenti il Wto a Seattle viene stabilito un Indipendent Media Center a cui collaborano centinaia di attivisti di ogni parte del mondo. Indymedia  coordina i reportages fotografici e video dalle strade della protesta. Deep Dish Tv trasmette questi servizi via satellite sui canali pubblici di un centinaio di stazioni locali ad accesso pubblico. Centinaia di giornalisti e di grafici, coordinati da Paper Tiger TV provvedono all'editing, al taglio e alla redazione di questi servizi. La Damn (Direct Action Media Network, nata dalla Tao - the anarchy organisation - canadese, http://www.tao.ca) fornisce anch'essa un forte contributo al sistema di media center alternativi. E poi ci sono anche altre piccole Ngo mediatiche: Changing America, Big Noise Film, Videoactive, Wispered Media con le loro piccole telecamere digitali negli zainetti colorati.

I cinque giorni della "battaglia di Seattle" vengono ripresi, commentati, mandati in tempo reale sui circuiti Web e televisivi. Le cariche della polizia di Seattle del primo dicembre, le nuvole di gas, gli spari delle pallottole di gomma, le ferite dei dimostranti. Ma anche i fuochi degli "hooligans", della rabbia violenta dei più estremisti. I 600 arresti, i discorsi infuocati di Jose Bovè, di Vandana Shiva, di Jim Hightower e di altri leader del movimento contadino e terzomondista anti transgenico.

E infine la chiusura improvvisa del vertice Wto il 4 dicembre. I gesti di stizza e di disappunto dei dirigenti e dei delegati. Clinton che rende pubbliche le sue perplessità sulla Wto.

E dichiara: la sua proposta di risoluzione sul bando al lavoro nero dei bambini. Le manifestazioni gioiose dei cortei che cantano vittoria.

Tutto su Internet. Tutto documentato secondo le tecnologie multimediali più avanzate (che poi sono le meno costose). La Real networks (l'azienda chiave del software webcast, vera star del Nasdaq) che apre il suo sito alla collaborazioni con gli attivisti. Tutto distribuito ma anche coordinato via rete. Ed è un sistema mediatico tanto distribuito, su decine di siti, che sarebbe praticamente impossibile chiudergli la bocca.

E che, con la battaglia di Seattle, comincia ad acquisire un ruolo e un'attenzione vasta, in grado di espandere la sua carica informativa anche sulla situazione dei paesi poveri (Nicaragua, Filippine, Cuba), sui disastri ambientali, sulle campagne anti-traffico di rifiuti pericolosi, sui casi di violazione dei diritti umani (Colombia...).

 

 

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