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INCONTRO DELLA ROACO (23 3 24 LUGLIO 2009)

 

Radio Vaticana, 23 giugno 2009

Ascolta l'intervista con il cardinale Leonardo Sandri

Ascolta l'intervista con mons. Fouad Twal

Il cardinale Sandri all'incontro della Roaco: i cristiani restino in Terra Santa come testimoni del passaggio del Signore in mezzo a noi

La situazione dei cristiani in Terra Santa e il viaggio apostolico compiuto da Benedetto XVI dall’8 al 15 maggio scorsi in Giordania, Israele e Territori Palestinesi sono stati i temi al centro, questa mattina, dell’incontro della Roaco, in corso a Roma. Il pellegrinaggio del Santo Padre in Terra Santa - ha spiegato il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali - si è distinto per “l’incontro con la Chiesa locale” ed è stato caratterizzato dall’esortazione rivolta ai cristiani a rimanere quali “pietre vive laddove tutto parla del passaggio del Redentore”. Durante l’odierno incontro della Roaco, comitato che riunisce le Opere di aiuto alle Chiese Orientali, è stata anche ribadita l’importanza del sostegno ai cristiani di Terra Santa, come sottolinea al microfono di Amedeo Lomonaco, il cardinale Leonardo Sandri:

R. – Quest’anno abbiamo scelto, come tema, la Terra Santa e la Bulgaria. Particolare attenzione è riservata ovviamente al viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa nel mese di maggio e soprattutto ai suoi discorsi, ai suoi interventi. Il Papa ha portato la Terra Santa in una maniera molto più specifica all’attenzione di tutti i cattolici del mondo, di tutti i cristiani. Quindi noi vogliamo – alla luce dei suoi discorsi – rinnovare ancora l’impegno di vicinanza e di solidarietà con i nostri fratelli che vivono nella terra del Signore.

D. – Come si può rinvigorire quest’impegno?
 
R. – Occorre che tutta la Chiesa metta in pratica una grande generosità e carità, affinché tutti questi nostri fratelli, che oggi stanno purtroppo lasciando la terra del Signore, rimangano come testimoni viventi del Suo passaggio in mezzo a noi.
 
D. – Testimoni viventi ed anche ponti per promuovere la pace…

R. – Se c’è la parola di Gesù, cioè se ci sono cristiani – i cristiani sono la parola vivente di Gesù - c’è lì la radice della pace. Gesù è venuto a noi come principe della pace a portare la pace e ad unire tutto quello che era diviso. E’ venuto ad abbattere tutti i muri che separano gli uomini.

Sostenere la comunità cattolica significa garantire a tutta la Terra Santa un indispensabile contributo nel presente e nel futuro. Offrire specialmente ai giovani adeguate condizioni di abitazione, formazione e lavoro vuol dire difendere la dignità di tutti. Per far attecchire il seme di una società nuova in Terra Santa si deve anche promuovere un autentico dialogo tra cristiani, ebrei e musulmani, come spiega al microfono di Amedeo Lomonaco il Patriarca di Gerusalemme dei latini, mons. Fouad Twal:

R. – Credo che nessuno sia disposto a preparare le valige e a partire con un popolo: né l’israeliano, né il palestinese, né il musulmano, né il cristiano. Noi siamo invitati a vivere insieme. Sarebbe meglio vivere nel segno del dialogo, della collaborazione, del rispetto piuttosto che affrontare altri mesi di conflitto, di violenza. La Chiesa è sempre stato un elemento di pace, di collaborazione, di pacificazione. Speriamo di poter andare avanti con questa missione.
 
D. – Un “dialogo di vita” che emerge particolarmente nel settore della formazione…
 
R. – Specialmente in Giordania e in Palestina, noi che viviamo con i musulmani vediamo che le nostre scuole diventano luoghi di dialogo, di vita, quando i giovani giocano e studiano insieme. Attraverso i giovani siamo in contatto con le famiglie musulmane, quelle stesse famiglie che vengono da noi con tanta fiducia. Questo è il metodo più sicuro per preparare – anche dopo vent’anni – le persone a conoscersi, a rispettarsi, ad amarsi. L’insegnamento offerto dalla scuola cattolica non deve essere uno scopo in se stesso, ma un mezzo per trasmettere i nostri valori di rispetto, dignità, dialogo attraverso i giovani.
 
