PROTESTE PER IL RITIRO ISRAELIANO DAI TERRITORI (4/08/2005) |
Ascolta l'intervista di Amedeo Lomonaco a Marcella Emiliani
IN MEDIO ORIENTE, ARRESTATE AL CONFINE CON LA STRISCIA DI GAZA, 190 PERSONE DURANTE MANIFESTAZIONI DI PROTESTA CONTRO IL RITIRO ISRAELIANO DAI TERRITORI PALESTINESI
- Intervista con Marcella Emiliani -
In Medio Oriente, fallisce la manifestazione degli oppositori al ritiro dei coloni da Gaza, che avevano intenzione di raggiungere gli insediamenti di Gush Katif, nella Striscia di Gaza: i dimostranti, partiti da Ofakim, hanno fatto marcia indietro. Durante le manifestazioni di protesta, la polizia israeliana ha arrestato, inoltre, 190 dimostranti mentre cercavano di attraversare Nissanit, una delle aree dichiarate interdette fino alla fine delle operazioni di sgombero. A
Gaza, intanto, circa dieci mila palestinesi sono scesi in piazza per festeggiare l’imminente ritiro israeliano. L’Autorità nazionale palestinese
(ANP) ha predisposto, inoltre, il dispiegamento di forze di sicurezza nella Striscia di Gaza per evitare tensioni e violenze. Sembrano convergere, dunque, gli sforzi di israeliani e palestinesi per assicurare un’adeguata cornice di sicurezza durante il disimpegno israeliano, previsto per il prossimo 17 agosto. Ascoltiamo, al microfono di Amedeo
Lomonaco, la professoressa di Sviluppo politico del Medio Oriente all’Università di Bologna, Marcella Emiliani:
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R. – Sì, sembrano convergere. Ma non sappiamo che posizioni terranno né gli estremisti palestinesi né gli estremisti israeliani. Finora gli estremisti israeliani hanno seguito questa via che loro definiscono ‘pacifica’. Ma avvicinandosi la scadenza del ritiro, il 17 agosto, possiamo anche aspettarci delle azioni più forti di quelle che finora sono state intraprese.
D. – Un leader della Jihad islamica in Cisgiordania, Abu Kassam, ha per la prima volta indicato, in un’intervista pubblicata ieri dal quotidiano israeliano “Haaretz”, la possibilità di un riconoscimento di Israele da parte del movimento estremista. Come interpretare questa dichiarazione?
R. – Non sappiamo quanto Kassam rappresenti l’intera Jihad islamica. La cosa importante è che una posizione del genere venga alla luce del sole. Si sa che all’interno tanto della Jihad islamica quanto di Hamas esiste in questo periodo, cioè da quando è salito al potere Abu Mazen, un duro braccio di ferro. C’è una ferrea contesa tra chi vuole arrivare a soluzioni pacifiche, per poi buttarsi in un discorso di amministrazione
dei Territori che verranno lasciati dagli israeliani ai palestinesi, e chi invece vuole portare avanti la linea durissima e la linea terrorista. Diciamo che c’è una guerra civile strisciante tra gli stessi palestinesi.
D. – Abu Kassam ha detto che Arafat credeva nella lotta armata e non temeva una guerra civile; Abu Kassam ha anche detto che l’attuale presidente palestinese, Abu Mazen, non crede invece nella lotta armata e teme una guerra civile. Dove può portare questo nuovo corso palestinese?
R. – E’ vero quello che dice Abu Kassam: Arafat credeva nella guerra civile. Abu Mazen sembra, invece, di parere diverso. Il problema che lo riguarda è quale sia il suo reale potere all’interno dell’Autorità nazionale palestinese.
D. – L’imminente ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza costituisce una prova cruciale del dialogo israelo-palestinese ...
R. – Senz’altro perché se neanche restituendo i Territori ai palestinesi, si riesce a trovare un accordo affinché questo avvenga in maniera pacifica, allora israeliani e americani potrebbero convincersi che tra i palestinesi non ci sono interlocutori.
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Per la Radio Vaticana, Amedeo Lomonaco, 4 agosto 2005

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