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ROMANIZZAZIONE
& GLOBALIZZAZIONE |
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È
legittimo paragonare la globalizzazione al processo di
romanizzazione che coinvolse il Mediterraneo e gran parte
del territorio europeo?È esistito nell'antichità un
fenomeno simile a quello della globalizzazione? |
Sì e no. Per rispondere più chiaramente, però, bisognerà
dare una definizione di globalizzazione, almeno a grandi
linee. Sembra che questo termine abbia fatto la sua prima
apparizione nel 1944 in un vocabolario di lingua inglese e
veniva definito come «l'atto di rendere qualcosa globale
in estensione o in applicazione». Sui dizionari di oggi,
invece, si trova: «fenomeno
per cui le economie e i mercati nazionali, grazie allo
sviluppo delle telecomunicazioni e delle tecnologie
informatiche, vanno diventando sempre più
interdipendenti, fino a diventare parte di un unico
sistema mondiale».
Ma una simile definizione, però, taglia fuori le
conseguenze che inevitabilmente questo fenomeno arreca in
altri campi, senza contare che ignora tutti quei processi
e tutte quelle tendenze a cui è intimamente legato, come
l'occidentalizzazione, l'americanizzazione, ecc.
È chiaro che essi si influenzano vicendevolmente, in un
rapporto di interazione abbastanza stretto. Per questo
motivo i sociologi hanno allargato l'accezione del termine
"globalizzazione", comprendendovi quel profondo
cambiamento culturale che è visibile anche nel quotidiano
con un rimescolamento di abitudini e di costumi, con
un'immissione di elementi provenienti da altre culture.
Ma, insomma, il mondo antico ha conosciuto, o no, una
dinamica socio-economica assimilabile alla
globalizzazione? Sembrerebbe di sì, se lo assimilassimo
al processo di romanizzazione che molti popoli e terre
conobbero nell'arco di più generazioni. Ma esistono delle
valide ragioni per negarlo recisamente.
Queste le
ragioni favorevoli ad un'assimilazione, con i dovuti
distinguo, tra globalizzazione e romanizzazione.
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L'inglese,
attualmente parlato da oltre un quinto della
popolazione mondiale, è un elemento essenziale della
nuova cultura globale. Analogamente, il latino,
duemila anni fa, assieme al greco, era la lingua più
parlata nel bacino mediterraneo. Il latino era la
lingua dei dominatori e dell'amministrazione, quella
che pian piano soppiantò le parlate di altri popoli
(accogliendone, tuttavia, alcuni termini).
Sul latino, inoltre, si basava buona parte del
frasario della cosiddetta "lingua franca",
quel linguaggio ibrido adoperato dai mercanti e dai
marinai del mondo classico.
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Come
internet e gli altri mass media e i vari mezzi di
comunicazione e di trasporto hanno reso il nostro
pianeta un villaggio globale, funzione simile ebbero
il Mediterraneo e le strade, cui i romani profusero
parecchie risorse per la loro costruzione e
manutenzione. La rete stradale e le rotte marittime
furono a lungo il tessuto connettivo dello Stato
romano.
«L'aspetto più pesante e brutale dell'impero romano
appare nello sforzo costante che doveva fare per
mantenersi unito. Soldati, amministratori, corrieri, e
i rifornimenti a loro necessari, dovevano essere
continuamente in movimento da provincia a provincia.
Visto dagli imperatori nel 200, il mondo romano era
diventato una rete di strade, intercalata dalle
stazioni di posta dove ogni piccola comunità doveva
raccogliere tributi sempre maggiori di alimenti,
abiti, animali e mano d'opera per soddisfare le
necessità della corte e dell'esercito». (P. Brown, Il
mondo tardo antico. Da Marco Aurelio a Maometto,
Torino, Einaudi, 1974, p. 11)
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Oggi
come allora si assiste alla scomparsa di culture
"altre" rispetto a quelle più forti e
portatrici di determinati valori.
Se per Roma il mezzo per romanizzare il suo impero era
la conquista militare, la deduzione di colonie e di
diritto romano e latino, la deportazione di
popolazioni, la costruzione di strade, lo stesso
esercito, il sistema scolastico pubblico
(particolarmente funzionante nell'alto impero), la
società moderna si avvale dei mass media e delle
politiche di mercato.