D. – Un altro strumento per aiutare i giovani è quello di costruire case, comprare abitazioni da destinare ai cristiani…
 
R. – Questi sforzi servono a limitare, frenare l’immigrazione: tante giovani coppie non possono neanche celebrare il loro matrimonio o creare una famiglia, perché non dispongono neanche dei mezzi per costruire una casa. Noi, attraverso l’aiuto di queste organizzazioni, possiamo assicurare un’abitazione per le giovani coppie cristiane. E’ questo uno dei tanti mezzi per dare speranza ai giovani ed evitare o limitare il fenomeno dell’immigrazione.
 
D. – Quali frutti hanno portato la visita del Santo Padre in Terra Santa ed il discorso del presidente statunitense Obama al Cairo?
 
R. – Sono due eventi che possono cambiare la situazione attuale, come anche il futuro. La visita del Santo Padre ha seminato tanto. Ha seminato pace, dialogo e riconciliazione. Speriamo di poter raccogliere questi frutti in futuro, per il bene di tutti gli abitanti e per il bene della pace in Terra Santa.
 
D. – Anche il discorso di Obama può rivelarsi fruttuoso...
 
R. – Obama è venuto dopo il Santo Padre per parlare dell’ipotesi di due Stati: ormai l’idea è stata lanciata e farà il suo cammino. Forse ci arriveremo, e speriamo, un giorno, di poter beneficiare della pace di due Stati uno accanto all’altro.

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Radio Vaticana, 24 giugno 2009

Ascolta l'intervista con  mons. Christo Proykov

Ascolta l'intervista con padre Pierbattista Pizzaballa

Secondo giorno della riunione della Roaco, dedicata alla situazione della Chiesa bulgara. Intervista con mons. Proykov

La realtà della Chiesa cattolica bulgara è al centro del secondo giorno di lavori della riunione della Roaco, il Comitato che riunisce le Opere di aiuto alle Chiese Orientali. Durante l’incontro di questa mattina, è stato sottolineato che venti anni dopo la fine del periodo comunista, la Chiesa della Bulgaria sta lentamente rialzandosi. Sull’attuale situazione della comunità cattolica del Paese est europeo, ascoltiamo al microfono di Amedeo Lomonaco l’esarca di Sofia e presidente della Conferenza episcopale bulgara, mons. Christo Proykov:

R. - La Chiesa, in Bulgaria, è veramente una piccola realtà. Siamo stati sempre l’1% della popolazione, che attualmente conta 8 milioni di persone. Abbiamo tre diocesi, due latine ed una orientale. Grazie a Dio, pian piano, dopo il periodo segnato dal comunismo e dall’ateismo - durato 50 anni - la Chiesa si sta rialzando. E’ un processo molto difficile, perché durante il regime sono stati confiscati tutti i beni. Oggi, è assolutamente necessario promuovere l’educazione alla fede, perché durante il regime tutti i seminari, tutte le scuole cattoliche erano chiusi. Ci sono almeno due generazioni che si sono succedute senza avere questo tipo di istruzione e il catechismo era vietato. Per questo, oggi l’istruzione è la cosa più importante. Grazie a Dio, possono venire anche religiosi, religiose e sacerdoti stranieri che possono aiutarci. In Bulgaria, noi religiosi cattolici siamo in pochi perché non abbiamo avuto nessun seminario durante il regime. Ora, abbiamo delle vocazioni al sacerdozio da parte di giovani bulgari. Quest’anno, per le tre diocesi sono previste sei ordinazioni. Non è questo un avvenimento che si ripete ogni anno, però è significativo. Sono bulgari e questo è importante: la Chiesa locale inizia a crescere.
 
D. - Durante il regime comunista, sono stati imprigionati anche molti sacerdoti. Poi, negli anni Sessanta, quando sono stati liberati, sono usciti e si sono trovati in un carcere più grande che - come lei ha sottolineato nella sua relazione - si chiamava “Bulgaria”. Che tipo di Paese era la Bulgaria in quegli anni?
 