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La
nuova cultura globale non è per niente uniforme.
Tutt'altro. È una specie di cocktail, in cui vengono
a fondersi elementi e contaminazioni provenienti da
culture percepite come "esotiche".
È vero che per la romanità il maggior referente fu
la cultura ellenistica, ma come dimenticare alcuni
indumenti di origine celtica penetrati nella moda
romana? Allo stesso modo vediamo fiorire, ad esempio,
la diffusione del mehndi, dell'arte del
tatuaggio indiano realizzato con una pasta ricavata
dalle foglie di henné.
Ecco cosa
ci autorizza a porre una distanza abissale tra i fenomeni
di globalizzazione e di romanizzazione:
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La
cultura e la lingua latina non riuscirono a
soppiantare del tutto il prestigio della cultura
ellenistica e della lingua greca. Roma nel bacino
orientale del Mediterraneo non riuscì a sostituire la
koinè ellenistica, anzi fin dall'inizio della
sua storia si trovò invischiata in essa. In questo
modo in Oriente il greco fece da tramite tra il
dominatore romano e le popolazioni, anche con quelle
non ellenizzate. Alla lunga, questo stato di cose si
sarebbe rivelato nella sua gravità.
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Può
sembrare strano, se non paradossale, ma nello Stato
romano non ci furono mai problemi di xenofobia, né di
scontri etnici. Roma, in altre parole, non conobbe mai
problemi come il razzismo e la pulizia etnica,
fenomeni che probabilmente sono collegati col processo
di globalizzazione che sta investendo la nostra società.
Prova ne sia l'ascensione al trono imperiale di
"barbari", come Filippo che era arabo, o
l'immissione in Senato di altri "barbari".
«Le classi governanti dell'impero romano, vivendo
fianco a fianco con questo immenso mondo «barbaro»
non assimilato, si erano mantenute in gran parte
immuni dai più virulenti esclusivismi dei regimi
coloniali moderni:erano notoriamente tolleranti quanto
a razze e a religioni locali. Ma il prezzo che
chiedevano per ammetterle nel loro mondo era il
conformismo: l'adozione del loro stile di vita e delle
due lingue classiche, il latino in Occidente e il
greco in Oriente. Coloro che non erano in grado di
impararle venivano banditi, apertamente bollati come
«contadini zotici» e «barbari». Coloro che
avrebbero potuto inserirsi e non lo facevano - in modo
particolare gli Ebrei - venivano trattati con un grado
diverso di odio e di disprezzo, solo talvolta
temperato da una rispettosa curiosità per i
rappresentanti di un'antica civiltà orientale. Coloro
che un tempo erano inseriti e poi si erano
ostentatamente estraniati - cioè i cristiani - erano
passibili di un processo sommario» (P. Brown, Il
mondo tardo antico. Da Marco Aurelio a Maometto,
Torino, Einaudi, 1974, p. 12-13).
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La
globalizzazione pur essendo una realtà astatale e
soprannazionale si avvale di tutta quella riflessione,
di quelle idee e di quei metodi che avevano
accompagnato la nascita e il consolidamento dello
Stato moderno. In primo luogo, la globalizzazione
adotta la logica del controllo a tutti i livelli
(perfino a come si tiene la forchetta a tavola), nel
senso che tende ad un'omologazione di comportamenti, a
porre ai suoi margini gli elementi ritenuti
disgreganti o "malati". Laddove l'antica
Roma poteva contare su un limitato controllo (rispetto
agli standard attuali) sui suoi amministrati,
senza contare una diversa mentalità che giudicava
pericoloso non il pensiero di un singolo uomo, ma
l'unione di più persone in nome di un ideale:
esemplari sono i decreti contro i baccanali ed i
cristiani. Anzi, nel caso del Cristianesimo non ci fu
quella sistematicità persecutoria come ci è stato
insegnato a scuola e come ci si sarebbe aspettato,
visto che veniva considerato un pericolo per lo Stato.
Quindi, ecco un altro elemento che mancava allo Stato
romano: la sistematicità.
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