R. - Il regime, negli anni Sessanta, era in auge. I sacerdoti uscivano dal carcere, ma erano molto indeboliti da questa esperienza. Ricordo molto bene che alcuni di loro, dopo mesi o anni, morivano anche a causa di esaurimenti. La vita è stata veramente molto dura per i sacerdoti bulgari in quegli anni e la mia vocazione è avvenuta proprio in quel periodo. Vedevo diversi preti che, quando uscivano dalla prigione, poco dopo morivano. Pensavo, come pensavamo tutti in Bulgaria, che il comunismo sarebbe stato eterno. Pensavo anche che offrendo la mia vita alla Chiesa, avrei potuto essere di aiuto alla Chiesa stessa. In questo contesto è avvenuta la mia vocazione: ho studiato di nascosto, nel 1970-1971 sono diventato sacerdote, con il regime ancora pienamente in vigore. Il mio vescovo, che mi aveva ordinato, venne subito chiamato dalla polizia, incontrando delle difficoltà. Ma era già un esempio per gli altri.

La situazione dei cristiani in Terra Santa è l’altro tema affrontato dai partecipanti alla riunione della Roaco. Ieri, in particolare, sono state ribadite l’urgenza di sostenere la comunità locale e l’importanza del pellegrinaggio compiuto da Benedetto XVI dall’8 al 15 maggio scorsi in Giordania, Israele e Territori Palestinesi. Padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa, ricorda al microfono di Amedeo Lomonaco la missione della Chiesa nei luoghi di Gesù:

R. - La Chiesa di Terra Santa ha una missione ed una testimonianza da dare: custodire la memoria dell’incarnazione di Gesù. Questa missione deve proseguire sia durante un periodo di tensione e di conflitto come questo - richiamando ai valori della giustizia - e, speriamo presto, anche in periodo di pace, richiamando a quei valori che sono alla base dell’umanità.
 
D. - Sottolineature e valori bene espressi anche durante il pellegrinaggio del Santo Padre in Terra Santa...
 
R. - Sì, è stato un momento intenso e molto importante soprattutto per la piccola comunità cristiana che si è sentita molto incoraggiata. I cristiani di Terra Santa hanno acquisito una grande visibilità in tutto il Medio Oriente.
 
D. - Quali sono i modi per aiutare, oggi, la Terra di Gesù?
 
R. - I modi sono diversi. Il primo è naturalmente quello di pregare. La preghiera deve poi diventare un qualcosa di concreto. Un modo principale penso sia quello di recarsi in pellegrinaggio in Terra Santa, ma anche di sostenere attraverso varie iniziative e diverse agenzie, come quelle della Roaco, tanti piccoli progetti di vita e di carità. Progetti, realizzati in Terra Santa, che sono un esempio concreto della vitalità della Chiesa ed anche della sua testimonianza per cristiani, ebrei e musulmani.
 
D. - Quali sono oggi, in particolare, le sfide prioritarie?
 
R. - La sfida di sempre è quella della formazione, dell’educazione. Sono molto importanti le scuole in Terra Santa e questo richiede investimenti cospicui a livello finanziario, ma soprattutto energie e risorse umane.
 
D. - Qual è un affresco della Terra Santa che custodisce nel suo cuore, un’immagine che secondo lei rappresenta la Terra Santa?
 
R. - Ce ne sono diversi. A me piace molto Cafarnao ed il lago, perché forse è stato meno modificato nel corso dei secoli. Ci richiama un po’ più da vicino a quei bellissimi passaggi del Vangelo, quando si parla dei diversi miracoli di Gesù. Penso a quel quadro di vita che oggi si può ancora percepire molto bene in quei luoghi.
 
D. - Un luogo incontaminato, un richiamo indelebile per tutti i cristiani che si recheranno come pellegrini in Terra Santa…
 
R. - E’ indelebile perché toccare quelle pietre, vedere dove Gesù è passato e leggere a Cafarnao il passo del Vangelo di Marco non è un’esperienza comune.

 

 

 

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